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mercoledì 28 ottobre 2009

Spagna, Marinaleda: una casa per 15 euro al mese...

Fonte:http://www.terranauta.it/a1500/citta_in_transizione/spagna_marinaleda_una_casa_per_15_euro_al_mese.html

In un paesino dell'Andalusia gli abitanti hanno deciso, da anni, di lavorare tutti insieme per un'utopia di pace, uguaglianza e giustizia. Oggi ci sono lavoro e benessere, e da qualche tempo tutti possono avere una casa con un mutuo di 15€ al mese.


di
Miriam Giudici

marinaleda casitas andalusia
A Marinaleda un paesino nel cuore dell'Andalusia gli abitanti hanno scelto di vivere tutti da "protagonisti"
Sembra materiale da romanzo, oppure da articolo venato di nostalgia su una qualche comunità di sognatori dei bei tempi andati, eppure quello che accade a Marinaleda è una storia reale e di oggi.

Una storia che gli abitanti di questo paesino - meno di tremila nel cuore dell'Andalusia - hanno iniziato a scrivere, con tenacia, alla fine degli anni '70, dopo la caduta del franchismo. Una storia che hanno scelto di vivere tutti da protagonisticostruendo in prima persona una democrazia a tutto tondo, non solo politica – “vado a votare ogni quattro anni, e tanti saluti” - ma sociale ed economica, perché tutti contano allo stesso modo nelle scelte comuni e la ricchezza individuale non è base per discriminazioni.

Si potrebbe cominciare a raccontare questa storia dalle sue ultime battute e meravigliarsi, mentre intorno il resto della Spagna fronteggia la crisi economica e immobiliare, a Marinaleda i cantieri sono in piena attività. Si costruiscono case. Case per tutti.

La ricetta è questa: sono i cittadini stessi a costruire gli immobili, con 420 giornate di lavoro e contraendo un mutuo di 15€ al mese per 133 anni; lavorano sotto la direzione di esperti e operai professionisti messi a disposizione dal Comune, con materiali forniti dal Comune, su un terreno che il Comune ha ceduto gratis, perché sul terreno non si specula, ma lo si mette a disposizione di chi può abitarci, lavorarci e trasformarlo in ricchezza.

marinaleda cantiere cittadini
Sono i cittadini stessi a costruire gli immobili, con 420 giornate di lavoro e contraendo un mutuo di 15€ al mese per 133 anni
E in questo modo entro i prossimi tre anni, si prevede, avranno trovato casa cinquecento famiglie.

Da questo strabiliante risultato, poi, si potrebbe dare un'occhiata alla storia passata, per provare a capire come mai questo piccolo miracolo si sia potuto concretizzare così.

E si scopre che questa storia collettiva però un po' ce l'ha, un personaggio che spicca, un protagonista, si chiama Juan Manuel Sanchez Gordillo, alcalde (sindaco) di Marinaleda fin dalle sue prime libere elezioni del 1979.

Un esponente della sinistra anticapitalista e libertaria per cui i cittadini hanno votato compatti per trent'anni, che ha speso i primi otto anni del suo mandato nel guidare la popolazione a riappropriarsi delle terre dei latifondisti per creare lavoro e ricchezza.

Juan Manuel Sanchez Gordillo sindaco marinaleda
Il sindaco Juan Manuel Sanchez Gordillo è il vero protagonista di questa politica
Combattute e vinte queste lotte, Gordillo ha puntato tutto sull'allargare il più possibile la partecipazione alla gestione della cosa pubblica; insieme si lavora nei campi, nelle cooperative, nelle fabbriche e nei cantieri e insieme si prendono le scelte in più di quaranta assemblee pubbliche l'anno.

Qualcuno lo chiama comunismo e qualcuno accusa Gordillo di essere una sorta di Hugo Chavez locale, saldamente al potere da decenni e costantemente impegnato a indottrinare il popolo.

Ma intanto i media hanno scoperto Marinaleda, molti italiani ne hanno sentito parlare recentemente grazie al magazine Mediterraneo del Tg3 e persino il New York Times se ne è occupato.

E, soprattutto, Marinaleda da piccola e bizzarra comunità di nostalgici socialisti si è trasformata in un motivo di riflessione per gli spagnoli tutti, che vivono in un Paese dove gli ultimi quindici anni di speculazione immobiliare hanno lasciato quattro milioni di case vuote e due milioni di persone che un tetto sulla testa ce l'hanno a stento.

lunedì 19 ottobre 2009

Già finito il miracolo cinese?

Fonte:

di Andrea Bertaglio

L’esponenziale crescita del PIL cinese ha subìto una battuta d’arresto tanto brusca quanto inattesa. Colpa della recessione di Stati Uniti ed Unione europea. Valeva davvero la pena per i cinesi abbandonare in massa le campagne per cedere alle tentazioni della società dei consumi ed a un’industrializzazione basata fino all’80% sulle esportazioni in Occidente? Indipendentemente dalla risposta a questo quesito, sono ora in molti a dover tornare sui propri passi.

Dopo aver speso gli ultimi anni sentendo parlare della Cina e di quanto esplosiva ed inarrestabile fosse la crescita della sua economia, ora potremmo iniziare ad abituarci a sentire discorsi che affermano esattamente l’opposto.

La crisi globale, in quanto tale, ha colpito ormai anche il colosso asiatico, il quale si ritrova migliaia di imprese che dipendono fino all’80% dalle esportazioni in Europa ed America, entrambe colpite, come ben sappiamo, dalla recessione.

È proprio questa l’origine del cortocircuito cinese: l’improvvisa frenata degli ordini di merce giunti dall’Occidente. A luglio le esportazioni sono infatti calate del 22,9%, ed anche in questi giorni molte fabbriche stanno chiudendo, dato che gli ordini che si attendevano per il Natale 2009 (elettrodomestici, high-tech, giocattoli, abbigliamento) non sono arrivati.

Questa inattesa battuta d’arresto ha provocato un calo del giro d’affari tra il 25 ed il 40%, venti milioni di “disoccupati made in Usa”, una deflazione con prezzi al consumo in picchiata (-1,8%) ed una drastica diminuzione (questo non è così un male, almeno dal punto di vista ambientale) dei consumi elettrici, in gran parte di origine industriale, arrivata al 48%.

