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domenica 6 dicembre 2009

NOBDAY

Ecco cosa si deve inventare l'informazione italiana per far sapere
quanta gente c'era al NOBDAY

mercoledì 28 ottobre 2009

Spagna, Marinaleda: una casa per 15 euro al mese...

Fonte:http://www.terranauta.it/a1500/citta_in_transizione/spagna_marinaleda_una_casa_per_15_euro_al_mese.html

In un paesino dell'Andalusia gli abitanti hanno deciso, da anni, di lavorare tutti insieme per un'utopia di pace, uguaglianza e giustizia. Oggi ci sono lavoro e benessere, e da qualche tempo tutti possono avere una casa con un mutuo di 15€ al mese.


di
Miriam Giudici

marinaleda casitas andalusia
A Marinaleda un paesino nel cuore dell'Andalusia gli abitanti hanno scelto di vivere tutti da "protagonisti"
Sembra materiale da romanzo, oppure da articolo venato di nostalgia su una qualche comunità di sognatori dei bei tempi andati, eppure quello che accade a Marinaleda è una storia reale e di oggi.

Una storia che gli abitanti di questo paesino - meno di tremila nel cuore dell'Andalusia - hanno iniziato a scrivere, con tenacia, alla fine degli anni '70, dopo la caduta del franchismo. Una storia che hanno scelto di vivere tutti da protagonisticostruendo in prima persona una democrazia a tutto tondo, non solo politica – “vado a votare ogni quattro anni, e tanti saluti” - ma sociale ed economica, perché tutti contano allo stesso modo nelle scelte comuni e la ricchezza individuale non è base per discriminazioni.

Si potrebbe cominciare a raccontare questa storia dalle sue ultime battute e meravigliarsi, mentre intorno il resto della Spagna fronteggia la crisi economica e immobiliare, a Marinaleda i cantieri sono in piena attività. Si costruiscono case. Case per tutti.

La ricetta è questa: sono i cittadini stessi a costruire gli immobili, con 420 giornate di lavoro e contraendo un mutuo di 15€ al mese per 133 anni; lavorano sotto la direzione di esperti e operai professionisti messi a disposizione dal Comune, con materiali forniti dal Comune, su un terreno che il Comune ha ceduto gratis, perché sul terreno non si specula, ma lo si mette a disposizione di chi può abitarci, lavorarci e trasformarlo in ricchezza.

marinaleda cantiere cittadini
Sono i cittadini stessi a costruire gli immobili, con 420 giornate di lavoro e contraendo un mutuo di 15€ al mese per 133 anni
E in questo modo entro i prossimi tre anni, si prevede, avranno trovato casa cinquecento famiglie.

Da questo strabiliante risultato, poi, si potrebbe dare un'occhiata alla storia passata, per provare a capire come mai questo piccolo miracolo si sia potuto concretizzare così.

E si scopre che questa storia collettiva però un po' ce l'ha, un personaggio che spicca, un protagonista, si chiama Juan Manuel Sanchez Gordillo, alcalde (sindaco) di Marinaleda fin dalle sue prime libere elezioni del 1979.

Un esponente della sinistra anticapitalista e libertaria per cui i cittadini hanno votato compatti per trent'anni, che ha speso i primi otto anni del suo mandato nel guidare la popolazione a riappropriarsi delle terre dei latifondisti per creare lavoro e ricchezza.

Juan Manuel Sanchez Gordillo sindaco marinaleda
Il sindaco Juan Manuel Sanchez Gordillo è il vero protagonista di questa politica
Combattute e vinte queste lotte, Gordillo ha puntato tutto sull'allargare il più possibile la partecipazione alla gestione della cosa pubblica; insieme si lavora nei campi, nelle cooperative, nelle fabbriche e nei cantieri e insieme si prendono le scelte in più di quaranta assemblee pubbliche l'anno.

Qualcuno lo chiama comunismo e qualcuno accusa Gordillo di essere una sorta di Hugo Chavez locale, saldamente al potere da decenni e costantemente impegnato a indottrinare il popolo.

Ma intanto i media hanno scoperto Marinaleda, molti italiani ne hanno sentito parlare recentemente grazie al magazine Mediterraneo del Tg3 e persino il New York Times se ne è occupato.

E, soprattutto, Marinaleda da piccola e bizzarra comunità di nostalgici socialisti si è trasformata in un motivo di riflessione per gli spagnoli tutti, che vivono in un Paese dove gli ultimi quindici anni di speculazione immobiliare hanno lasciato quattro milioni di case vuote e due milioni di persone che un tetto sulla testa ce l'hanno a stento.

La crescita verniciata di verde

Fonte:


Marco Cedolin
L’importanza del business ecologico, quale fonte di facile profitto e altrettanto facile costruzione di popolarità politica, continua a diventare ogni giorno più evidente. Lo hanno compreso perfettamente i grandi e piccoli leader politici, impegnati ormai da qualche tempo a dipingere di un’improbabile tinta verde i propri programmi elettorali e le proprie azioni, pur continuando senza posa nella sistematica devastazione dell’ambiente. Così come lo hanno capito le grandi industrie ed i grandi gruppi legati all’energia che pur portando avanti politiche ambientalmente criminali, vengono rappresentati dai giornalisti e pubblicitari al proprio servizio, in TV e sulla carta stampata, sotto forma di aziende interessate in primo luogo alla tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini.

Proprio il comparto dell’energia e quello dei trasporti, intimamente legati fra loro, sono risultati essere fra i più sensibili al canto delle “sirene ambientaliste”, arrivando a produrre ossimori e cortocircuiti logici di ogni sorta. Questo poiché i dogmi della crescita e dello sviluppo impongono il consumo di quantità sempre crescenti di energia e solamente attraverso l’illusione che tale energia possa venire prodotta in quantità pressoché illimitata e con scarse ricadute in termini d’inquinamento ambientale, si riuscirà a veicolare nell’immaginario collettivo il convincimento che sia possibile continuare a procedere all’infinito sulla strada intrapresa.

All’interno di questa scuola di pensiero sono molti i casi di mistificazioni macroscopiche, attraverso le quali si è inteso creare patenti di “sostenibilità ecologica” nei confronti di strumenti che risultano privi di qualunque presupposto volto a meritarle. Basti pensare ai
forni inceneritori a recupero energetico spacciati come un metodo “pulito” attraverso il quale produrre energia tramite i rifiuti, nonostante risultino essere strumenti di morte tanto dannosi per la salute quanto insostenibili dal punto di vista economico. Alle centrali nucleari, ai treni ad alta velocità, alle centrali a carbone "pulito" ed a quelle turbogas. Tutte tecnologie altamente impattanti, presentate come la nuova frontiera dell’ambientalismo, dopo essere state ricoperte di una mano di vernice verde.

