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sabato 11 luglio 2009

La fontana leggera di Monterotondo

Fonte:

Fontana leggera

È stata inaugurata venerdì 22 maggio a Monterotondo, la prima fontana leggera del Lazio e dopo soli 5 giorni dall'inaugurazione il contatore registrava ben 12.000 litri di acqua erogati.

Un dato importante che evidenzia come, grazie a questa opportunità, il rifornimento di acqua pubblica sia una scelta sempre più diffusa.

I litri di acqua “sfusa” hanno permesso di risparmiare le prime 8.000 bottiglie in materiale plastico che corrispondono a 10.880 kWh di energia eletrtica e 4.240 litri di acqua non utilizzate in fase di produzione.

Anche la CO2 è coinvolta in questa azione collettiva di risparmio con ben 560 kg di anidride carbonica non emessa.

La fontana, fortemente voluta dall'Assessore all'Ambiente e alle politiche giovanili del Comune di Monterotondo Luigi Cavalli, rientra all'interno del progetto Riducimballipromosso dall'Ente di Ricerca Ecologos avente come finalità la riduzione dei rifiuti alla fonte.

"Questa installazione della fontana pubblica alla spina è un tassello di un progetto più ampio del Comune di Monterotondo che prevede anche altri interventi per aumentare la sostenibilità dei consumi da parte dei cittadini, come i punti vendita dei detersivi, del latte, della pasta e dei cereali, tutti alla spina.” dichiara Luigi Cavalli - ”Si tratta di azioni concrete che avranno come risultato la riduzione dei rifiuti alla fonte, fatto utile questo anche in vista di un potenziamento della raccolta differenziata".

A poco più di un mese dall'inaugurazione, la Fontana Leggera di Monterotondo ha già raggiunto i 100.000 litri di acqua liscia e gasata erogati. Un successo per il Comune e per la cittadinanza che ha riscoperto una risorsa pubblica e ne apprezza le caratteristiche.

100.000 litri di acqua pubblica distribuita vogliono dire circa 65.000 bottiglie di plastica non utilizzate per il trasporto e il confezionamento delle normali acque minerali.

Il risparmio delle bottiglie si traduce in 88.400 kWh di energia non utilizzata, 34.450 litri di acqua non utilizzati per la produzione della plastica e 4.550 kg di emissioni di CO2 non immesse in atmosfera.

martedì 16 giugno 2009

Nucleare Alessandria, l’udienza slitta al 30 giugno

Fonte:

di Giorgio Cattaneo

Senza esito l’udienza del 16 giugno: il Consiglio di Stato riesaminerà il caso del nucleare ad Alessandria solo il 30 giugno, dopo aver visionato documenti forniti all’ultimo minuto. Nuovo colpo di scena, quindi, nella complessa battaglia politica e legale che oppone gli ambientalisti alessandrini, sostenuti da Beppe Grillo, alla Sogin di Bosco Marengo, società pubblica (ex Fabbricazioni Nucleari, Enea) attraverso cui il governo Berlusconi, con il consenso della Regione Piemonte, intende procedere alla dismissione dell’impianto, trasformandolo di fatto nel primo deposito autorizzato di materiale radioattivo d’Italia, sia pure “temporaneo”.

«Si tratta di un espediente - afferma Lino Balza di “Medicina democratica” - per aprire la strada al ritorno del nucleare in Italia, anche senza il sito speciale per le scorie, previsto da una legge del 2003 e non ancora individuato. Se il governo la spunta su Bosco Marengo - aggiunge Balza - è poi possibile che, a cascata, vengano trasformate in discariche autorizzate “temporanee” anche le altre installazioni nucleari italiane».

Per questo, gli ambientalisti alessandrini (tra cui “Medicina democratica”, Legambiente, Pro Natura, Movimento per la Decrescita Felice) attraverso una sottoscrizione popolare erano riusciti a raccogliere i 4.000 euro necessari a ricorrere al Tar del Piemonte, che aveva dato loro ragione: dismissione “illegittima”, perché in contrasto con la legge del 2003 sullo stoccaggio di materiali nucleari (a Bosco Marengo sono custoditi 550 fusti di ossido di uranio).

Gli enti locali, dalla Regione alla Provincia, non hanno condiviso l’allarme: dato che nel 2020 l’Italia dovrà riprendersi le scorie nucleari parcheggiate in Francia al tempo in cui le centrali atomiche italiane erano in funzione, si presume che, per allora, sarà trovato il sito nazionale in cui mettere in sicurezza il materiale radioattivo. «Ad Alessandria il materiale è attualmente già presente: seppellirlo nel cemento non comporta rischi ulteriori». Secondo gli ambientalisti, invece, lo stoccaggio “provvisorio” a Bosco Marengo rischierebbe di diventare permanente, in un sito che, secondo la legge, non è idoneo alla conservazione “sicura” di materiali radioattivi.

Di qui, il ricorso al Tar. Contro cui si è opposta la Sogin, che si è appellata direttamente al Consiglio di Stato, mettendo in crisi gli ecologisti, costretti a racimolare in pochi giorni i 20.000 euro necessari a presentarsi al tribunale amministrativo romano. Decisivo quindi l’intervento di Beppe Grillo, che la scorsa settimana ha annunciato il suo impegno personale. Rappresentati dall’avvocato Mattia Crucioli, gli ambientalisti si sono quindi potuti presentare in aula il 16 giugno. Peccato però che l’udienza sia stata aggiornata.