A che cosa ha portato tutto ciò? Alla disfatta precoce di quella che stava diventando la nuova classe media ed al forzato ritorno all’agricoltura della metropolitanizzata “generazione Ikea”. Si, perché come scrive Giampaolo Visetti sulle pagine di Repubblica, mentre «il consumatore globale aspetta, l’ex coltivatore di riso cinese, che nel frattempo ha ceduto la sua terra, perde il posto». E ancora: «Si spopolano, e cadono in rovina, avveniristiche e sconfinate periferie urbane, appena costruite. Le campagne antiche dell’interno, rimaste prive di servizi, popolate di vecchi, scoppiano e si gonfiano di baracche».

Già finito, quindi, il miracolo cinese? Sembrerebbe così, stando al rientro di milioni di persone che hanno perso tutto (e che hanno bruscamente capito che solo la terra può garantire il sostentamento necessario anche quando la crisi economica diventa globale) e che coprono migliaia di chilometri per tornare da sconfitti in irriconoscibili luoghi d’origine, nel frattempo consacrati a loro volta allo “sviluppo”. Se all’Occidente sono serviti oltre sessant’anni per capire quanto false fossero le promesse della società dei consumi, ai cinesi ne sono bastati meno di dieci.

Ma è davvero così? Il messaggio del governo sembra perentorio: le previsioni di crescita occupazionale, parecchio ottimistiche anche in questo momento, sono una priorità e devono avverarsi. E speriamo sia così, perché , come dice Shi Xiao, direttore dell’Osservatorio sociale di Shanghai, «è il lavoro il vero nervo scoperto di questo potere. Ha puntato tutto sul denaro, facendo dimenticare al Paese i suoi diritti. Se fallisce sull’occupazione, il governo potrebbe presto sentirsi rivolgere domande sulla democrazia».

I nuovi disoccupati della costa meridionale della Cina continentale e in particolare provenienti dal Guangdong, spaventano molto più di tibetani e uiguri (altra minoranza etnica turcofona ed islamica che vive nel nord-ovest del Paese), poiché da minoranza gli ex operai disoccupati potrebbero diventare maggioranza ed incrinare “il trionfante nazionalismo capitalista degli han”.

A chi invece un lavoro in questi ultimi mesi è rimasto (spesso in cambio di “anticipi retributivi” fornite alle ditte, con la promessa di riceverli entro quattro anni – cioè pagando per lavorare!), lo stipendio medio è calato di oltre il 5%, portando la media nazionale a 160 euro al mese. Nessuno in Cina si aspettava questi tagli occupazionali in imprese privatizzate per il 95% negli ultimi trent’anni, e dei 225 milioni di contadini cinesi che dal 2000 ad oggi si sono trasformati in operai, come già detto, venti sono dovuti tornare sui propri passi.

Sarà l’inizio di una riconversione virtuosa della società e dell’economia cinese, già svegliatasi da una sorta di sogno (bello o brutto a seconda dei casi), o semplicemente l’inizio della fine di questa nuova Cina che, chiamata dagli Usa a “salvare il mondo”, non riuscirà nemmeno a salvare se stessa? Le previsioni non fanno ben sperare, perché evidentemente è stato molto più facile adattarsi agli stili di vita occidentali (o presunti tali), che non ri-abituarsi alla vita rurale di origine.

Forse l’unica cosa di cui hanno bisogno i cinesi è ottimismo.

Un po’ come per gli italiani che possono far fronte alla crisi con un rilancio dei consumi da praticare con un bel sorriso stampato in faccia. E se lo possiamo fare noi, figuriamoci i cinesi, ancora galvanizzati dall’euforia di una crescita economica mai vista prima.

Nello sfacelo cinese in corso, infatti, gli unici dati in crescita riguardano la vendita di automobili (+63,6% solo nel mese di luglio), grazie agli incentivi dello Stato ed agli sconti fiscali che possano tenere in piedi, ancora per un po’, il “miracolo cinese” ed il perentorio ordine di una crescita occupazionale che già non c’è più.

martedì 13 ottobre 2009

Vendo Eurotunnel a prezzi di realizzo

Fonte:


Marco Cedolin
Vero affare! Vendesi a saldo porzione del più lungo tunnel sottomarino del mondo, in perfetto stato nonostante un paio d'incendi ed i suoi 15 anni di età, durante i quali l’infrastruttura ha accumulato una decina di miliardi di euro di debiti ed un paio di fallimenti, senza essere riuscita a chiudere neppure una sola volta il proprio bilancio in attivo. Cercasi acquirenti solvibili, estremamente motivati e coraggiosi, no perditempo ed industriali rampanti alla ricerca di facili profitti sul modello italiano di NTV.

Grosso modo potrebbe essere questa l’inserzione che verrà pubblicata nei prossimi giorni sui giornali di annunci economici dal premier britannico Gordon Brown, intenzionato a vendere tutta una serie di beni pubblici del valore nominale di 17,3 miliardi di euro, per tentare di ripianare un debito pubblico salito al 12% del PIL.
Oltre alla partecipazione di capitale nella società che gestisce il tunnel sotto alla Manica e la ferrovia che lo percorre, Gordon Brown sembra intenzionato a cedere anche la quota di partecipazione statale del 33% nell’azienda che arricchisce l’uranio per le centrali atomiche (Urenco), l’avveniristico e ultra trafficato tunnel di Dartford, che corre sotto al Tamigi, la società di scommesse Tote, oltre a centri ricreativi, poli di business e numerose altre proprietà immobiliari.