Nonostante l’opera di tinteggiatura e la ridda di mistificazioni messe in atto, continua però a risultare evidente l’assoluta inadeguatezza degli strumenti esistenti, nel garantire la progressiva crescita delle risorse energetiche a disposizione nei decenni futuri, anche a fronte del possibile esaurimento dei giacimenti petroliferi. Ecco allora fuoriuscire come d’incanto dal cilindro del prestigiatore tutta una serie di progetti più o meno fantascientifici, più o meno realizzabili, più o meno aderenti alla realtà, che infarciscono le pagine dell’informazione, promettendo al lettore per il prossimo futuro energia a iosa, pulitissima ed eterna.
Dal momento che ai tinteggiatori del futuro la fantasia non manca, l’elenco si manifesta lungo ed assai variegato e spazia dalla
centrale eolica (grande quanto il Galles) da posizionare nel deserto del Sahara, che al modico costo di 50 miliardi di euro sarebbe in grado d’illuminare l’intera Europa, alla cittàZiggurat in grado di ospitare un milione di persone all’interno di soli 2,3 chilometri quadrati, alle navi robotizzate che dovrebbero risolvere il problema del riscaldamento globale attraverso l’irrorazione delle nuvole con acqua marina, fino a giungere al progetto del "traffico rinnovabile" prodotto dalla società israeliana Innowattech.

Quest’ultimo, consistente nell’impiego di generatori piezoelettrici che affogati nell’asfalto delle autostrade sfrutterebbero l’energia meccanica determinata dal passaggio delle automobili e dei mezzi pesanti, producendo in questo modo energia elettrica, merita un’attenzione particolare.
I dati diffusi dalla stessa Innowattech, relativi alla possibilità di produrre, quando c’è gran traffico, circa 100 kW all’ora per ogni km di corsia autostradale, non significano infatti nulla, non potendo essere letti in funzione del costo al km dell’impianto e dei dati relativi al carico economico determinato dalla manutenzione ed alla frequenza della stessa, che al momento risultano sconosciuti. Ma la natura del progetto sembra calzare davvero a pennello per i sogni di tutti coloro che sono impegnati a dipingere di verde la macchina della crescita e potrebbero “finalmente” costruire dappertutto autostrade e tangenziali a 6, 8 o 12 corsie, sulle quali far correre milioni di autovetture e mezzi pesanti, raccontando che lo stanno facendo unicamente per il bene dell’ambiente. Proprio l’equilibrio ambientale dovrebbe infatti trarre enormi benefici, insieme all’economia, dalla produzione di così tanta “energia pulita” che scorreva dinanzi ai nostri occhi senza che ce ne fossimo mai accorti, impegnati com’eravamo ad osservare unicamente il mare di petrolio necessario a muovere quegli stessi milioni di autoveicoli. Un mare di petrolio senza il quale però i generatori piezoelettrici della Innowattech non potrebbero accendere neppure una lampadina, facendo si che scrostata la mano di vernice si finisca per ritornare al punto di partenza, laddove giace senza vita e senza senso il mito defunto della crescita infinita.
L’unica strada praticabile ha una sola corsia ed è anche a senso unico: ridurre la movimentazione schizofrenica delle merci e delle persone ed adottare sempre più massicciamente la filosofia del km zero, l’unica che permetta di accendere sempre e comunque la lampadina del buon senso.

lunedì 26 ottobre 2009

Saviano: La camorra alla conquista dei partiti in Campania

Fonte:
di Roberto Saviano, da Repubblica, 24 ottobre 2009

Quando un'organizzazione può decidere del destino di un partito controllandone le tessere, quando può pesare sulla presidenza di una Regione, quando può infiltrarsi con assoluta dimestichezza e altrettanta noncuranza in opposizione e maggioranza, quando può decidere le sorti di quasi sei milioni di cittadini, non ci troviamo di fronte a un'emergenza, a un'anomalia, a un "caso Campania". Ma al cospetto di una presa di potere già avvenuta della quale ora riusciamo semplicemente a mettere insieme alcuni segni e sintomi palesi.

Sembra persino riduttivo il ricorso alla tradizionale metafora del cancro: utile, forse, soprattutto per mostrare il meccanismo parassitario con cui avviene l'occupazione dello Stato democratico da parte di un sistema affaristico-politico-mafioso. Ora che le organizzazioni criminali decidono gli equilibri politici, è la politica ad essere chiamata a dare una risposta immediata e netta. Nicola Cosentino, attuale sottosegretario all'Economia e coordinatore del Pdl in Campania, fino a qualche giorno fa era l'indiscusso candidato alla presidenza della Regione. Nicola Cosentino, detto "o'mericano", è stato indicato da cinque pentiti come uomo organico agli interessi dei Casalesi: tra le deposizioni figurano quelle di Carmine Schiavone, cugino di Sandokan, nonché di Dario de Simone, altro ex capo ma soprattutto uno dei pentiti che si sono rivelati fra i più affidabili al processo Spartacus.

Per ora non ci sono cause pendenti sulla sua testa e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sono al vaglio della magistratura. Nicola Cosentino si difende affermando di non poter essere accusato della sua nascita a Casal di Principe, né dei legami stretti anni fa da alcuni suoi familiari con esponenti del clan. Però da parte sua sono sempre mancate inequivocabili prese di distanza e questo, in un territorio come quello casertano, sarebbe già stato sufficiente per tenere sotto stretta sorveglianza la sua carriera politica. Invece l'ascesa di Cosentino non ha trovato ostacoli: da coordinatore provinciale a coordinatore regionale, da candidato alla Provincia di Caserta a sottosegretario dell'attuale governo. E solo ora che aspira alla carica di Governatore, finalmente qualcuno si sveglia e si chiede: chi è Nicola Cosentino? Perché solo ora si accorgono che non è idoneo come presidente di regione?

Perché si è permesso che l'unico sviluppo di questi territori fosse costruire mastodontici centri commerciali (tra cui il Centro Campania, uno dei più grandi al mondo) che sistematicamente andavano ad ingrassare gli affari dei clan. Come ha dichiarato il capo dell'antimafia di Napoli Cafiero de Raho "è stato accertato che sarebbe stato imposto non solo il pagamento di tangenti per 450 mila euro (per ogni lavoro ndr) ma anche l'affidamento di subappalti in favore di ditte segnalate da Pasquale Zagaria". Lo stesso è accaduto con Ikea, che come denunciato al Senato nel 2004 è sorto su un terreno già confiscato al capocamorra Magliulo Vincenzo, e viene dallo Stato ceduto ad una azienda legata ai clan. Nulla può muoversi se il cemento dei clan non benedice ogni lavoro.