«Si è trattato dell’ennesima, grave scorrettezza della Sogin - afferma Balza - che ha presentato documenti all’ultimo minuto, provocando le proteste del nostro avvocato e l’irritazione degli stessi consiglieri, impossibilitati all’esame dei nuovi atti». Invitabile quindi il rinvio, fissato per il 30 giugno. Secondo il legale degli ecologisti, la documentazione prodotta potrebbe rivelarsi addirittura un boomerang per la Sogin, «in assenza delle autorizzazioni previste per lo smantellamento», già avviato, dell’impianto di Bosco Marengo.

La sostanza, però, è che l’azienda prende tempo e costringe gli ecologisti e i loro sostenitori a una nuova raccolta-fondi per affrontare i costi dell’ennesima udienza. «Con questa rinnovata tattica del rinvio - spiega Balza - la Sogin ha impedito al Consiglio di Stato di confermare o revocare la precedente ordinanza, e noi a questo punto andiamo in seria difficoltà: non sul piano del merito, che ci vede sicuri e convinti, ma per il fatto di dover sostenere ulteriori spese».

Sperando che Beppe Grillo mantenga il proprio (clamoroso) impegno, che ha permesso agli ambientalisti di presentarsi il 16 giugno a Roma, gli ecologisti rilanciano in ogni caso la sottoscrizione popolare: «Dobbiamo innanzitutto moltiplicare i nostri sforzi, e tentare di raccogliere il denaro necessario per proseguire la battaglia legale».

Indicando la causale “nucleare Alessandria”, è possibile effettuare versamenti sul conto corrente bancario 10039 di “Medicina democratica Scrl” (Abi 05584, Cab 01708, Cin W, codice Iban IT50W0558401708000000010039) o sul conto corrente postale 22362107 intestato a Pro Natura Torino, via Pastrengo 13, 10128 Torino (info: www.medicinademocratica.org).

domenica 14 giugno 2009

Obsolescenza pianificata

Fonte:

Molti dei prodotti che utilizziamo quotidianamente hanno una durata molto breve. Vi siete mai chiesti il motivo? Dietro questa scadenza pianificata si nascondono delle logiche di mercato appositamente create dai geni del marketing e dell'informazione.


di
Andrea Bertaglio

elettrodomestici
Molti degli elettrodomestici di nuova generazione hanno durata molto breve
Avrete sicuramente notato come i prodotti che ci ritroviamo ad acquistare ed utilizzare abbiano una durata sempre più breve. Borse e zaini o scarpe e vestiti che si scollano, rompono, sfilacciano dopo poche settimane o nella migliore delle ipotesi, dopo pochi mesi. Pentole e padelle antiaderenti (che già non amo particolarmente, nonostante l’incredibile praticità e comodità, perché vanno contro lo spirito stesso del cucinare – che richiede abilità e pazienza – che è un’arte del saper aspettare e dell’avere continuamente cura di qualcosa), che si scrostano letteralmente al decimo lavaggio; asciugacapelli, lavatrici ed elettrodomestici vari che si inceppano (o in certi casi prendono addirittura fuoco!) sempre e comunque “in giovane età”; telefoni cellulari e fotocamere digitali che si rompono misteriosamente anche dopo sei mesi… Si potrebbe andare avanti all’infinito.

Ma perché accade tutto ciò? Perché il frullatore che ho in casa, risalente agli anni cinquanta e che ho avuto in dono, o meglio, in eredità, non da una nonna, ma addirittura da una bisnonna, funziona benissimo dopo più di mezzo secolo mentre la fotocamera, acquistata l’anno scorso, non dà più segni di vita dopo che il suo “display” si è rotto semplicemente stando in una borsa e che, a parere del negoziante vicino casa, non può essere assolutamente riparata (a meno che non si vogliano spendere cifre esorbitanti), ma può solo essere sostituita in toto? (E poi ci si stupisce delle “emergenze rifiuti”!). Perché non possiamo più riparare qualcosa ma solo sostituirlo?

Le risposte sono varie e più o meno complesse, ma a parte il fatto che nella maggior parte dei casi abbiamo perso ogni capacità, anche solo di iniziativa, riguardante la riparazione degli oggetti che ci circondano (come si può poi avere la competenza di riparare una fotocamera elettronica?), i motivi principali sono dovuti al fatto che ai geni del marketing e dell’informazione far apparire ogni cosa obsoleta dopo poche settimane l’uscita sul mercato non basta più, le merci (tutte, dalla più semplice alla più tecnicamente avanzata)devono avere una scadenza programmata.

scadenza prodotti
Tutte le merci presenti nel mercato devono avere una scadenza programmata
Ci sono già fior di studi e ricerche a riguardo che non sto a citare in questa sede, ma sarei pronto anche senza di essi a scommettere che ormai si progetta la stragrande maggioranza dei prodotti in modo che si guastino o addirittura si debbano sostituire entro periodi sempre più brevi.

Penso (e francamente spero) che sempre più persone abbiano iniziato ad essere insofferenti a questo comportamento che arreca danni non solo all’intero villaggio globale, dai lavoratori sfruttati nei paesi in via di “sviluppo” per produrre questa merce-spazzatura ai consumatori dei paesi “sviluppati”, ma anche ovviamente all’ambiente.

Sempre più persone hanno iniziato a sentirsi profondamente infastidite dallecontinue promesse di frivola felicità propinateci quotidianamente dai paladini della società dei consumi e della crescita economica (gli stessi, per intenderci, che con le loro speculazioni finanziarie e privatizzazioni selvagge ci hanno portato alla situazione attuale, al “1929 reloaded”, come lo ha definito di recente Maurizio Blondet).