Il tentativo di recuperare risorse attraverso la dismissione di beni pubblici, per porre un freno alla sempre più rapida crescita del debito britannico, lascia intuire come la crisi economica abbia lasciato il segno e le misure adottate dal governo per tentare di contrastarla (sostanzialmente elargizione di denaro pubblico alle banche) abbiano messo in seria crisi le finanze pubbliche.
L’opposizione liberaldemocratica ha criticato aspramente la decisione di Gordon Brown, ritenendo controproducente il tentativo di vendere parti importanti della proprietà pubblica, in un momento in cui i mercati sono profondamente depressi e sarà molto difficile spuntare il reale valore dei beni oggetto delle dismissioni, con il rischio di praticare una vera e propria “svendita” del patrimonio pubblico.
Nel caso di Eurotunnel, ci sentiamo di aggiungere noi, visti i risultati economici ottenuti fino ad oggi dall’infrastruttura e dal servizio dei treni ad alta velocità/capacità che la percorrono, si tratterà già di un enorme successo se al momento della svendita si presenterà un qualche acquirente amante del rischio e disposto a rilevare la partecipazione. Si tratterà certo di una bella scommessa, alla quale avrebbe potuto magari essere interessato il Tote, se non fosse inserito anch’esso nella vetrina dei saldi anticipati di fine stagione.

mercoledì 1 luglio 2009

Ora et labora meglio se gratis

Fonte:

Marco Cedolin
La crisi economica continua a manifestarsi come una fucina di opportunità per tutti coloro che intendono usarla a mo di grimaldello, utile a scardinare quel che resta dei diritti dei lavoratori, contribuendo ad inasprire oltre ogni immaginazione le condizioni di quel Far West privo di regole meglio conosciuto come mondo del lavoro.

In Gran Bretagna Willie Walsh, ad della British Airways, compagnia di trasporto aereo pesantemente in crisi, ha domandato ai suoi 30.000 dipendenti la disponibilità a
lavorare gratis per un mese, iniziando col dare l’esempio attraverso la rinuncia al proprio stipendio di luglio che avrebbe dovuto ammontare a 61.000 sterline.
La
risposta dei lavoratori, definita “fantastica” dallo stesso Walsh, è probabilmente andata molto al di là di quanto non sperassero i dirigenti della compagnia e sembra aprire nuovi orizzonti sulla strada del risanamento aziendale conseguito gravando sulle spalle della forza lavoro.

Ben 800 dipendenti della British Airways si sono infatti dichiarati disposti a lavorare gratis per un mese, mentre altri 4000 faranno le ferie senza essere retribuiti e ulteriori 1400 trasformeranno il proprio contratto a tempo pieno in part time.
In virtù di questi tagli retributivi “volontari” la compagnia dovrebbe risparmiare quasi 12 milioni di euro, con grande soddisfazione di Walsh e con tutta probabilità anche di molti suoi colleghi che non mancheranno di seguirne le orme.

Lo spettro del licenziamento in conseguenza della grave
congiuntura economica sembra sempre più prefigurarsi come l’uovo di Colombo attraverso il quale smantellare decenni di conquiste sociali, bypassando le normative vigenti con la complicità degli stessi lavoratori, disposti ad immolare parti sempre più cospicue dei propri diritti nella speranza di riuscire a conservare l’ambito posto di lavoro.
Dipendenti che lavorano gratis per una parte dell’anno, rinunciano al diritto alle ferie remunerate, magari anche alla tredicesima oppure al pagamento degli straordinari, ecco un futuro in grado di relegare nel novero delle quisquilie perfino provvedimenti delittuosi quali la direttiva Bolkenstein e la
riforma Biagi, il tutto senza il rischio di disordini sociali, ma anzi con il beneplacito degli stessi lavoratori. Un futuro in grado di donare il sorriso agli ad di multinazionali e corporation, per i quali la crisi economica potrebbe rivelarsi la migliore delle opportunità per livellare al ribasso il costo del lavoro in Occidente.
Resta solo da domandarsi in quale maniera i lavoratori riusciranno a mettere insieme il pranzo e la cena durante i periodi in cui lavoreranno gratuitamente, un dilemma non da poco per chi durante gli altri mesi dell’anno non percepisce 61000 sterline come il geniale Willie Walsh.

lunedì 22 giugno 2009

Perù, gli indios salvano la loro terra: il governo ha ceduto

Fonte:

Continua la cronaca sulle sommosse che hanno agitato il Perù. Dopo circa due mesi di proteste il governo peruviano ha finalmente revocato i decreti che avevano scatenato l’ira degli indios per la difesa della loro terra. I nativi sono così riusciti a tutelare i propri diritti sull’Amazzonia.


di
Salvina Elisa Cutuli

protesta indios
Gli scontri tra le forze dell'ordine governative e gli indios hanno provocato numerosi morti e dispersi
Circa dieci giorni fa il governo peruviano aveva invitato la Chiesa a compiere una proposta di mediazione per cercare di arginare, almeno in parte, le rivolte degli indigeni scatenati da una grande ira funesta a seguito della legge forestale che il direttivo di Lima aveva adottato consentendo lo sfruttamento di un’area di 45 milioni di ettari di foresta per cercare gas e petrolio.

Strano, ma vero. A distanza di poche settimane la protesta si è placata. Gli indios sono riusciti ad avere la meglio, e i due decreti controversi, causa di numerosi morti, sono stati revocati dal Governo. Il Congresso di Lima ha spazzato via le leggi contestate con un'ampia maggioranza, 82 voti contro 12, al termine di cinque ore di dibattito.

Queste leggi, che permettevano investimenti stranieri per lo sfruttamento di miniere e foreste in Amazzonia, erano state approvate nel 2007 e nel 2008 nell'ambito dei poteri concessi dal Congresso al presidente Alan Garcia per permettere l'applicazione dell'accordo di libero commercio con gli Stati Uniti.

Alla notizia del voto favorevole l’Aidesep (associazione interetnica di sviluppo della foresta peruviana), che riunisce 1.350 comunità indigene dell’Amazzonia, ha fermato i blocchi stradali e l’occupazione dei giacimenti petroliferi.

Purtroppo non si conosce bene il numero delle vittime; secondo diverse organizzazioni umanitarie, i morti sarebbero una sessantina, molti dei quali disarmati, mentre centinaia di persone risultano ancora disperse.

alberto pizango
Alberto Pizango è considerato uno dei leader della rivolta dei nativi
Lo scontro più sanguinoso è stato quello avvenuto lo scorso 5 giugno durante il quale 20 indigeni sono stati uccisi dalle forze governative che, dagli elicotteri, hanno sparato sulla folla.

Un massacro ancora oscuro, così come resta oscura la versione ufficiale dei fatti fornita dal governo che in molte parti appare poco credibile; pertanto l’organizzazione Survival International chiede l’apertura di una inchiesta per comprendere il vero svolgimento dei fatti.