Secondo Gaetano Vassallo, il pentito dei rifiuti facente parte della fazione Bidognetti, Cosentino insieme a Luigi Cesaro, altro parlamentare Pdl assai potente, in zona controllava per il clan il consorzio Eco4, ossia la parte "semilegale" del business dell'immondizia che ha già chiesto il tributo di sangue di una vittima eccellente: Michele Orsi, uno dei fratelli che gestivano il consorzio, viene freddato a giugno dell'anno scorso in centro a Casal di Principe, poco prima che fosse chiamato a testimoniare a un processo. Il consorzio operava in tutto il basso casertano sino all'area di Mondragone dove sarebbe invece - sempre secondo il pentito Gaetano Vassallo - Cosimo Chianese, il fedelissimo di Mario Landolfi, ex uomo di An, a curare gli interessi del clan La Torre. Interessi che riguardano da un lato ciò che fa girare il danaro: tangenti e subappalti, nonché la prassi di sversare rifiuti tossici in discariche destinate a rifiuti urbani, finendo per rivestire di un osceno manto legale l'avvelenamento sistematico campano incominciato a partire dagli anni Novanta. Dall'altro lato assunzioni che garantiscono voti ossia stabilizzano il consenso e il potere politico.

Districare i piani è quasi impossibile, così come è impossibile trovare le differenze tra economia legale e economia criminale, distinguere il profilo di un costruttore legato ai clan ed un costruttore indipendente e pulito. Ed è impossibile distinguere fra destra e sinistra perché per i clan la sola differenza è quella che passa tra uomini avvicinabili, ovvero uomini "loro", e i pochi, troppo pochi e sempre troppo deboli esponenti politici che non lo sono. E, infine, è pura illusione pensare che possa esistere una gestione clientelare "vecchia maniera", ossia fondata certo su favori elargiti su larga scala, ma aliena dalla contaminazione con la camorra. Per quanto Clemente Mastella possa dichiarare: "Io non ho nessuna attinenza con i clan e vivo in una provincia dove questo fenomeno non c'è, o almeno non c'era fino a poco fa", sta di fatto che un filone dell'inchiesta sullo scandalo che ha investito lui, la sua famiglia e il suo partito sia ora al vaglio dell'Antimafia. I pubblici ministeri starebbero indagando sul business connesso alla tutela ambientale; si ipotizza il coinvolgimento oltre che degli stessi Casalesi anche del clan Belforte di Marcianise. Il tramite di queste operazioni sarebbe Nicola Ferraro, anch'egli nativo di Casal di Principe, consigliere regionale dell'Udeur, nonché segretario del partito in Campania. Di Ferraro, imprenditore nel settore dei rifiuti, va ricordato che alla sua azienda fu negato il certificato antimafia; ciò non gli ha impedito di fare carriera in politica. E questo è un fatto.

Di nuovo, non è l'aspetto folkloristico, la Porsche Cayenne comprata dal figlio di Mastella Pellegrino da un concessionario marcianisano attualmente detenuto al 416-bis, a dover attirare l'attenzione. L'aspetto più importante è vedere cos'è stato il sistema Mastella - un sistema che per trent'anni ha rappresentato la continuità della politica feudale meridionale - e che cosa è divenuto. Oggi, persino se le indagini giudiziarie dovessero dare esiti diversi, non si può fingere di non vedere che Ceppaloni confina con Casal di Principe o vi si sovrappone. E il nome di Casale qui non ha valenza solo simbolica, ma è richiamo preciso alla più potente, meglio organizzata e meglio diversificata organizzazione criminale della regione.

Per la camorra - abbiamo detto - destra e sinistra non esistono. Il Pd dovrebbe chiedersi, ad esempio, come è possibile che in un solo pomeriggio a Napoli aderiscano in seimila. Chi sono tutti quei nuovi iscritti, chi li ha raccolti, chi li ha mandati a fare incetta di tessere? Da chi è formata la base di un partito che a Napoli e provincia conta circa 60.000 tesserati, 10.000 in provincia di Caserta, 12.000 in quella di Salerno, 6.000 ciascuno nelle restanti province di Avellino e Benevento? Chiedersi se è normale che il solo casertano abbia più iscritti dell'intera Lombardia, se non sia curioso che in alcuni comuni alle recenti elezioni provinciali, i voti effettivamente espressi in favore del partito erano inferiori al numero delle tessere. Perché la dirigenza del Pd non è intervenuta subito su questo scandalo?

Che razza di militanti sono quelli che non vanno a votare, o meglio: vanno a votare solo laddove il loro voto serve? E quel che serve, probabilmente, è il voto alle primarie, soprattutto nella prima ipotesi che fosse accessibile solo ai membri tesserati. Questo è il sospetto sempre più forte, mentre altri fatti sono certezza. Come la morte di Gino Tommasino, consigliere comunale Pd di Castellammare di Stabia, ucciso nel febbraio dell'anno scorso da un commando di cui faceva parte anche un suo compagno di partito. O la presenza al matrimonio della nipote del ex boss Carmine Alfieri del sindaco di Pompei Claudio d'Alessio.

L'unica cosa da fare è azzerare tutto. Azzerare le dirigenze, interrompere i processi di selezione in corso, sia per la candidatura alla Regione che per le primarie del Pd, all'occorrenza invalidare i risultati. Non è più pensabile lasciare la politica in mano a chi la svende a interessi criminali o feudali. Non basta più affidare il risanamento di questa situazione all'azione del potere giudiziario. Non basterebbe neppure in un Paese in cui la magistratura non fosse al centro di polemiche e i tempi della giustizia non fossero lunghi come nel nostro. È la politica, solo la politica che deve assumersi la responsabilità dei danni che ha creato. Azzerare e non ricandidare più tutti quei politici divenuti potenti non sulle idee, non su carisma, non sui progetti ma sulle clientele, sul talento di riuscire a spartire posti e quindi ricevere voti.

Mentre la politica si disinteressava della mafia, la mafia si è interessata alla politica cooptandola sistematicamente. Ieri a Casapesenna, il paese di Michele Zagaria, è morto un uomo, un politico, il cui nome non è mai uscito dalle cronache locali. Si chiamava Antonio Cangiano, nel 1988 era vicesindaco e si rifiutò di far vincere un appalto a un'impresa legata al clan. Per questo gli tesero un agguato. Lo colpirono alla schiena, da dietro, in quattro, in piazza: non per ucciderlo ma solo per immobilizzarlo, paralizzarlo. Tonino Cangiano ha vissuto ventun'anni su una sedia a rotelle, ma non si è mai piegato. Non si è nemmeno perso d'animo quando tre anni fa coloro che riteneva responsabili di quel supplizio sono stati assolti per insufficienza di prove.

Se la politica, persino la peggiore, non vuole rassegnarsi ad essere mero simulacro, semplice stampella di un'altra gestione del potere, è ora che corra drasticamente ai ripari. Per mero istinto di sopravvivenza, ancora prima che per "questione morale". Non è impossibile. O testimonia l'immagine emblematica e reale di Tonino che negli anni aveva dovuto subire numerosi e dolorosi interventi terminati con l'amputazione delle gambe, un corpo dimezzato, ma il cui pensiero, la cui parola, la cui voglia di lottare continuava a prendersi ogni libertà di movimento. Un uomo senza gambe che cammina dritto e libero, questo è oggi il contrario di ciò che rappresentano il Sud e la Campania. È ciò da cui si dovrebbe finalmente ricominciare.

domenica 25 ottobre 2009

Grande opera di buon senso

Fonte:

di Domenico Finiguerra

Cassinetta di Lugagnano da oltre 7 anni si batte per evitare il saccheggio del territorio e la cementificazione che spesso (anzi, sempre) segue la realizzazione di grandi e faraoniche opere pubbliche.