Sempre più persone sentono la naturalissima esigenza di sfuggire a queste“logiche illogiche” ed a queste tensioni e frustrazioni che ne conseguono, anche se in moltissimi casi ancora non sembrano rendersene pienamente conto.

Che fare, allora? Le uniche due risposte che mi sento di poter fornire sono due:

- re-imparare gradualmente a prodursi il più possibile i propri beni (cosa che urge anche al sottoscritto).

- Smettere di comprare. Bandire il più possibile lo “shopping” dalle nostre vite.

shopping
Bandire il più possibile dalle nostre vite lo shopping è un'alternativa alla crisi
Questo non come ripudio totale della società in cui viviamo, non come voto di rinuncia, ma come allenamento per ciò che ci attende nei prossimi anni (che per l’appunto non sarà recessione, ma depressione), ossia una decrescita che per i più sarà forzata, e probabilmente non così felice. È forse l’unica forma di reazione, o addirittura di rivoluzione, che ci è rimasta nei confronti dei signori del marketing, della politica, della finanza e della crescita, che giocano sempre più con le nostre vite e che, più che delle persone, ci ritengono da parecchio tempo solo dei meri consumatori.

Quando dobbiamo comprare qualcosa, almeno, teniamo presente i vecchi proverbi, sempre molto validi e molto attuali, tipo quello che dice “che chi più spende, meno spende”, provando a ridare in generale più importanza alla qualità che alla quantità.

A costo di ripetermi, ribadisco che la decrescita è già iniziata in tutto l’Occidente, e sta a noi renderla felice.

martedì 2 giugno 2009

Sindaco, c'è posta per te!

Fonte:



Cari amici,

subito dopo l’insediamento delle nuove giunte comunali, a seguito delle elezioni amministrative del 6 e 7 giugno prossimi, come Associazione dei Comuni Virtuosi ci siamo dati l’obiettivo di spedire una copia del nostro documentario videoViaggio nell’Italia dei Comuni a 5 stelle” a tutti gli 8.102 sindaci degli altrettanti comuni italiani.

Il documentario racconta le esperienze concrete già realizzate o in corso di sperimentazione da amministrazioni comunali italiane che hanno deciso di ridurre la propria impronta ecologica con la collaborazione e “complicità” dei cittadini che formano una comunità locale: un’ora di interviste, immagini, racconti, che! dimostrano la bontà di progetti e obiettivi come strategia rifiuti zero, stop al consumo di territorio, mobilità sostenibile, nuovi stili di vita, efficienza e risparmio energetico.

Ecco allora le esperienze incredibili di Cassinetta di Lugagnano (MI), Capannori (LU),Olivadi (CZ), Correggio (RE), Monte San Pietro (BO), Morbegno (SO), San Miniato(PI), e tante altre. Il tutto arricchito dalle interviste a personaggi del calibro di Dario Fo,Beppe GrilloMaurizio PallanteJacopo Fo.

Ora, abbiamo calcolato che un’operazione di tale portata richiederà un investimento economico di circa € 15.000,00, tra stampa e spedizione degli oltre 8.000 DVD. Per sostenere parte delle spese siamo alla ricerca di sponsor coerenti con l’azione svolta dalla nostra rete (a questo proposito possiamo già contare sul sostegno del Centro Riciclo di Vedelago -TV della Sig.ra Carla Poli).

Per questo siamo a chiedere a ciascuno di voi un contributo libero per aiutarci a raggiungere la cifra necessaria all’invio collettivo del nostro documentario.

Crediamo infatti che i nostri sindaci italiani possano “aprire gli occhi” di fronte alla bontà delle sperimentazioni che, giorno per giorno, stiamo portando avanti nei 25 comuni iscritti alla rete. Se non altro non potranno più dire di non sapere... 

Se credi come noi che questo progetto possa avere un senso puoi effettuare un bonifico bancario alle seguenti coordinate: Conto corrente intestato a: Associazione nazionale dei Comuni Virtuosi - Poste Italiane, filiale di  Monsano (AN) - c/c n. 67159707

IBAN: IT90 W076 0102 6000 0006 7159 707

http://www.anticasta.it

Grazie per la preziosa collaborazione che vorrai darci! 

Marco Boschini - Coordinatore Comuni Virtuosi

lunedì 1 giugno 2009

Piccole storie ignobili di ordinaria idiozia

Fonte:

Scritto da Stefano Montanari   
lunedì 01 giugno 2009

Che si tratti di teppismo o di ordinaria idiozia in buona fede ha poca importanza: l’importante è che l’atto sfocia nella criminalità.
Sto parlando dei cassonetti d’immondizia cui viene dato fuoco a Palermo, qualcosa di niente affatto nuovo che io già vidi fare ben oltre vent’anni fa a Napoli e a Bari.
A Palermo come, ahimé, in tante, troppe città italiane le amministrazioni locali sono nelle mani di personaggi del tutto impreparati culturalmente a fronteggiare il problema dei rifiuti, con delle opposizioni che non sono affatto diverse. E la cosa si estende su fino a livello di parlamento. Basti pensare che i nostri “politici” (virgolette d’obbligo) spacciano, magari qualcuno addirittura credendo a ciò che dice, la combustione per un metodo, anzi “il” metodo per ripulire le città.
Ignoranza, superficialità, corruzione… inutile insistere: si tratta di fenomeni tutt’altro che sconosciuti.
Ciò che si deve assolutamente sapere in questa emergenza è che quel fuoco libera migliaia di sostanze tossiche, comprese le polveri, comprese le note diossine tanto temute - e giustamente - anche da chi d’inquinamento poco o nulla s’interessa.
Emergenza ho detto, e si tratta di un’emergenza culturale. La stragrande maggioranza delle persone non ha la più pallida idea di quali siano le contromisure da prendere, e, nei fatti, prese in tante circostanze anche in Italia, per far fronte al problema. Fino a che il presidente del consiglio e tutta la corte dei miracoli che gli fa da codazzo sarà libero d’imperversare e un’opposizione che è non di rado peggiore di lui gli sarà complice, non avremo scampo. Fino a che i tromboni a pagamento delle università non avranno pudore a mentire e i media faranno da lacché continueremo a sentire domande pazzesche come