Secondo “il governo peruviano invece - almeno rispetto a quanto è stato scritto sul quotidiano peruviano La Repubblica - alcuni indigeni armati di lance e frecce hanno ucciso 25 poliziotti armati di kalashnikov, camionette blindate ed elicotteri, spogliandoli di tutte le loro armi, e uscendo dallo scontro con solo tre morti nelle loro file. Se fosse vero, dovrebbe dimettersi mezzo governo, a cominciare dal ministro dell’interno, perché significherebbe che il Perù ha le forze di sicurezza più incapaci del mondo”. La resa del governo è stata una vera rivincita per gli indigeni e soprattutto per la loro terra che, almeno per il momento, non piangerà dei disastri e degli scempi di esplorazione e sfruttamento.

Uno dei pochi esempi in cui il buon senso vince sulla distruzione e sull’annientamento. Una vittoria della terra e dei suoi diritti, di una vera coscienza che spazza via la speculazione in nome del rispetto verso la Madre terra. Il trattato del libero commercio tra Perù e Stati Uniti, infatti, avrebbeprivatizzato uno dei patrimoni mondiali più importanti per la biodiversità dell’intera umanità, l’Amazzonia peruviana, aprendolo allo sfruttamento da parte delle multinazionali del petrolio, del gas, dell’acqua e del legname e sottraendolo alle popolazioni indigene che lo considerano loro assegnato per diritto ancestrale.

foresta amazzoniaca peruviana
L'Amazzonia peruviana si è salvata dalla deforestazione e dallo sfruttamento delle multinazionali
Il trattato, inoltre, avrebbe sottratto completamente alla sovranità peruviana il territorio, perché le multinazionali avrebbero sfruttato il territorio liberamente senza alcuna mediazione con le popolazioni che vi abitano.

Nell’Amazzonia peruviana non si è combattuto, dunque, un semplice conflitto per la terra con le popolazioni native espulse dalle loro terre ancestrali per far posto al latifondo, alle enclosures, allo sviluppo capitalista di terre libere.

In questa lotta, le popolazioni native, considerate generalmente residuali e assimilabili, si sono mostrate sempre più coscienti di sé e dei propri diritti e per questo più combattivi, e sono stati i portavoce di tutti coloro che pensano che il pianeta, la vita, la natura e la biodiversità non possano essere assoggettati a nessun tipo di trattato come quello firmato dal governo di Lima che, senza pensarci, stava per vendere nelle mani degli Stati Uniti la risorsa più preziosa del suo paese.

mercoledì 17 giugno 2009

In ginocchio Bertin, colosso brasiliano che distrugge l'Amazzonia

Fonte:

Il colosso brasiliano Bertin che sta distruggendo l’Amazzonia non riceverà più l’ultima parte del prestito dall’International Finance Corporation. Le principali catene di supermercati in Brasile stanno cancellando i propri rapporti con la grande azienda, mentre in Italia i pochi clienti rimasti continuano a tacere. Dopo tanti crimini compiuti contro l’ambiente e le popolazioni indigene è giunta l’ora della giustizia

foresta amazzonica
Bertin, il colosso brasiliano che sta distruggendo l'Amazzonia è in ginocchio dopo la denuncia di Greenpeace
L’International Finance Corporation, l’istituzione del Gruppo Banca Mondiale a sostegno degli investimenti privati nei Paesi in Via di Sviluppo, ha cancellato il prestito di90 milioni di dollari che era stato concesso al gigante della carne e della pelle brasiliana: Bertin. La decisione del IFC arriva due settimane dopo il lancio dell’inchiesta di Greenpeace “Amazzonia che macello!” nel quale l’organizzazione rivela che, dietro il finanziamento del settore dell’allevamento bovino da parte del IFC e del Presidente Lula attraverso la banca governativa per lo sviluppo economico (BNDES), hanno fatto sì che questo settore diventasse la più importante causa della deforestazione dell’ultimo polmone del nostro Pianeta e una pericolosa fonte di emissioni di gas serraa livello globale.

Il prestito che IFC aveva concesso a Bertin è, infatti, stato utilizzato per espandere le attività di allevamento di Bertin nella regione amazzonica causando deforestazione illegale e accelerando il cambiamento climatico.

“Che la Banca Mondiale abbia cancellato il prestito è senz’altro una buona notizia – commenta Chiara Campione, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia – ma è scandaloso che dei prestiti per cifre così importanti siano stati concessi per foraggiare le attività di un’azienda che si è macchiata di gravissimi crimini ambientali. Finanziando Bertin la IFC si è resa corresponsabile della distruzione dell’Amazzonia: un rifugio per labiodiversità e una delle più importanti armi al mondo per combattere il cambiamento climatico”.

Gli ultimi 30 milioni di dollari del finanziamento non saranno quindi più erogati a Bertin, il quale, secondo quanto dichiarato da IFC dovrà restituire anche i 60 milioni che ha già ricevuto in tempi molto più brevi di quelli stabiliti all’erogazione del prestito. Greenpeace ritiene che anche la banca governativa BNDES debba immediatamente tagliare i finanziamenti a Bertin e a tutte quelle aziende del settore zootecnico che stanno deforestando l’Amazzonia e distruggendo il clima del Pianeta.

La giustizia brasiliana, in seguito alla pubblicazione dell’inchiesta di Greenpeace, apre un'indagine su Bertin e si appresta a richiedere all’azienda e agli allevamenti illegali che deforestano l’Amazzonia e riducono in condizione di schiavitù i lavoratori e le popolazioni indigene, un indennizzo milionario per danni ambientali e le principali catene di supermercati in Brasile, comeWal Mart, Pao de Azucar e Carrefour, cancellano i propri contratti con Bertin in seguito ad una azione civile del Ministerio Publico Federal che ha imposto multe di circa 200 euro per ogni chilo di carne proveniente dalla distruzione dell’Amazzonia commercializzata nel Paese.