Ma quella che verrà proposta giovedì 29 ottobre presso il Palazzo Comunale è una grande opera di buon senso, ideata da un cittadino milanese virtuoso, Giovanni Gronda. Una grande opera di buon senso che in quanto tale, evidentemente, non suscita gli stessi entusiasmi nella classe politica che adora Ponti, Tunnel, Tangenziali, Autosrade, Poli logistici.

Dal Lago Maggiore al Lago di Como, passando da Cassinetta di Lugagnano…

Proviamo a lanciarla, chissà che qualche sottosegretario o assessore provinciale o regionale, tra uno svincolo autostrale e una galleria di base, non trovi il tempo di occuparsi di una proposta semplice, ecologica, umana…

La “GRANDEGRONDA”, il progetto di un completo percorso ciclabile che, sfruttando buona parte dei tracciati già esistenti, permette di collegare il Lago Maggiore con il Lago di Como passando per il centro di Milano, coinvolgendo ben trenta comuni lombardi:

Sesto Calende, Somma Lombardo, Vizzola Ticino, Nosate, Turbigo, Boffalora sopra Ticino, Robecco sul Naviglio, Cassinetta di Lugagnano, Albairate, Cisliano, Bareggio, Cornaredo, MILANO, Vimodrone, Cernusco sul Naviglio, Cassina de’ Pecchi, Gorgonzola, Bellinzago Lombardo, Inzago, Cassano d’Adda, Vaprio d’Adda, Trezzo sull’Adda, Cornate d’Adda, Paderno d’Adda, Robbiate, Imbersago, Brivio, Olginate, Vercurago, LECCO

Il percorso, di 170 km, si sviluppa su percorsi ciclabili già tracciati lungo fiumi e canali lombardi (Ticino, Naviglio Grande, Canale Scolmatore, Martesana e Adda), ma attualmente risulta interrotto solo in brevi tratti.

Lo scopo del progetto, quindi, è riuscire a rendere davvero fruibili questi 170 chilometri per i ciclisti, creando così le condizioni affinchè il tragitto sia “sfruttabile” dal punto di vista ciclo-turistico: opere idriche, canali, fiumi, laghi, parchi, opere di Leonardo e dell’ingegno lombardo, ville, giardini e cascine sono alcune delle bellezze che rendono vario e interessante il percorso.

mercoledì 21 ottobre 2009

La Marcegaglia ha perso le staffe

Fonte:


Marco Cedolin
Posta di fronte alle "belle parole" pronunciate ieri dal ministro Tremonti, riguardo al valore della stabilità nel lavoro, come contraltare della flessibilità che limita le prospettive dei lavoratori, nuoce alla famiglia e mina la stabilità sociale, Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, a capo di un impero industriale (e non solo) il cui fatturato è superiore al PIL di molti stati africani, si è ritrovata in palese difficoltà.
Difficoltà che è andata aumentando a seguito dell’appoggio dato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (da lei stessa invitato pochi giorni fa nel continuare serenamente il proprio lavoro fino alla fine della legislatura) alle parole di Tremonti e dalla disponibilità offerta dalla
CGIL all’apertura di un tavolo di confronto con il governo, all’interno del quale affrontare questi temi senza perdere altro tempo.

Visibilmente contrariata da tanti atti di lesa maestà, più che seriamente preoccupata delle conseguenze di quelle che con tutta probabilità resteranno solo parole, Emma Marcegaglia, vera rappresentante di quella grande imprenditoria parassitaria che da 60 anni in Italia costruisce profitti miliardari socializzando le perdite e privatizzando gli utili, trovando anche il tempo per accumulare processi, condanne e patteggiamenti, è sbottata producendosi in esternazioni di fantasia non proprio aderenti alla realtà.

“Riteniamo che la cultura del posto fisso è un ritorno al passato non possibile, che peraltro in questo Paese ha creato problemi”. Così ha esordito la Marcegaglia, evidentemente abituata a giudicare ciò che è giusto o sbagliato unicamente sulla base dei propri interessi, nonché intenzionata a considerare quelli che eventualmente sono suoi problemi come “problemi del paese”.
Per poi aggiungere
“Ovviamente nessuno è a favore della precarietà e insicurezza in un momento come questo, in particolare. Però noi siamo per la stabilità delle imprese e dei posti di lavoro che peraltro non si fa per legge”. Senza darci modo di comprendere per quale arcana ragione la precarietà costruita ad hoc attraverso le leggi Treu e Biagi, non potrebbe venire smantellata con gli stessi strumenti con cui è stata realizzata.
E ancora
“Serve una flessibilità regolata e tutelata come quella fatta con Treu e Biagi che ha creato 3 milioni di posti di lavoro”. Sarebbe interessante a questo proposito essere ragguagliati dalla presidente di Confindustria in merito alle tutele introdotte dalle leggi Treu e Biagi, oltre che in merito alla “qualità” di quei 3 milioni di posti di lavoro interinali creati, che hanno determinato la perdita di una quantità almeno doppia di posti di lavoro “decenti” a tempo indeterminato.
Per poi concludere con l’ormai abituale richiesta di prebende, sussidi e danaro pubblico da gettare nel buco nero della cassa integrazione
“Noi siamo quindi dell'idea che bisogna investire in ammortizzatori, formazione e in un migliore incontro tra domanda e offerta come indicato nel libro bianco del ministro Sacconi”.
Brutte parole insomma, che a conti fatti peseranno certamente molto più di quelle di Tremonti, dal momento che la grande imprenditoria parassitaria ed i think thank ad essa collegati, continuano a dirigere l’operato delle marionette politiche, identificando i propri interessi con quelli del Paese, a palese dimostrazione di quale sia in realtà l’unico interesse che conta.

lunedì 19 ottobre 2009

Anche le Iene non ridono più

Fonte:
di Peter Gomez, da Il Fatto 18 ottobre 2009

C’erano una volta le Iene, un gruppo di ragazzacci che osava ridere in faccia a Berlusconi, mostrare il razzismo della Lega e sbeffeggiare le leggi ad personam. C’erano, ma non ci sono più.

Oggi la trasmissione diretta da Davide Parenti, coautore con Antonio Ricci degli show-cult degli anni 80, è solo l’ombra del suo passato. È in crisi di ascolti, di creatività.

E, quel che è peggio, è costretta a fermarsi persino davanti a onorevoli di seconda fila, come Gabriella Carlucci.

È successo martedì scorso quando, dopo una serie di telefonate con i vertici Mediaset, non è andato in onda un servizio che raccontava come l’ex conduttrice fosse stata condannata a pagare 10 mila euro di stipendio arretrato alla sua portaborse parlamentare. Stessa sorte era toccata, un mese fa, a un pezzo sull’immigrazione che metteva in imbarazzo il ministro Roberto Maroni.