“E allora, se non li bruciamo, dove mettiamo i rifiuti?” (domanda che mi sentii rivolgere da Piero Angela poco tempo fa.) Fino a che la magistratura continuerà ad ignorare un crimine che è incomparabilmente più grave di un volgare assassinio o delle foto rubate a qualche personaggio dello spettacolo (o di altri territori della vita pubblica che oggi sono omologabili allo spettacolo), resteremo in balìa di chi fa stragi a pagamento godendo di una pressoché assoluta impunità. Anzi, spesso essendo visto come il salvatore della patria.

Se non acquisiremo conoscenza, se il senso civico sarà preteso solo dagli altri ma ognuno di noi se ne sentirà esentato, se continueremo a votare senza cognizione di causa o, peggio, lo faremo in cambio di una pensione che non ci spetta, un lavoro che è solo uno stipendio, una promozione immeritata, con questo lasciando campo libero alle scorrerie dei politicanti corsari, continueremo a rubare vigliaccamente il futuro ai nostri figli che non hanno possibilità di difendersi dalla nostra condiscendenza alla rapina.
Per ora non c’è tempo da perdere: bisogna fermare gl’imbecilli che fanno i falò e poi, ma senza aspettare, bisogna dare al nostro paese una classe politica che sia al servizio della comunità e non ci riempia, invece, di vergogna.

mercoledì 27 maggio 2009

Rifiuti tossici: un briciolo di giustizia per l’Africa?

Fonte:

di Andrea Bertaglio

Un altro scandalo è stato di recente rivelato da grandi organi di informazione globale. Questa volta è toccato al quotidiano “The Guardian” ed alla BBC, che rispettivamente con un’inchiesta e con il programma di approfondimento “BBC Newsnight”, sono entrati in possesso di dati sconcertanti riguardanti le 528 tonnellate di rifiuti riversati nell’agosto 2006 in Costa d’Avorio dalla multinazionale Trafigura.

Trafigura è un’azienda petrolifera britannica che, oltre al petrolio, commercia e raffina anche altri prodotti chimici e metallici, fornendo navi e tutto ciò che possa servire al loro trasporto ed immagazzinamento.

Il viaggio di rifiuti tossici verso l’Africa sembra non avere possibilità di sosta. Non è infatti la prima volta, e purtroppo non sarà l’ultima, che si scoprono fatti di questo tipo. Tale vicenda ha però una peculiarità, rispetto alle altre simili: quella di aver avviato la più grande class action della storia: 31mila abitanti della Costa d’Avorio chiederanno risarcimento al colosso petrolchimico dei danni subiti a causa del terribile disastro.

Sempre in nome del profitto, che cosa ha pensato bene di fare Trafigura? Trasportare un’intera nave, la “Probo Koala”, in Costa d’Avorio piena di rifiuti tossici e riversarli nella città portuale di Abidjan, invece che trattarli a regola d’arte, come avrebbe dovuto fare nel porto di Amsterdam. È proprio nella capitale olandese che sono state fatte le analisi di cui la BBC è entrata in possesso, dato che presso lo scalo ad Amsterdam la “Probo Koala” ha cercato di scaricare i residui di lavorazione senza dichiararne la composizione. I tecnici olandesi si sono però accorti del trucco e hanno applicato una tariffa maggiore.

A quel punto la Trafigura ha rifiutato di pagare il denaro richiesto, si è ripresa il carico e ha fatto rotta verso la Costa D’Avorio. Qui, nella notte del 19 agosto 2006, almeno 12 furgoni avrebbero movimentato 400 tonnellate di rifiuti tossici verso 18 siti intorno alla città di Abidjan.

Tali rifiuti, che emanavano un terribile odore simile a quello di uova marce (e basterebbe già quello per opporsi allo scarico di rifiuti di una nave straniera sulle proprie coste), erano non solo maleodoranti, ma anche tossici. Il puzzo era infatti dovuto alla presenza nei liquami di alcune tonnellate di acido solfidrico, un veleno ad ampio spettro che può danneggiare diversi sistemi del corpo. Nella brodaglia tossica erano contenuti anche fenolo (sostanza talmente letale da essere utilizzata dai nazisti come arma di sterminio), ingenti quantità di mercaptani (caratterizzati appunto da un odore molto sgradevole), di soda caustica e almeno due tonnellate di idrogeno solforato.

Questa vicenda, che risale appunto a tre anni fa ed ha visto coinvolta la multinazionale britannica, è tornata alle cronache perché è ormai certo che i rifiuti trasportati dalla nave “Probo Koala” erano tossici e, quindi, letali.