In Italia, i clienti di Bertin per la carne come Kraft Foods Italia e per la pelle come le concerie Rino Mastrotto, Gruppo Mastrotto e i produttori di divani Chateau d’Ax, continuano a tacere ritenendo di non dover prendere posizione rispetto ai loro rapporti commerciali con aziende colpevoli di crimini gravissimi come la deforestazione, il lavoro in condizione di schiavitù e il cambiamento climatico.

martedì 16 giugno 2009

All'uragno ci pensa il dottore

Fonte:

Scritto da Stefano Montanari
martedì 16 giugno 2009

Lo avrete già letto o sentito tutti: noi importiamo legna radioattiva contaminata dal cesio 137, l’isotopo di Chernobyl, e ce ne accorgiamo per puro caso, semplicemente perché un signore trova che quella roba non brucia bene e avverte le autorità. Quanto “bio-combustibile” del genere abbiamo importato? E chi lo sa? Da noi i controlli non si fanno. Al massimo si taroccano. Meglio, comunque, gli atti di fede. Poi, quando c’è l’“incidente” e nessuno è riuscito a nasconderlo, ecco che arrivano i nostri. Adesso tutte le stufe che bruciavano quel legno tossico dovranno venire distrutte (come, resta un mistero, essendo radioattive), e chi ha provocato il guaio (enti di “controllo” per nulla esclusi) avrà tante italiche probabilità di farla franca.
Di seguito una delle mail che ho ricevuto:
“Sono A. di Aosta. Volevo farvi notare che questa cosa, per noi, è un vero casino, soprattutto per la necessaria distruzione delle stufe contaminate.
Una stufa a pellet è piuttosto costosa. Per darvi un'idea:una mia collega ne ha comperata una molto piccola, delle dimensioni di una catalitica a gas, che, montata su rotelle, ha appunto la funzione di stemperare piccoli locali. Costo:1400 euro. Una stufa a pellet buona, adatta a fungere da riscaldamento centrale in una casa di montagna, non costa meno di 2500. In questo settore la qualità rappresenta una scelta obbligata. Chi ha comperato articoli più economici poi se ne è pentito e spesso li ha sostituiti.
Le stufe a pellet sono utilizzate soprattutto fuori Aosta, dove non esiste metanizzazione. Molti proprietari di casa hanno dotato gli alloggi da affittare di questo tipo di impianto ed hanno aumentato gli affitti, perché viene considerato pregiato ed economico per chi lo usa .Per non parlare di chi vive nella propria casa, che ha investito per acquistare le stufe.
Insomma, nutro seri dubbi che tutte le stufe verranno distrutte, come dovrebbero. La gente in questi casi parla di allarmismi eccessivi, non vede le possibili conseguenze a lungo termine...Spero solo che chi deve faccia dei controlli seri...”
A me viene da sorridere, e da sorridere amaro, quando penso alle cento e cento volte in cui ho detto alle mie conferenze che non è affatto raro che il legno da bruciare come “biomassa” (virgolette) ha ottime probabilità di essere

radioattivo, così come spesso è radioattivo il carbone che qualche burlone definisce comicamente “pulito”.
Ma la radioattività non si vede e non puzza. Dunque, perché preoccuparsene? E poi, chissà quanta roba radioattiva è già arrivata negli anni: magari scorie mescolate al minerale di ferro che compriamo all’estero! Se non ci fosse qualche rompiscatole che sta a fare il pignolo su tutto, nessuno se ne accorgerebbe. Intanto, fingiamo che non sia successo niente, che non sia mai successo niente, e diamo il via al programma nucleare, quel programma che gli Stati Uniti hanno abbandonato da trent’anni perché, nella loro ingenuità e a seguito di una lunga esperienza evidentemente mal condotta, l’hanno etichettato come antieconomico, aggressivo per la salute, impraticabile per motivi tecnici (esempio, lo smaltimento impossibile delle scorie) e senza futuro (le scorte di uranio sono alla frutta). Fallimentare sotto ogni punto di vista, lo definiscono di fatto loro. Certo, gli Stati Uniti non hanno a disposizioni menti eccelse come le nostre. Chi ha letto o sentito le parole dello scienziato Franco Battaglia dell’Università di Modena e Reggio Emilia sa di che cosa parlo. E ancor di più lo sanno i giovani che lui, con lena indefessa, sta formando come gli ovini indispensabili per costruire il mondo luminoso da Mulino Bianco che ci attende.
Ma noi non abbiamo solo il privilegio di avere dalla parte del tricolore il professor Battaglia. Genio e cultura sono nel nostro DNA e queste caratteristiche risplendono fin nelle cellule meno vistose. Tanto per fare un esempio solo apparentemente piccino, in Piemonte, nella tanto grande quanto remota provincia di Cuneo, presta la sua opera un chirurgo, primario nel suo ospedale, che ci illumina sull’
uragno (chiamato confidenzialmente così dal luminare stesso) e sul suo destino. “In Francia – ci fa sapere il dottore che la sa lunga - hanno oltre 60 centrali nucleari, e producono, al massimo, fra tutte, una tonnellata di scorie l’anno. E nulla vieta di seppellire le scorie sotto terra: tanto l'uragno nella terra c'è già. Oppure – e qui sta il vero colpo di genio - possono benissimo sparare le scorie sul Sole.” Al cospetto di una mente siffatta sorretta da una cultura tanto raffinata si resta ammutoliti con reverenza.
Insomma, sulla scorta delle indicazioni di fari della scienza come il mai abbastanza lodato professor Zero (siamo ancora indignati dalle bacchettate ingenerose che gli diede il Premio Nobel Carlo Rubbia), il frizzante professor Battaglia, gli scienziati che Federambiente, grande mecenate, sostiene e che ricambiano firmando opere che resteranno nella storia della scienza, compresa la psichiatria, il politico Antonio Di Pietro che, per non impressionarci, nega ciò che sta facendo il suo braccio armato, l’onorevole Misiti, e tanti altri personaggi solo in apparenza minori come, ad esempio, il sindaco di Nonantola che, nel suo piccolo, fa quello che può, noi daremo una spinta all’evoluzione della Natura. Sì: tra polveri e radioattività, magari addirittura con polveri radioattive (paghi uno, prendi due), riusciremo addirittura a modificare l’ormai noioso genoma umano e a generare specie innovative che la fantasia della Natura non sarebbe mai stata in grado di partorire. E daremo pure un impulso vivace alla ripresa economica favorendo l’attività delle industrie farmaceutiche e di tutto quell’universo meraviglioso che a quelle ruota intorno.
Questo con buona pace dei catastrofisti che, prima o poi, riusciremo a mettere in galera.