Per questo, Fedele Confalonieri e Silvio Berlusconi, che fino a ieri citavano le Iene e Enrico Mentana come la prova della libertà di mediaset, oggi parlano d’altro. Le foglie di fico non servono più. Il regime non si nasconde per farsi accettare, ma in televisione mostra il volto peggiore per far paura. I tempi, insomma, sono cambiati. Anche nel 2001 il premier era sotto processo per corruzione. Anche allora c’era un giornalista che pedinava un magistrato considerato nemico del gruppo.

Era la Iena Alessandro Sortino. Ma non seguiva Ilda Boccassini, per mostrare le sue calze o per insinuare che fosse “strana”. Lo faceva per dimostrare che era indifesa e per criticare la scelta del Governo di togliere la scorta a un pm antimafia che aveva osato mettersi contro Berlusconi.

Cose di un altro mondo. Allora i vertici mediaset tolleravano che il solito Sortino inchiodasse il senatore Cirami all’omonima legge ad personam o il ministro Lunardi al suo conflitto d’interessi. Adesso è più probabile vedere una Iena sulla luna che davanti al ministro Angelino Alfano per parlare del suo Lodo. Anche allora Berlusconi inondava l’Italia di propaganda, ma il Trio Medusa osava chiedergli conto del celebre “Presidente operaio”, per poi ridergli in faccia. Anche allora l’onorevole Carlucci ebbe un corpo a corpo con il Trio. Ma quello andò in onda.

Come si è arrivati a questo punto? Per capirlo bisogna ricostruire l’escalation delle censure, partendo dalla prima. Quella subita dal programma nel 2001, quando Marco Tronchetti Provera, per fare un favore a Berlusconi, soffoca nella culla “La 7” che minaccia di danneggiare gli ascolti di Mediaset. Le Iene riprendono Tronchetti mentre balbetta improbabile giustificazioni. Il pezzo però viene fermato. In redazione si mugugna, ma si decide di lasciar correre. Così la situazione peggiora. Tanto che, quattro anni dopo, si arriva a una silenziosa protesta. Quando a essere bloccato è un servizio su Francesco Storace, le Iene si riuniscono a Roma e stipulano una sorta di patto: non diciamo niente, ma questa è l’ultima censura. Era invece l’’inizio della fine.

Oggi il Trio Medusa e Sortino non ci sono più. Alla Iena rossa, nel 2007, i vertici Mediaset avevano cancellato un servizio su Mastella e lui se ne è andato. Confalonieri, infatti, non ha voluto sentir ragioni nonostante che proprio Sortino fosse stato diffamato dal figlio di Mastella con false insinuazioni sulla sua carriera. A Segrate, del resto, Mastella è un intoccabile. Lo sa anche Enrico Lucci che, già prima di Sortino, ha dovuto ingoiare la censura di un pezzo sul medesimo politico. Il perché lo dice la cronaca. Mastella in quei mesi stoppa la legge Gentiloni sulle tv e poi fa cadere il governo Prodi. Una scelta politica, ovviamente. La decisione di un uomo, oggi eurodeputato Pdl, che dice con orgoglio: “Confalonieri? È uno dei miei migliori amici”. E chi trova un amico (di Confalonieri) trova un tesoro. Anche alle Iene.

Le merci non salgono sul treno

Fonte:

In Italia, nonostante i proclami e le ipotesi di fantasia, negli ultimi anni le merci “sul treno” continuano a non salire: la percentuale di quelle trasportate su ferrovia nel nostro paese è del 9,9% , nettamente inferiore a quella degli altri paesi europei. Questo, sostanzialmente, a causa dell’assoluta mancanza di volontà, da parte delle Ferrovie di Stato, di costruire un servizio di trasporto merci efficiente, che sia in grado di rivelarsi competitivo rispetto alla gomma.


di
Marco Cedolin

treni
In Italia negli ultimi anni le merci “sul treno” continuano a non salire
L’aspirazione di spostare la movimentazione di una parte delle merci circolanti in Italia dalla gomma al ferro è stata, nell’ultimo decennio, un proposito tanto propagandato (dalle fonti più svariate) quanto scarsamente messo in pratica.

La velleità di operare il trasferimento modale gomma/ferro è stata il cavallo di battaglia usato dalle FS di Moretti (con la complicità di alcune associazioni ambientaliste) per tentare di giustificare la costruzione di nuove linee ferroviarie per i treni ad alta velocità. Linee pagate a peso d’oro, sulle quali (Moretti lo sa bene) le merci non transiteranno mai per tutta una serie di ragioni tecniche economiche e logistiche.

Il trasferimento modale gomma/ferro è stato il fulcro intorno al quale, attraverso il Libro Bianco dei trasporti del 2001, la UE ha costruito la politica dei trasporti dei decenni futuri, costituita da un lungo elenco di cementificazioni indiscriminate, unito a qualche soluzione interessante concernente il migliore sfruttamento delle vie d’acqua.

In Italia, nonostante i proclami e le ipotesi di fantasia, negli ultimi anni le merci “sul treno” continuano a non salire, anzi sembrano perfino scendere in maniera sempre più marcata, come accaduto in Sardegna dove dallo scorso 24 luglio è stato soppresso il servizio di trasporto merci (treno più nave) da e per l’isola, consegnando di fatto l’intero traffico merci nelle mani delle ditte di autotrasporto privato e compromettendo il futuro di oltre 300 lavoratori.

treno merci
La percentuale delle merci trasportate su ferrovia nel nostro paese è del 9,9%, nettamente inferiore a quella degli altri paesi europei
Un recente articolo comparso su Repubblica, all’interno del quale viene annunciata la due-giorni dal titolo “Mercintreno” che Federmobilità organizzerà a Roma il 19 e 20 novembre, fotografa in maniera abbastanza corretta la situazione.

La percentuale delle merci trasportate su ferrovia nel nostro paese è del 9,9%, nettamente inferiore a quella degli altri paesi europei (Inghilterra 11,8%, Francia 15,7%, Germania 21,4%, media europea intorno al 17%) e risulta essere progressivamente in calo.

Questo, sostanzialmente, a causa dell’assoluta mancanza di volontà da parte delle Ferrovie di Stato di costruire un servizio di trasporto merci efficiente, che sia in grado di rivelarsi competitivo rispetto alla gomma consentendo alla ferrovia di raggiungere il 20/25% dell’intero volume di merci trasportate, limite massimo raggiungibile secondo il parere degli esperti per il trasporto merci su ferro in Italia, a fronte di un’offerta di servizio ottimale.

Assoluta mancanza di volontà che, nonostante convegni e seminari organizzati sulla falsariga di “Mercintreno” tentino in qualche misura di offrire spunti in direzione differente, sembra perdurare anche in propensione futura all’interno delle FS.