Non è perciò un caso se in quel periodo gli ospedali dell’ex capitale ivoriana pullulavano di persone che accusavano gli stessi sintomi, quali nausea, problemi respiratori, ustioni e svenimenti. Il problema è che le persone del posto non hanno subìto solo i sintomi di un’intossicazione evidentemente dovuta ai rifiuti della Trafigura, ma le contaminazioni vere e proprie sono state contate in centinaia di migliaia, oltre alle sedici morti immediate riscontratesi subito dopo l’arrivo della nave.

Inutile dire che Trafigura, la quale era già sfuggita alla legge patteggiando separatamente con il governo ivoriano un risarcimento di 150 milioni di dollari, continua da anni a negare le sue responsabilità. La ditta londinese, infatti, non solo sta cercando di far ricadere tutte le colpe sulla società “Tommy”, quella che ha materialmente scaricato i rifiuti, ma tramite i suoi avvocati ha dichiarato a “The guardian”, che questi rifiuti “non possono causare e non possono aver causato le presunte morti e diffuse malattie”.

Anche gli ivoriani sono rappresentati in tribunale (dove Trafigura si dovrà “difendere” il prossimo ottobre, a Londra) da uno studio legale inglese, Leigh Day and Co, il quale accusa gli avvocati della Trafigura di aver contattato alcuni testimoni chiave per cercare di dissuaderli dal presentarsi al processo o per convincerli a cambiare la propria versione dei fatti. Per questo la corte londinese ha ingiunto ai difensori di non contattare più in alcun modo i ricorrenti.

Chissà se sarà possibile, almeno questa volta o almeno per le dimensioni della class action avviata, avere un po’ di giustizia. Si spera in un piccolo successo, in una pillola di soddisfazione per i cittadini ivoriani. Certamente non per l’Africa e per i secoli di torti subìti, ma per i 31 mila che hanno deciso di unirsi e di combattere.

E comunque andrà, ancora una volta complimenti all’Occidente “avanzato” e “sviluppato”, agli esportatori di civiltà, di democrazia, o forse è meglio dire di morte, non solo sottoforma di bombe ed occupazioni, ma anche e sempre più spesso di sostanze tossiche.

mercoledì 13 maggio 2009

Un nuovo Rinascimento per il terzo millennio

Fonte:

Come disse Bob Kennedy nel 1968 «il Pil misura di tutto, tranne quello che ci serve per essere felici». Proprio qui, alla parola “felice”, si inserisce la peculiarità italiana della Decrescita: non una nuova tendenza settaria, magari di sapore new age, ma una vera e propria ridefinizione antropologica di priorità. Una rivoluzione culturale, ispirata dal bisogno di un nuovo umanesimo.

di Giorgio Cattaneo

decrescita
La decrescita è l’unica soluzione per guarire i mali del nostro sistema basato sul culto del PIL
«La vita è bella, anche senza sviluppo. Anzi: solo rinunciando all’idea di sviluppo illimitato, la vita può essere addirittura felice». È questo l’orizzonte culturale della Decrescita, l’ultima risposta alla degenerazione suicida del recente capitalismo consumistico, sempre più fondato sull’ideologia del Pil, dottrina «economica e mitologica» divenuta ormai «una sorta di teologia», da cui deriva la catastrofe planetaria alle porte. L’antidoto? È la Decrescita: un nuovo Rinascimento, che liberi gli individui dalla schiavitù dei consumi e dalle loro nefaste conseguenze in ogni campo: ambiente, salute, qualità della vita e dei rapporti umani.

Primo obiettivo: smascherare il falso mito dello sviluppo illimitato, fonte di tutti i nostri guai. Ma è possibile concepire un futuro senza sviluppo?«Certo. Perché non c’è alcun progresso, nello sviluppo», afferma Maurizio Pallante, ideologo italiano della Decrescita. «Il concetto di sviluppo illimitato è una mistificazione. In realtà, non può esistere nessuno sviluppo sostenibile: perché lo sviluppo è di per sé il problema, non la soluzione».

Saggista e scrittore, ecologista della prima ora, allievo dell’economista Claudio Napoleoni e fondatore con Tullio Regge del Cure, comitato per l’uso razionale dell’energia, Pallante è ora l’ispiratore in Italia del Movimento per la Decrescita Felice, proposta culturale e sociale che punta a creare riflessione, networking, comunicazione, solidarietà informata e consapevole. Una specie di rivoluzione culturale. «La Decrescita – sostiene Pallante – è davvero l’unica soluzione per guarire i mali del nostro sistema, basato sul culto del prodotto interno lordo». E spiega: «La salute dell’economia viene ancora misurata in base all’andamento del Pil, che in realtà è soltanto un indicatore del valore monetario delle merci commercializzate».

bob kennedy
"Il Pil misura di tutto, tranne quello che ci serve per essere felici", Robert Kennedy
Come disse Bob Kennedy nel 1968,«il Pil misura di tutto, tranne quello che ci serve per essere felici».

Proprio qui, alla parola “felice”, si inserisce la peculiarità italiana della Decrescita: non una nuova tendenza settaria, magari di sapore new age, ma una vera e propria ridefinizione antropologica di priorità. “A una vita fondata sul mercato dei beni di consumo e su un “fare” di origine industriale, finalizzato a “fare sempre di più” – afferma Pallante – dobbiamo prepararci a sostituire un’esistenza fondata su valori autentici, e cioè sullo scambio genuino di beni d’uso; su un “fare bene”, che innanzitutto ci dia soddisfazione e ci renda, appunto, felici”.

Sembra una sottigliezza, ma non lo è. Togliendo al mercato il suo potere mitologico, ora peraltro messo in crisi dal terremoto finanziario mondiale, e restituendo capacità e responsabilità dirette agli individui, certamente si ridurranno gli sprechi, i consumi energetici, il business del trading e i trasporti delle merci: fatalmente, si comprimerà il Pil.