Scritto da Stefano Montanari
martedì 16 giugno 2009


domenica 7 giugno 2009

La cosa Berlusconi

Fonte:

[El País]

Non vedo che altro nome gli potrei dare. Una cosa che assomiglia pericolosamente a un essere umano, una cosa che dà feste, organizza orge e comanda in un paese chiamato Italia. Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte morale del paese di Verdi se un conato di vomito profondo non riuscirà a strapparlo dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrompere le loro vene e per squassare il cuore di una delle più ricche culture europee.

I valori fondamentali della convivenza umana sono calpestati tutti i giorni dai piedi appiccicosi della cosa Berlusconi che, tra i suoi molteplici talenti, ha un’abilità funambolica per abusare delle parole, sconvolgendone l’intenzione e il senso, come nel caso del Polo della Libertà, come si chiama il partito con il quale ha preso d’assalto il potere. L’ho chiamato delinquente, questa cosa, e non me ne pento. Per ragioni di natura semantica e sociale che altri potranno spiegare meglio di me, il termine delinquente ha in Italia una valenza negativa molto più forte che in qualsiasi altra lingua parlata in Europa.

Per tradurre in forma chiara ed efficace ciò che penso della cosa Berlusconi utilizzo il termine nell’accezione che la lingua di Dante gli dà abitualmente, sebbene si possa avanzare più di un dubbio che Dante qualche volta lo abbia usato. Delinquere, nel mio portoghese, significa, secondo i dizionari e la pratica corrente della comunicazione, “atto di commettere delitti, disobbedire alle leggi o ai precetti morali”.

La definizione combacia con la cosa Berlusconi senza una piega, senza un tirante, fino al punto da assomigliare più a una seconda pelle che ai vestiti che si mette addosso. Da anni la cosa Berlusconi commette delitti di varia, ma sempre dimostrata, gravità. Per colmo, non è che disobbedisca alle leggi, ma, peggio ancora, le fa fabbricare a salvaguardia dei suoi interessi pubblici e privati, di politico, imprenditore e accompagnatore di minorenni, e in quanto ai precetti morali non vale neppure la pena parlarne, non c’è chi non sappia in Italia e nel mondo intero che la cosa Berlusconi da molto tempo è caduta nella più completa abiezione.

Questo è il primo ministro italiano, questa è la cosa che il popolo italiano ha eletto due volte per servirgli da modello, questo è il cammino verso la rovina a cui vengono trascinati i valori di libertà e dignità che permearono la musica di Verdi e l’azione politica di Garibaldi, coloro che fecero dell’Italia del secolo XIX, durante la lotta per l’unità, una guida spirituale dell’Europa e degli europei. Questo è ciò che la cosa Berlusconi vuole gettare nel bidone della spazzatura della Storia. Gli italiani, alla fine, lo permetteranno?

[Articolo originale "La cosa Berlusconi" di JOSÉ SARAMAGO]

mercoledì 20 maggio 2009

Qualche trovata di Berlusconi funziona alla grande in Italia

Fonte:

[The Star]

Le vanterie sessuali, le battute, le goliardate infantili riflettono tutte la cultura da bar dello sport - e sì, funziona.

Le gaffe di Silvio Berlusconi si moltiplicano così velocemente che ci mettono un po’ a farsi strada nel mucchio e rendere nota la propria presenza.

Questa settimana il Presidente del Consiglio italiano era in talkshow televisivo, serio e severo mentre respingeva lo strascico di insinuazioni sessuali che ha portato sua moglie, Veronica Lario, a chiedere pubblicamente il divorzio. Mai, ha insistito, ha “frequentato minorenni,” per usare le suggestive parole di sua moglie. E no, lui non nomina ex attricette dalle gambe lunghe, neanche nel suo governo, “per il divertimento dell’imperatore” - di nuovo parole di sua moglie.

Ma mentre la trasmissione veniva registrata, è comparso un video di Berlusconi in visita alle macerie del terremoto di aprile in Abruzzo, che ha ucciso quasi 300 persone. Il filmato lo mostra in posa per una fotografia con i vigili del fuoco davanti ad una chiesa danneggiata. Improvvisamente Berlusconi rivolge la sua attenzione all’unica donna del gruppo - un’attraente dirigente locale - e dice ad alta voce: “Posso palpare un po’ la signora?”. La reazione - tutti hanno riso, compresa la dirigente - spiega, in parte, perché questa e altre gaffe dovrebbero essere messe tra virgolette. Raramente hanno danneggiato la popolarità di Berlusconi.

In una nazione sinonimo di stile e cultura, dove la mancanza di eleganza è trattata al pari di un crimine, è strano che un uomo che si diverte a fare il buffone possa essere eletto Presidente del Consiglio - non una, ma tre volte.

Dire che si tratta di una società maschilista - uno scrittore ha chiamato l’Italia “il paese del femminismo dimenticato” - sarebbe accurato, ma semplicistico. Tale affermazione non spiegherebbe i molteplici scandali per corruzione a cui è sopravvissuto Berlusconi e le gaffe non sessiste da cui esce senza conseguenze, dal compararsi a Gesù Cristo al descrivere il Presidente degli Stati uniti Barack Obama “bello e abbronzato”.

Nel club delle democrazie avanzate, il 72enne Presidente del Consiglio è un fenomeno. Le sole leggi sul conflitto di interessi gli impedirebbero di accedere al potere nella maggior parte delle democrazie. Ma in Italia, fa furore. La cultura politica profondamente corrotta dell’Italia del dopoguerra lo ha reso uno dei cittadini più ricchi del paese. Magnate dei media con un quasi monopolio sulla televisione, è stato spesso accusato di plasmare la nazione a sua immagine influenzando l’attenzione verso la politica e nutrendo gli italiani con uno spettacolo senza fine di kitsch ed esibizionismo.

La relazione, comunque, è simbiotica. Giorgio Gaber, il compianto attore e cantante italiano, forse l’ha detto nel modo migliore: “Non è Berlusconi in sé che mi fa paura, è Berlusconi in me”. Afferma Franco Ferrarotti, decano di sociologia italiana: “Quest’uomo in qualche modo rappresenta i sogni segreti di molte persone.”