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L’efficienza del servizio merci prescinde completamente dai progetti concernenti l’alta velocità
Anche se le prospettive non sembrano certo rosee, non ci resta comunque che auspicare un profondo ripensamento da parte diMoretti riguardo all’impegno da profondere nella costruzione di un servizio merci efficiente e competitivo.

Ci preme però sottolineare come l’efficienza del servizio merci prescinda completamente dai progetti concernenti l’alta velocità altrimenti si finisce per fare confusione, correndo il rischio di equivocare, così come intervistato nel succitato articolo di Repubblica, ha evidentemente equivocato il responsabile trasporti di Legambiente Edoardo Zanchini. Quando afferma “in Italia non si è fatto e non si fa nulla. La Francia ha invece intenzione di investire sulle merci per ferrovia, tanto che alcuni treni Tgv sono stati appositamente adibiti per garantire alle derrate stesse viaggi rapidi ed efficienti.”

Per onore d’informazione occorre infatti ricordare, a Legambiente ed a Zanchini, come sia le zucchine che i container non hanno certo necessità di viaggiare ai 300 km/h, bensì di essere gestiti durante l’intera loro movimentazione in maniera efficiente, sicura e puntuale. E come (documentato in articolo della stessa Repubblica) l’azienda ferroviaria francese Sncf, da lui presa a mo di esempio, si trovi attualmente in gravi ambasce proprio a causa della mancanza di utili derivanti dall’alta velocità.

Gravi ambasce che sembra non le permettano di rinnovare, come sarebbe invece necessario, il materiale rotabile relativo ai Tgv e si trovi pertanto al momento indisponibile ad ospitare sugli stessi Tgv derrate alimentari di qualsivoglia sorta.

La saga del giornalismo vendicativo

Fonte:

19 ottobre 2009
Fermi tutti. C’è un nuovo scoop. Il Giornale di Vittorio Feltri ha “scoperto” cheCorrado Augias è stato una spia dei servizi cecoslovacchi fra il 1963 e il 1967. E così arrivano in pagina non uno ma ben due articoli, ben due puntate per indagare i segreti della fonte “Donat”, informatore coltivato al servizio del patto di Varsavia. La storia è così splendidamente ridicola, che meriterebbe di essere approfondita. A distanza di quarantanni, vicende come questa – lo abbiamo visto con il dossierMitrokhin – diventano paradossi storiografici, melma, falsi d’autore, indistinguibili miscele di verità e menzogna. Spesso una spia che vuole mettere una cena in nota spese si inventa una fonte. Dopo mezzo secolo la velina di quella cena salta fuori da un archivio o da una latrina, ed ecco che qualcuno si ritrova nel tritacarne.

Quello che mi interessa di più, però, è il fatto che si sia aperto un ulteriore capitolo nella recente saga che segna il passaggio dal giornalismo “investigativo” al giornalismo “vendicativo”. Non più un giornalismo che scrive le notizie perché le trova, o perché i fatti accadono, ma un giornalismo che deve cercare i fatti, farli accadere, riciclarli (o in casi estremi inventarli) perché c’è l’esigenza di colpire qualcuno. La casistica si allunga ogni giorno: Vittorio Feltri arriva al
Giornale ad agosto e apre le danze mettendo nel mirino il direttore di Avvenire Dino Boffo. Si scrive che è stato condannato per molestie e sospetto di omosessualità (non importa quando. Adesso torna utile dirlo). Ma quale è il suo peccato? Aver permesso che su Avvenire (che pure era di centrodestra!) si affacciasse qualche timida critica al premier. Il secondo atto è stato l’attacco al direttore di La Repubblica Ezio Mauro. Ha comprato o no una casa pagando una parte del suo acquisto in nero? Allora vada alla sbarra pure lui: il suo giornale è uno di quelli che ha scritto male del premier. E il giudice Mesiano? Si è permesso o no di esprimere un verdetto ostile al Cavaliere? Nella sua città precipitano gli angeli sterminatori del giornalismo vendicativo, e iniziano a setacciare tutto, dall’anagrafe alla barberia dove il magistrato si va a tagliare i capelli, alla ricerca di una pistola fumante.

Adesso si è arrivati ad Augias, nemmeno fosse
la Talpa di Le Carrè. Ma non tiene la rubrica della posta sul quotidiano di Largo Fochetti questo signore? Dunque anche lui è colpevole. Il giornalismo vendicativo è un genere sporco, e questo lo capiscono anche i sassi. E poi magari Augias è anche il padre della moglie, di quel giornalista di Mediaset – Pietro Suber - che si è permesso di dimettersi dal Cdr, dopo le meravigliose inchieste di Mattino 5. Dunque uno che va punito per almeno due buoni motivi. Non è un caso che, sia sul Giornale che a Mediaset, le operazioni siano spesso gestite da persone esterne alle redazioni. Spesso qualcuno prepara la polpetta, e poi la polpetta vaga da una scrivania all’altra, viene passata alle redazioni perché la cucinino a dovere. Per vincere le resistenze dei giornalisti che si vuole far diventare buche delle lettere (minatorie), però, serve un grande sforzo propagandistico e logistico. Se devi fare l’articolo sui calzini turchesi di Mesiano, per esempio, ti serve una collega che abbia un contratto a termine e che non possa dire di no. Se devi fare le scarpe ad Augias, si prende addirittura uno che sulGiornale non ha mai scritto e gli si consegna direttamente la prima pagina: è lo sputtanamento chiavi in mano. Se devi colpire Mauro si ricicla un pezzo pubblicato su un blog addirittura tre anni prima da un giornalista che scrive per un quotidiano concorrente: non è importante cosa si fa e chi lo fa, ma quanto male fa. E poi si dice ai giornalisti di quelle redazioni, che spesso assistono attoniti, o che magari sono combattuti, due cose: 1) In fondo stiamo solo facendo ai nemici del premier quello che i giornali hanno fatto a lui. E poi 2) State tutti in campana perché non c’è nessuno di voi che non abbia uno scheletro nell’armadio. Non si tratta di due minacce inefficaci: in tutti i paesi del mondo non c’è ombra di dubbio che qualsiasi giornale scriverebbe che il premier va a puttane. In Italia non pochi oggi si ripetono: chi la fa l’aspetti. Le prime rasoiate hanno già prodotto la sensazione che tutti possono essere colpiti.

Io non credo, purtroppo, che scrivendo questo articolo posso dare il minimo fastidio ai nuovi angeli sterminatori: è poco meno della puntura di uno spillo. Ma in ogni caso, se dovesse servire, voglio fornire qualche spunto: sono indietro di tre mesi con il pagamento della rata del condominio, ho diverse multe inevase, ho fatto il servizio civile in un quartiere di periferia invece che servire la patria, due settimane fa ho litigato vivamente con mia madre per telefono, e – proprio sotto la redazione de
Il Fatto - ho mandato a quel paese un tizio che mi stava urtando il motorino con la sua Mercedes. In un libro che ho pubblicato pochi mesi fa ho intervistato l’ex interprete di Togliatti, uno che al 90 per cento era un agente delKgb (e mi ha fatto simpatia), per ben due volte ho provato mettermi a dieta e, anziché dimagrire, sono ingrassato. La cosa positiva è che, rispetto all’infamia concettuale del giornalismo vendicativo di conio feltriano, anche lo scheletrino peggiore che riesco a trovare nell’armadio, mi sembra una figurina amena. Ma chissà: magari loro trovano di meglio.

venerdì 16 ottobre 2009

Due sentenze quattro bugie

Fonte:

16 ottobre 2009, in MARCO TRAVAGLIO


Vignetta di Bertolotti e De PirroLa doppia sberla subìta da Berlusconi sui lodi Mondadori e Alfano ha partorito una serie diballe spaziali che, grazie al silenzio del Pd e all'avallo della stampa 'indipendente', sono subito diventate Vangelo.