Malgrado ciò – anzi, proprio per questo – si costruirà «un orizzonte pulito, abitabile, alternativo allo scempio speculativo: l’unico possibile orizzonte, ormai, nel quale sia ancora pensabile la sopravvivenza di questo pianeta».

Il nuovo movimento italiano guidato da Maurizio Pallante si collega per alcuni aspetti ad altre tendenze europee, come quella rappresentata dall’economista francese Serge Latouche, autore di analisi che negli ultimi anni hanno elaborato una severa critica nei confronti del modello occidentale basato sull’ideologia di uno sviluppo potenzialmente illimitato:

«In natura, lo sviluppo illimitato non esiste. Negli ultimi tre secoli, il mito dello sviluppo inarrestabile ha minato le risorse del pianeta. E la situazione è ulteriormente peggiorata negli ultimi quarant’anni, con l’avvento dei prodotti “usa e getta”, concepiti per durare il meno possibile e pronti per essere trasformati in rifiuti che è sempre più costoso, difficile e pericoloso smaltire: pensiamo alle discariche-colabrodo o agli inceneritori, che sono fabbriche di tumori».

terra
E' necessario invertire la rotta, o la Terra non reggerà al collasso che si profila all’orizzonte
Ora, la crisi climatica e l’implosione economica planetaria non fanno che confermare questa diagnosi: è necessario invertire la rotta, o la Terra non reggerà al collasso che si profila all’orizzonte. E dunque: via libera a fonti rinnovabili, riduzione e riciclaggio dei rifiuti, contenimento dei consumi, ritorno all’agricoltura tradizionale e promozione delle filiere corte. «Non solo: è fondamentale anche il recupero di capacità perdute, quelle che servono ad auto-produrre beni d’uso fondamentali». Per questo, il Mdf ha aperto l’Università del Saper Fare, network formativo che coordina corsi di auto-produzione che in tutta Italia radunano migliaia di neo-autoproduttori. «Ognuno, nel suo piccolo, può fare molto per ridurre costi, sprechi e inquinamento, imparando a risparmiare e condividere: fare il pane in casa può diventare innanzitutto un piacere».

La Decrescita Felice “fai da te” è il primo passo verso un network evoluto, una società più solidale e consapevole. Come quella che lascia intravedere l’associazione dei Comuni Virtuosi, che promuove progetti esemplari: grazie ai quali si migliora la qualità dei servizi in tutti i campi (energia, rifiuti) salvaguardando l’ambiente e pesando meno sul bilancio economico delle comunità. «E’ un processo complesso, una riconversione globale che richiede tempo – aggiunge Pallante – ma, proprio per questo, l’azione dei singoli può contribuire moltissimo ad accelerare i tempi, inducendo la politica a compiere finalmente le scelte giuste».

Da sempre sostenitore delle “tecnologie di armonia” al servizio dell’ambiente e grande fautore di ogni forma di prevenzione (il risparmio su tutto: meno costi, meno rifiuti, meno dispendio energetico, meno inquinamento), Pallante sintetizza in modo poetico il suo ideale di Decrescita Felice: «In fondo, si tratta si recuperare l’antico sapere dei nonni: il falso progresso l’ha scartato come obsoleto, ora invece ne sentiamo la mancanza».

terra
"E' tempo di riprendere per mano il nostro futuro, con fiducia: insieme, malgrado tutto, possiamo farcela"
Un sapere che deriva da uno stile di vita sobrio, a diretto contatto coi mezzi di produzione dei beni essenziali. «E’ un po’ la filosofia dei monaci medievali, che erano innanzitutto auto-produttori comunitari e contemplatori del loro lavoro», come spiega lo stesso Pallante ne “I monasteri del terzo millennio” (“Ricchezza ecologica”, ManifestoLibri). «Nel loro motto, “ora et labora”, il riferimento spirituale viene prima di quello materiale: un suggerimento che, a distanza di secoli, vale la pena rivalutare».

Decrescita Felice, dunque. «Per ricreare socialità, riscoprire valori essenziali, ridurre le dipendenze, gli sprechi e i costi ambientali. E migliorare la qualità della vita». Una rivoluzione culturale, ispirata dal bisogno di un nuovo umanesimo.

«Dobbiamo riappropriarci della nostra esistenza, dei nostri ritmi vitali e del destino della Terra. Ci servono nuovi strumenti pratici, nuove consapevolezze, nuovi saperi». L’obiettivo? «Essere felici, partecipi. Aderendo alla Decrescita, ognuno sa di poter cominciare a fare finalmente qualcosa di concreto, da subito, senza attendere i tempi eterni delle strategie globali».

Non è poco, in un mondo che si pretende costituito di soli numeri, di masse inerti e rassegnate di tele-consumatori dove gli individui non contano niente. Maurizio Pallante e la sua Decrescita Felice fanno mostra di ottimismo: «E’ ormai evidente a tutti che un’epoca di errori disastrosi si è conclusa. Ora è tempo di riprendere per mano il nostro futuro, con fiducia: insieme, malgrado tutto, possiamo farcela».

Come si fa a non essere ottimisti?