Sicuramente Berlusconi non ha vita facile. L’Italia è fortemente divisa tra partiti politici di destra e di sinistra dalla fine della seconda Guerra Mondiale. Molti italiani vorrebbero vedere Berlusconi in prigione. La sua unica vittoria con la maggioranza al governo del 2008 è stata aiutata dai ridicoli conflitti interni della coalizione di centro-sinistra, che Berlusconi ha sconfitto. Per gli italiani in cerca di stabilità - hanno avuto 62 governi dal 1945 - Berlusconi era l’unica alternativa.

La sua coalizione di destra, il Partito delle Libertà, ha subito abolito la tassa di proprietà sulla prima casa. Con circa l’80% degli italiani che posseggono una casa di proprietà, la mossa è risultata ampiamente popolare. Ma il suo fascino è più profondo. Sembra essere l’incarnazione di un proverbio italiano che dice molto del carattere nazionale: Fatta la legge, trovato l’inganno [in italiano nel testo N.d.T.]. Un detto che descrive come la legge e i modi di aggirarla nascano nello stesso momento. Secondo una stima, la sola evasione fiscale ammonterebbe a 300 miliardi di dollari. “Lo sport nazionale è violare la legge. Se uno segue la legge diligentemente, deve stare attento a non essere preso per stupido” dice Ferrarotti da Roma in un’intervista telefonica.

Ancora non è chiaro come un uomo che ha cominciato come cantante sulle navi da crociera sia arrivato a possedere un impero mediatico del valore stimato pari a 7,6 miliardi di dollari. Vi sono sospetti di riciclaggio di denaro della mafia.

Una volta al potere, ha fatto approvare delle leggi che l’hanno aiutato ad evitare una serie di processi per corruzione. Molti italiani lo hanno accettato tranquillamente. Chi non cercherebbe di frodare il sistema per proteggere i propri interessi? Sono anche tranquillizzati. Si aspettano che i politici si riempiano le tasche. Ma con Berlusconi, un ritornello comune dice più o meno così: “E’ così ricco che non ha bisogno di rubare.” (Perché lo ha già fatto, aggiungono i critici.)

Molto del suo denaro deriva dall’ambito delle vendite; Berlusconi controlla il 60% del mercato della pubblicità televisiva. Ma il prodotto che vende meglio è se stesso. Ha introdotto una politica della personalità, in una nazione dominata per decenni da intrighi tecnici. La meticolosità della sua persona è quasi una parodia della politica basata sull’immagine: tacchi per sembrare più altro, impeccabili completi doppio petto, abbronzatura permanente, lifting al viso e trapianto di capelli. Perché no, dicono gli italiani. Apparire belli - la bella figura [in italiano nel testo N. d. T.] - è un’ossessione nazionale.

Prima del trapianto di capelli, una delle sue riviste ritoccò una foto per coprire la calvizie. Più seri sono gli esempi di giornalisti e comici critici messi al bando dalle reti della televisione pubblica RAI, che lui controlla in quanto Presidente del Consiglio, e dalle reti private, che possiede. Gli italiani trascorrono in media 4 ore al giorno davanti alla TV, dominata dalle soap opera e dalle showgirls.

“Nel mondo berlusconiano, non c’è differenza tra la realtà e ciò che viene spacciato per realtà” afferma Paolo Guzzanti, ex senatore e deputato nel partito di Berlusconi. “Il criterio di Berlusconi è sempre lo stesso: “Culetti e cervelletti impacchettati a ragione”.

Ha anche trasformato il noioso dibattito politico italiano. Proprietario del Milan, storica squadra di calcio, Berlusconi usa gli scherzi dei tifosi di calcio come modello, afferma Sergio Romano, ex ambasciatore italiano e importante analista politico. Le vanterie sessuali, le battute, le goliardate infantili (una volta ha fatto il gesto delle corna dietro la testa del Ministro degli Esteri spagnolo) - riflettono tutte il linguaggio e il comportamento dei bar dello sport, aggiunge Romano. E con i sostenitori, in questa nazione che impazzisce per il calcio, funziona.

“Berlusconi si è sempre comportato in modo inappropriato - che poi venga raccontato o no” dice Romano da Milano, la città dove Berlusconi ha fatto la sua fortuna. “Sembra che gli piaccia farlo. Sembra pensare che le proprie gaffe siano parte del suo fascino, parte della sua capacità di sedurre. “Abbiamo sempre pensato che non fosse il comportamento giusto” dice, riferendosi agli osservatori politici. “Ma se guardiamo ai sondaggi vediamo che questo non fa perdere Berlusconi. E, a volte, lo fa vincere.”

Qualcuno accusa Berlusconi di megalomania. Dopotutto, si è comparato a Napoleone. Ma con il suo ultimo peccatuccio sessuale “potrebbe aver passato il segno”, afferma Romano. La Chiesa Cattolica non è contenta - sta procedendo verso il secondo divorzio. Inoltre le madri hanno un ruolo istituzionale in Italia e l’immagine di una Lario schernita e sofferente con tre figli adulti attira comprensione, aggiunge Romano.

Berlusconi e la Lario sono stati sposati per 19 anni. Lui la incontrò quando lei recitava a seno nudo in un’opera teatrale. La tensione all’interno del matrimonio divenne pubblica due anni fa. Berlusconi durante una cerimonia flirtò con un’attricetta, Mara Carfagna. Disse che l’avrebbe sposata se non fosse stato già sposato. La Lario chiese delle pubbliche scuse - e le ottenne. La Carfagna è un’ex Miss Italia che ha lavorato come showgirl nelle reti televisive di Berlusconi. Dopo la cerimonia, finì nel suo partito politico. La scorsa primavera, Berlusconi l’ha nominata Ministro per le Pari Opportunità.

La scorsa estate, emersero delle intercettazioni in cui Berlusconi ringraziava un produttore televisivo per avere fatto lavorare delle belle attrici che lui aveva raccomandato - “le mie ragazze” come le chiamava il Presidente del Consiglio. Un rivale politico lo ha chiamato “magnaccia”. Voci su esplicite conversazioni sessuali contenute in trascrizioni non pubblicate hanno travolto la nazione. La comica Sabina Guzzanti attaccò in seguito Berlusconi, durante un raduno a Roma, gridando al microfono: “Non puoi nominare qualcuno Ministro delle Pari Opportunità solo perché … “ (e qui usò una mimica volgare per indicare il sesso orale).” La Carfagna le ha fatto causa per diffamazione.