1. Non è vero che - come strillano i berluscones e ripete Pappagalli della Loggia sul 'Corriere della Sera' - "innovando la sua stessa giurisprudenza la Consulta ha stabilito che una legge ordinaria non basta, ci vuole una legge costituzionale" per immunizzare le alte cariche. Già nella sentenza del 13.1.2004 che bocciò il lodo Schifani, la Corte scrisse: "Alle origini dello Stato di diritto sta il principio della parità di trattamento rispetto alla giurisdizione. regolato da precetti costituzionali". Poi, per respingere il lodo,
ritenne sufficienti quattro profili di incostituzionalità nel merito; quanto al fatto - pure contestato dal Tribunale di Milano - che la schifanata era solo una legge ordinaria, tagliò corto: "Resta assorbito ogni altro profilo di illegittimità costituzionale". Dunque, non disse mai che, per derogare al principio di eguaglianza, basta una legge ordinaria.

2. Non è vero - come scrive Angelo Panebianco sul 'Corriere' - che "nel '94 la caduta del governo Berlusconi fu propiziata dalla garanzia offerta ai congiurati che non ci sarebbero state immediate elezioni anticipate. Ma al Quirinale oggi siede un vero custode della Costituzione come Napolitano". Il primo governo Berlusconi cadde perché
la Lega gli tolse la fiducia in dissenso sulla riforma delle pensioni. Scalfaro, con buona pace dello smemorato editorialista, fece quel che gli imponeva la Costituzione: verificò l'esistenza di un'altra maggioranza e la trovò intorno al governo Dini, scelto dallo stesso Berlusconi, che poi gli negò la fiducia. Nessuna congiura, nessun 'ribaltone'.

3. Non è vero che Berlusconi rappresenta il 68 o il 72 per cento degli italiani né che - come strombazza Panebianco - "gode di consensi più forti, secondo i sondaggi, di qualunque governo del recente passato al secondo anno".
Le Europee di giugno parlano chiaro: il Pdl ha raccolto 10.807.794 voti, cioè il 35,26% del 60,81% dei voti validi, cioè il 21,47% degli aventi diritto. E la Lega il 6,21%. L'opposizione parlamentare si divide il 24,75%, quella non approdata in Parlamento oltre il 10, mentre il totale di astensioni, bianche e nulle tocca il 37,17. Traduzione: il centro-destra rappresenta meno del 28 per cento degli elettori, il Pdl un italiano maggiorenne su 5. Berlusconi ha raccolto la miseria di 2,7 milioni di preferenze: il 5,7 per cento degli elettori, poco più di uno su 20.

4. Non è vero che Berlusconi è stato "eletto dal popolo".
L'Italia è una Repubblica parlamentare: il popolo elegge il Parlamento che esprime una maggioranza in cui il capo dello Stato pesca il presidente del Consiglio. Se il Cavaliere, troppo occupato con i giudici o le escort, non ha tempo per governare, può passare la mano a un collega di partito. Come fanno in tutte le democrazie i politici indagati (imputati non ne risultano).
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Influenza suina: partono le vaccinazioni tra i dubbi della Corte dei Conti (e non solo)

Fonte:

La vaccinazione di massa per l'influenza H1N1 è cominciata nonostante i casi siano meno del previsto e una fitta nebbia avvolga il contratto tra Ministero della Salute e Novartis, la fornitrice del vaccino contro il virus suino.


di
Andrea Boretti

vaccino influenza suina
“Abbiamo appena varato la sconfitta del virus suino” ha detto l'Assessore alla Sanità della Regione Lombardia Luciano Brescianini a seguito della prima vaccinazione di un operatore sanitario italiano
“Abbiamo appena varato la sconfitta del virus suino” ha detto Mercoledì 14 l'Assessore alla Sanità della Regione Lombardia Luciano Brescianini a seguito della prima vaccinazione di un operatore sanitario italiano. Il programma, il primo a partire in Europa, continuerà nei prossimi giorni con altri operatori sanitari - anche se solo il 30% dei medici di famiglia si sottoporrà alvaccino per la stagionale e a quello per l'H1N1 - e continuerà con i soggetti tra i 3 e i 28 anni che secondo le autorità sarebbero i più a rischio.

All'Assessore Bresciani fa eco il solito sottosegretario Fazio il quale sembra ormai, invece, arrendersi alla realtà: "l'allarme per l'influenza A è sicuramente sopravvalutato".

Come, sopravvalutato? Ma non era la peggiore pandemia del secolo, simile alla spagnola, quella di inizio '900 che ha fatto strage di milioni di europei? Com'è possibile allora che solo 10000 persone (contro le 50000 previste)siano state, ad oggi, contagiate?

Probabilmente è un miracolo, probabilmente siamo stati fortunati o forse è tutto merito di Topo Gigio e dei suoi insuperabili consigli che vale la pena di ricordare qui:

- lavati le mani col sapone (buona idea)

- se non te le sei lavate non toccarti il naso e non metterle in bocca!

- copriti la bocca quando tossisci (eh dai...)

- apri le finestre per cambiare aria (fa sempre bene)

- se hai la febbre o il raffreddore sta a casa dal lavoro (con buona pace di Brunetta)

vaccino influenza suina ministero sanità
24 milioni sono le dosi di siero commissionate alla Novartis dal Ministero della Sanità
Topo Gigio o meno, la pandemia si squaglia al primo sole d'autunno, anche se ormai , a onor del vero, ciò che veramente interessava è stato fatto e comprato: il vaccino! 24 milioni sono, infatti, le dosi di siero commissionate alla Novartis dal Ministero della Sanità, per una cifra che ancora oggi è avvolta nel buio più completo al punto che neanche la Corte dei Conti è stata in grado di venirne a conoscenza. Se le indiscrezioni parlano di 200 milioni di euro la verità è che, nonostante i controlli, sono molti e irrisolti i dubbi della Corte, la quale afferma di aver dato il via libera all'ordinanza del Presidente del Consiglio solo per i caratteri di "eccezionalità" e "urgenza" che presentava.