Fonte:

Credo sia difficile non provare ribrezzo e paura davanti a certe manifestazioni.
Per allevarsi i clienti, le catene di locali fast food aggiungono zuccheri alla carne o al pane, così rendendoli dipendenti da quella sorta di cibo. E gli spacciatori di droga si piazzano davanti ad una scuola e regalano caramelle opportunamente trattate.
Per modificare geneticamente i bambini e renderli sufficientemente cretini così da poter continuare a massacrarli non solo ora ma per saecula saeculorum, e farlo addirittura con il loro consenso entusiasta che cosa c’è di meglio di un bel trattamento del cervello?
Guardate un po’ a che punto è arrivato il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano
(
http://www.youtube.com/watch?v=BidcrAHRUCQ) e traete le vostre conclusioni.
Vi prego, mettetevi alla tastiera e scrivete due righe al direttore (direzione @museoscienza.it).
Di tanto in tanto qualcuno se la prende con me perché bisogna “infondere ottimismo” e io non lo faccio. Certo: dal punto di vista di chi ha come finalità la vendita di un prodotto, quello è l’approccio giusto. È così, infondendo ottimismo per immotivato che sia, che si acquisiscono fatturati e consensi.
Io, però, non vendo niente. Io

comunico semplicemente ciò che è impossibile non vedere nell’aria, nel cibo, nei farmaci e nei tessuti malati della gente. Io comunico quello che è il risultato di ricerche ed esperimenti che nessuno ha confutato.
Dall’altra parte, solo cialtronerie che non vanno più in là di quel “bisogna fidarsi” pronunciato senza vergogna da chi viene spacciato per uomo di scienza con la stessa disinvoltura con la quale si rifila un qualunque prodotto adulterato.
Ieri ero a Roma e, per caso, ho incontrato Piero Angela.
Confesso che non sono un suo telespettatore ma, di tanto in tanto, qualcuno mi manda qualche filmatino suo o la trascrizione di qualche sua affermazione. Da lì la mia convinzione che Angela sia in malafede, almeno quando si lancia sull’argomento dell’incenerimento dei rifiuti. Ebbene, ho sbagliato. Angela non è in malafede: semplicemente non sa di che cosa parla e non ha gli strumenti culturali per capirlo. Nel corso della breve conversazione, mi sono accorto che non conosce la differenza tra particolato biodegradabile e non biodegradabile, che non ha la minima nozione relativa alle reazioni da corpo estraneo nell’organismo, che non ha conoscenze o, forse, ha mai sentito parlare, di nanopatologie nonostante l’impegno ormai in corso da anni da parte della Comunità Europea sull’argomento.
Ebbene, queste sono le fonti del sapere popolare, quel sapere popolare occhiutamente distorto che, poi, porta ad ottenere consensi ed occasione di business.
Il mio consiglio è quello di cambiare canale quando la RAI ci ammannisce le favolette di Angela, ma temo che l’efficacia della contromisura di disinquinamento culturale che propongo sia molto modesta.
Comunque, come si fa a non essere ottimisti?


lunedì 11 maggio 2009

Piatti di plastica: ecco perché non si riciclano

Fonte:
Il recupero e il riciclo delle bottiglie di plastica sono significativamente aumentati negli ultimi anni, segno della crescente sensibilità dei cittadini. Ma dove vanno a finire invece i piatti, le posate e gli altri scarti di materiale plastico? Vengono inceneriti, semplicemente perché non classificabili come “imballaggi”.
di Virginia Greco

stoviglie plastica
Piatti, posate ed altri scarti di materiale plastico vengono inceneriti, e non riciclati, perchè non classificabili come "imballaggi"
Secondo il diciottesimo Rapporto sul Riciclaggio delle Bottiglie di Plastica stilato dal Consiglio Americano di Chimica (ACC) e dall’Associazione dei Riciclatori di Plastica (APR), negli ultimi anni si è registrato un forte incremento del recupero di imballaggi in materiale plastico: i più recenti dati relativi agli USA parlano di oltre un milione di tonnellate di bottiglie riciclate all’anno.

Al momento la percentuale di tali rifiuti recuperati è di circa il 24%, ma ci si aspetta un ulteriore aumento nel prossimo futuro, in virtù della crescente attenzione al tema da parte di consumatori e aziende specializzate nel riciclaggio. “La gente finalmente riconosce che la plastica è una risorsa troppo preziosa per essere sprecata”, afferma con soddisfazioneSteve Russel, amministratore delegato della Divisione Materie Plastiche della ACC. “Le plastiche riciclate possono essere trasformate in tantissimi utili prodotti”, aggiunge Steve Alexander, direttore esecutivo di APR, “come nuove bottiglie, tappezzerie, rivestimenti, indumenti di pile, arredi da esterni, ecc.”

Se da un lato il riciclaggio acquista terreno, lo spreco di certo non diminuisce, soprattutto in campo di imballaggi e di accessori usa e getta. Nei supermercati proliferano le monoporzioni già preparate di qualunque genere di cibo (carne, formaggi, insalate, verdure, dolci, ecc), tutte rigorosamente contenute invaschette di plastica sigillate con cellophane. In più le esigenze di risparmio di tempo di molti cittadini portano all’uso (spesso anche eccessivo e disattento) di piatti e stoviglie di plastica. Tutto questo costituisce uno spreco immane. Per quanto le tecnologie e le infrastrutture per il riciclo aumentino, nonché l’attenzione verso tale pratica, resta il fatto che non consumare affatto è meglio. Il riciclo della plastica richiede pur sempre impiego di energia, nonché emissione di gas serra, durante il processo industriale.

plastica
È preferibile acquistare alimenti sfusi e articoli di ogni genere privi di imballaggio o con involucro in carta
È dunque in ogni caso preferibile acquistare alimenti sfusi e articoli di ogni genere privi di imballaggio o con involucro in carta. Inoltre, è opportuno evitare i monodose e, soprattutto, le stoviglie usa e getta. Queste ultime sono infatti l’emblema dello spreco: non sfruttano la virtù fondamentale della plastica, ossia la resistenza nel tempo, e non vengono riciclate.