Il problema della competenza è riemerso la settimana scorsa. Un gruppo della coalizione di Berlusconi ha criticato la presenza di giovani e attraenti candidate - senza esperienza politica - nella lista del partito per le elezioni europee a giugno.

La Lario ha scritto una e-mail alle agenzie di stampa, dicendo che suo marito usa il proprio partito politico come un harem. Ha chiesto il divorzio qualche giorno dopo, quando è si è saputo che Berlusconi aveva partecipato alla festa di compleanno di Noemi Letizia, aspirante attrice di 18 anni che lo chiama “papi”. Secondo un sondaggio pubblicato mercoledì sul quotidiano romano La Repubblica, il 66% degli intervistati ha ancora “fiducia” nel Presidente del Consiglio.

Ma anche gli italiani alla fine potrebbero chiedersi chi si stia occupando della crisi mentre il Presidente del Consiglio si occupa della sua vita personale. Gli italiani descrivono la propria nazione come un bel casino [in italiano nel testo N. d. T.]. Ma con l’esempio che dà Berlusconi, qualcuno potrebbe trovare più appropriata la traduzione letterale - un bel bordello.

[Articolo originale "A little of Berlusconi's schtick goes a long way in Italy" di Sandro Contenta]

mercoledì 13 maggio 2009

Coralli addio? In gioco la sopravvivenza di milioni di persone

Fonte:

Presentato oggi alla Conferenza Mondiale sugli Oceani uno studio WWF sui rischi legati alla perdita delle barriere coralline.

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Presentato oggi alla Conferenza Mondiale sugli Oceani uno studio WWF sui rischi legati alla perdita delle barriere coralline.
Il Triangolo dei Coralli, che si estende tra le coste, le barriere coralline e i mari di sei paesi indonesiani, Filippine, Malesia, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone e Timor Leste, pur essendo appena l’1 % della superficie della Terra comprende il 30% delle barriere coralline mondiali. In quest’area è racchiuso il 76% delle specie dei coralli presenti in tutto il mondo che ospitano oltre il 35% delle specie di pesci presenti nelle barriere coralline compreso il tonno che ha un’indiscutibile rilevanza economica. Ma è soprattutto un territorio che, grazie ai numerosi ‘servizi naturali che offre’, dà da vivere a più di 100 milioni di persone.

In occasione della Conferenza Mondiale degli Oceani, che si è aperta ieri a Manado (Indonesia), il WWF ha presentato uno studio su quest’area – “Il Triangolo dei coralli e i cambiamenti climatici: ecosistemi, persone e società a rischio di estinzione” - che si avvale di oltre 300 analisi scientifiche già pubblicate, includendo il lavoro di più di 20 esperti nei campi della biologia, economia e scienza della pesca. L’analisi mostra chiaramente come le barriere coralline potrebbero sparire dal cosiddetto Triangolo dei Coralli entro la fine del secolo a causa dei cambiamenti climatici, vale a dire rapido aumento della temperatura degli oceani, del livello dell’acqua e della sua acidità, siccità e burrasche.

Se la comunità internazionale non corre ai ripari nella lotta ai cambiamenti climatici, potrebbe non esistere più l’ambiente marino più ricco di biodiversità al mondo e le conseguenze ricadrebbero sulle stesse popolazioni della regione: circa 100 milioni di persone di fatto non avrebbero più fonti di sostentamento.

Una perdita di così vaste proporzioni potrebbe essere evitata se da subito si intraprendesse un’azione globale sul riscaldamento del pianeta, con un’attenzione maggiore all’eccesso di pesca e alla prevenzione dell’inquinamento.

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Foto WWF
“In uno dei due possibili scenari futuri presi in esame nello studio, si prevede la continuazione di questo andamento negativo del cambiamento climatico e si presume uno scarso impegno per proteggere l’ambiente costiero”, ha detto il Prof. Ove Hoegh-Guldberg dell’Università di Queensland, a capo del team di esperti. “In questo scenario, la gente vedrà distruggere i tesori biologici del Triangolo dei Coralli nel corso di questo secolo a causa dei rapidi aumenti della temperatura degli oceani, del livello dell’acqua e della sua acidità, mentre diminuirà la capacità di ripresa dell’ambiente costiero a causa di una cattiva gestione delle coste. La povertà aumenterà, sparirà la sicurezza del cibo, l’economia soffrirà e i popoli della costa dovranno emigrare sempre più verso aree urbane”.

“Decine di milioni di persone dovranno spostarsi dagli insediamenti rurali e costieri a causa della perdita di case, risorse alimentari e reddito, facendo così pressione sulle città della regione e sulle nazioni sviluppate circostanti come l’Australia e la Nuova Zelanda”.

Tuttavia il rapporto dimostra che c’è una possibilità di evitare lo scenario negativo in questa regione, contribuendo a mantenere un Triangolo dei Coralli in buona salute, in cui vengano mantenuti la crescita economica, la sicurezza alimentare e l’ambiente naturale, a patto che si riducano le emissioni di gas serra con investimenti internazionali che rafforzino l’ambiente naturale della regione.

“Tuttavia anche nello scenario futuro positivo le comunità dovranno affrontare la perdita di parte delle barriere coralline, l’aumento del livello del mare, l’aumento delle bufere, della siccità e la ridotta disponibilità di cibo ricavato dal pescato costiero. La differenza sostanziale consiste nel fatto che le comunità rimarranno ragionevolmente intatte e saranno in grado di affrontare le difficoltà. Una gestione efficace delle risorse costiere, che includa reti regionali, ben gestite localmente, di aree marine protette, la protezione delle mangrovie e dei letti dei fiumi e una buona gestione del pescato si tradurranno in un declino più lento di queste risorse” .

Per il WWF i leader mondiali devono sostenere i paesi del Triangolo dei Coralli nei loro sforzi diretti a proteggere le comunità più vulnerabili dall’aumento del livello del mare e dalla perdita di cibo e sostentamento, raggiungendo un forte accordo sulla riduzione delle emissioni di gas serra alla Conferenza delle Parti della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, che si terrà a dicembre a Copenhagen.