Nonostante la riservatezza del contratto con la Novartis, tra le righe della delibera della corte trapelano alcune parti dello stesso, ovvero quelle che più di altre hanno sollevato dubbi nella corte stessa. Tra questi il fatto che il contratto sia stato stipulato prima che il vaccino - chiamato Focetria - esistesse e fosse autorizzato dal''UE. A partire da questo dato il contratto, sottolinea la Corte, include «la possibilità di mancato rispetto delle date di consegna del prodotto senza l’applicazione di alcu na penalità». Inoltre "anche in assenza dell’autorizzazione all’im missione in commercio in Italia» il Ministero appare obbligato ad accettare il vaccino.

Ma non è tutto. Il Ministero sarebbe rimborsato in caso di danni causati a terzi solo nel presenza di difetti di fabbricazione, mentre in tutti gli altri casi ad essere rimborsato sarebbe la Novartis, la quale, ovviamente, è l'unica chiamata a definire se il vaccino è difettoso oppure no. Infine, sempre secondo l'Ufficio controllo della Corte, il contratto sarebbe «carente del parere di un organo tecnico in grado di attestare la con gruità dei prezzi».

Ormai sono tutti dettagli, i soldi - quanti non si sa e non si capisce perchè non si debba sapere essendo denaro pubblico - sono stati spesi per la felicità della Multinazionale Novartis e anche nostra, visto che la sconfitta del virus suino è stata così varata!

mercoledì 14 ottobre 2009

No-Tav, la valle di Susa mette in crisi il PD torinese

Fonte:

di Giorgio Cattaneo

Nuove complicazioni in vista per il “partito unico” che da anni sostiene la necessità di aprire in valle di Susa una linea speciale per l’alta velocità ferroviaria, contro il parere della popolazione, che pretende spiegazioni decisive (mai fornite) sull’utilità reale dell’infrastruttura. La notizia di questi giorni riguarda il Pd, che denuncia la clamorosa “diserzione” di 50 iscritti, tutti amministratori valsusini, schieratisi dalla parte del movimento No-Tav alla vigilia della temuta ripresa delle attività cantieristiche, annunciata per l’autunno dal premier Silvio Berlusconi e dal ministro Altero Matteoli: entro ottobre dovrebbe scattare il nuovo ciclo di scavi geognostici, a Chiomonte.

Le nuove prospezioni geologiche, secondo i piani, serviranno a valutare la consistenza del sottosuolo alle falde del massiccio dell’Ambin, in previsione del futuro euro-tunnel ferroviario tra Italia e Francia. Sul versante italiano, tra gallerie e trincee, l’itinerario dovrebbe svilupparsi sulla destra orografica della valle attraversata dalla Dora Riparia, sotto i rilievi del parco naturale dell’Orsiera-Rocciavré e della Sacra di San Michele, millenaria abbazia, monumento simbolo del Piemonte. I lavori verrebbero considerati di minor impatto ambientale, rispetto al progetto inziale disegnato alle pendici del Moncenisio e del Rocciamelone, bloccato nel 2005 dopo la quasi-insurrezione della valle, con 70.000 persone schierate a sbarrare strade, autostrada del Fréjus e ferrovia Torino-Modane.

Dalla grande protesta del 2005 nasce la decisione di stralciare la Torino-Lione dalla “legge obiettivo”, che prevede procedure accelerate e senza una valutazione standard dell’impatto ambientale, nonché la creazione dell’osservatorio tecnico presieduto dal commissario governativo Mario Virano, alla guida di un organismo consultivo incaricato di “dialogare” con la popolazione attraverso gli amministratori locali, nel 2005 saliti anch’essi sulle barricate indossando la fascia tricolore.

Dopo il nulla di fatto del governo Prodi, che sulla Tav non ha preso nessuna decisione grazie anche al freno opposto da Verdi e comunisti, il governo Berlusconi ha annunciato l’imminente ripresa dei lavori. Mentre nel 2005 la popolazione locale si oppose in modo anche drammatico all’avvio di un progetto ormai in fase avanzata, frutto di anni di analisi geologiche, ora si tratta di ripartire da zero, avviando una nuova serie di carotaggi, sul versante opposto della valle, per poi predisporre, successivamente, un progetto di tracciato vero e proprio.

A indispettire i valsusini, ora, è la notizia che la Torino-Lione (contrariamente alle promesse del 2005) sarebbe re-inserita nella “legge obiettivo” per le grandi opere. Di qui la crisi diplomatica con Virano e il suo osservatorio torinese. A cui si aggiunge l’aperta ribellione politica del Pd locale, che - dopo tre anni di paziente silenzio, in attesa di possibili mediazioni risolutive - alla vigilia del congresso nazionale del partito si è schierato, come già nel 2005, dalla parte del movimento No-Tav.

Non è infatti il solo centro-destra ad allarmare la maggioranza dei valsusini, che la scorsa primavera - alle amministrative - hanno arginato l’offensiva elettorale del Pdl, tesa a conquistare terreno e ridurre il numero di sindaci “ribelli”, ostili all’alta velocità. Il vero problema è che sia il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, sia la presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso, sulla Torino-Lione la pensano esattamente come Silvio Berlusconi: precedenza assoluta all’alta velocità in valle di Susa, sia pure minimizzandone l’impatto e contrattando con la popolazione locale un’adeguata contropartita.
Quanto basta, evidentemente, per indurre gli amministratori valsusini iscritti al Pd a sfidare dichiaratamente il partito. Non si tratta di un gesto irrilevante: sullo sfondo si profilano infatti le elezioni regionali del 2010, che si annunciano estremamente incerte, con sondaggi che attribuiscono la vittoria al Pdl. Anche qualora l’Udc si schierasse col centro-sinistra, si attende un risultato al fotofinish, nel quale potrebbe pesare - eccome - il voto della valle di Susa.

Il nodo fondamentale, purtroppo, non è mai stato risolto. Alle accuratissime contro-osservazioni del movimento No-Tav, che ha mobilitato i migliori specialisti universitari italiani, i vari governi (nazionali e regionali, di ogni colore) non hanno mai opposto ragioni inoppugnabili a sostegno dell’infrastruttura ferroviaria, definita “strategica” ma senza mai chiarirne il ruolo, l’utilità effettiva, il valore reale. Tutte le “certezze” sulla Torino-Lione, in compenso, sono negative: cantieri devastanti, impatto pericoloso sulle falde acquifere, paesaggio sfregiato per sempre, rischi per la salute (polveri), enorme investimento di denaro pubblico.

Se il movimento No-Tav ribadisce la linea della fermezza (”no al treno, senza se e senza ma”), i sindaci hanno a lungo atteso una proposta strategica per il territorio, in grado di compensare almeno in parte i sicuri danni in arrivo. Se questa partita continua a mantenersi più che mai incerta, sarebbe auspicabile - quantomeno - un pronunciamento chiaro, documentato e inattaccabile sulla reale utilità dell’opera, finora soltanto presunta e mai dimostrata in alcun modo, ancorché continuamente decantata: con un lessico imbarazzante (sviluppo, progresso) che, più che la cultura dell’attualità internazionale del 2009, richiama il dopoguerra e gli anni ‘50.