Ma perché piatti, bicchieri e posate di plastica non si riciclano?

Questa è una domanda ricorrente tra i consumatori. È forse colpa del tipo di materiale plastico usato? Dello spessore? Sono gettati via troppo sporchi?

La realtà è che si tratta solo di un problema legislativo. Le normative europea ed italiana prevedono, infatti, l’obbligo di riciclaggio solo per i prodotti in plastica che rappresentano imballaggi. E’ sancita per legge la responsabilità condivisa, in fatto di raccolta e riciclo degli imballaggi (indipendentemente dal materiale di cui sono costituiti, quindi plastiche come anche carta, cartone, alluminio, vetro, ecc.), tra i produttori e le pubbliche amministrazioni.

La normativa stabilisce, in pratica, il principio che chi inquina deve pagare, ossia deve assumersi l’onere economico del trattamento opportuno dei prodotti dopo il loro scarto. Le amministrazioni (tramite società pubblico-private ed ex municipalizzate) recuperano gli imballaggi dalle abitazioni dei singoli cittadini, dagli uffici e dai piccoli esercizi commerciali. I produttori, invece, riuniti in specifici consorzi nazionali, li raccolgono presso i grandi esercizi commerciali e le aziende. Tali consorzi versano ai Comuni un corrispettivo economico che ha lo scopo di coprire le spese legate alla raccolta differenziata e all’avvio verso il riciclo. Il recupero delle materie plastiche è di competenza del COREPLA (COnsorzio Recupero PLAstica), che confluisce insieme agli altri consorzi di filiera nel CONAI (COnsorzio NAzionale Imballaggi).

Piatti, bicchieri e posate di plastica non si riciclano, dunque, esclusivamente perché non costituiscono imballaggi, pertanto i produttori non versano per essi alcun contributo al CONAI. Ciò non impedisce alle singole amministrazioni pubbliche di recuperare le stoviglie in plastica ed avviare anch’esse al riciclo. Ma ovviamente tale processo ha un costo non indifferente che i Comuni, mancando il contributo da parte delle aziende produttrici, spesso non possono affrontare.

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Se da un lato il riciclaggio acquista terreno, lo spreco di certo non diminuisce, soprattutto in campo di imballaggi e di accessori usa e getta
A tal proposito occorre fare un’ulteriore precisazione: ciò che fa di un oggetto in plastica un imballaggio non è la materia di cui è composto o la sua forma, bensì l’uso che se ne fa. In pratica, se un produttore o un supermercato utilizzano dei comuni piatti di plastica per porci dentro una merce, che viene sigillata poi con della pellicola, tanto il piatto quanto il cellophane sono classificati come imballaggi: di conseguenza un contributo viene per essi versato al CONAI e quindi tali prodotti possono essere riciclati. Gli stessi piatti e la stessa pellicola venduti al cliente come prodotti a sé stanti, nelle proprie confezioni, non sono considerati imballaggi: dunque niente contributo e niente riciclaggio. Questa è la più chiara dimostrazione che ciò che conta non è la consistenza, lo spessore e neppure il grado di pulizia del prodotto, bensì solo l’impiego.

Quest’ultima distinzione un tempo non era presente, quindi piatti e recipienti simili erano esclusi a priori. La direttiva europea dell’11 febbraio 2004 ha invece esteso la definizione di imballaggio, per cui anche i contenitori progettati e destinati ad essere riempiti nel punto vendita sono soggetti agli obblighi di raccolta differenziata. Possono essere dunque posti nel contenitore per la plastica, oltre ai classici flaconi, barattoli e bottiglie, anche sacchetti e borse della spesa, piatti e vasetti (inclusi quelli dello yogurt), pellicole e plastiche trasparenti, reti per frutta e verdura nonché vaschette e strutture di polistirolo.

posate
Ridurre gli sprechi è meglio che riciclare: il riciclo della plastica richiede pur sempre impiego di energia, nonché emissione di gas serra
Restano ovviamente esclusi dalla raccolta penne e pennarelli, giocattoli e parti plastiche di elettrodomestici rotti, tutti i tipi di posate e… piatti e bicchieri usa e getta impiegati in casa.

È naturale che ci si chieda come possano essere nella pratica distinti i piatti e i bicchieri impiegati dai negozi come imballaggi da quelli consumati in casa. Nella maggior parte delle situazioni quelli adottati dai supermercati sono diversi, più spessi; nel caso siano esattamente uguali, la faccenda è a discrimine del Comune. È evidente che, data la sottigliezza della questione, è più probabile che tali prodotti vengano semplicemente inviati all’incenerimento.

Sarebbe forse opportuno, dunque, che si introducesse l’obbligo di pagamento dell’onere di riciclo per i produttori di stoviglie usa e getta, a prescindere dell’impiego specifico che ne verrà fatto.

Resta comunque indubbio che noi consumatori abbiamo il potere di scegliere, quindi possiamo evitare in ogni caso di ricorrere a tali utensili. E se proprio non riusciamo a farne a meno, possiamo prediligere quelli realizzati in bioplastiche, come il MAterBi e il Pla, le quali provengono da materie prime vegetali e pertanto biodegradabili tramite compostaggio (come i rifiuti organici).