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giovedì 9 luglio 2009

Piste di scii sull'Himalaya: gli abitanti dicono no

Fonte:

Dal 2005 la Ford Motor Company è in trattative con il governo locale del distretto di Kullu (India settentrionale) per la realizzazione di un impianto sciistico turistico da 300 milioni di dollari. Per la compagnia americana si tratta di un’opportunità di lavoro per 3500 contadini del luogo che, invece, da millenni cercano di non alterare l’armoniosità della natura e della spiritualità dei loro incantevoli luoghi.


di
Salvina Elisa Cutuli

himalayan ski village manali india
Borgo agricolo di Manali (India settentrionale) con 6000 anime a 2600 metri di quota dove dovrebbere sorgere il centro turistico
Che ci fa la Ford Motor Company nel borgo agricolo di Manali (India settentrionale) con 6000 anime a 2600 metri di quota?

Forse un’esplorazione alla ricerca della valli, della pace, del silenzio e dei ghiacciai scintillanti delle valli himalayane? Assolutamente no. La risposta è un impianto turistico sciistico di 300 milioni di dollari(2.400 ettari di superficie, hotel di lusso, chalet, strutture per meeting e conferenze, un centro divertimenti, ristoranti e negozi, e, ovviamente, tanti impianti di risalita e neve artificiale), la cui costruzione offrirebbe ai contadini del luogo 3500 posti di lavoro, ricchezza e tanta consumistica felicità. Peccato però che ai contadini di questo progetto non interessa nulla, e l’idea di dover rinunciare alle proprie abitudini e veder limitato il proprio rapporto con le risorse naturali li terrorizza.

I cittadini del distretto di Kullu, dove dovrebbe sorgere l’Himalayan Ski Village, non hanno infatti nessuna intenzione di convivere con ristoranti, seggiovie e turisti dediti allo snowboard (tra l’altro il centro disterà appena 45 minuti di volo da Nuova Delhi e sarà una facile meta per il turismo di massa), mentre per il miliardario americano Alfred Ford questo paradiso in cui natura e spiritualità si compenetrano in modo armonico non ha nessun valore.

Per tutte queste motivazioni gli abitanti della regione di Manali protestano nella speranza che qualcuno ascolti i loro “appelli” e si rivolgono al governo locale che, a loro parere, avrebbero messo in secondo piano le esigenze della popolazione per cedere alle allettanti adulazioni americane.

“Siamo contro questo progetto – spiega il rappresentante del gruppo cittadino di protesta, Maheshwar Singh – perché sappiamo che ci priverà di tanti diritti, limiterà il nostro accesso alle risorse naturali e danneggerà l’ambiente. La costruzione di questo impianto è qualcosa che va contro la nostra cultura e ferisce i nostri sentimenti. Siamo persone semplici, che vivono di quello che offrono terra, acqua e cielo”.

plastico centro turistico himalaya
Parte del plastico del progetto del centro turistico sciistico
Mikko Martikainen, l’esperto finlandese di neve artificiale che sta collaborando al progetto, rassicura la popolazione locale – impaurita anche dalle sostanze chimiche contenute nella neve artificiale che potrebbero danneggiare l’ambiente – “verranno usati solo metodi naturali e nessun additivo chimico”.

“Vogliamo promuovere turismo sostenibile ed eco-compatibile – ha dichiarato il direttore generale dell’Himalayan Ski Village, John Sims – e abbiamo predisposto programmi per mitigare l’impatto ambientale sia della fase costruttiva che operativa”.

Ma le paure non si fermano qui. L’accordo tra la Ford Motor Company e i vertici locali esiste dal 2005 e il legale Chandersen Thakur sostiene“stanno cercando di ingannare questa gente approfittando della loro ingenuità. Abbiamo chiesto al governo di fornirci tutta la documentazione riguardo al progetto, e in particolare al rapporto tra l’amministrazione e la compagnia che si occuperà dei lavori, ma non ci è stato ancora consegnato nulla”.

Il consiglio di amministrazione che si occupa del progetto assicura “abbiamo ascoltato le proteste e ne abbiamo preso atto. Presenteremo tutta la documentazione necessaria entro pochi giorni”.

Nella speranza che questo popolo non sia costretto ad emigrare verso altre regioni entro poco tempo dalla realizzazione del progetto, aiutiamoli a mantenere intatto quel paesaggio rarefatto di cime innevate, di sconfinati orizzonti, ma soprattutto i loro diritti umani e civili, firmando la petizione.

lunedì 22 giugno 2009

Perù, gli indios salvano la loro terra: il governo ha ceduto

Fonte:

Continua la cronaca sulle sommosse che hanno agitato il Perù. Dopo circa due mesi di proteste il governo peruviano ha finalmente revocato i decreti che avevano scatenato l’ira degli indios per la difesa della loro terra. I nativi sono così riusciti a tutelare i propri diritti sull’Amazzonia.


di
Salvina Elisa Cutuli

protesta indios
Gli scontri tra le forze dell'ordine governative e gli indios hanno provocato numerosi morti e dispersi
Circa dieci giorni fa il governo peruviano aveva invitato la Chiesa a compiere una proposta di mediazione per cercare di arginare, almeno in parte, le rivolte degli indigeni scatenati da una grande ira funesta a seguito della legge forestale che il direttivo di Lima aveva adottato consentendo lo sfruttamento di un’area di 45 milioni di ettari di foresta per cercare gas e petrolio.

Strano, ma vero. A distanza di poche settimane la protesta si è placata. Gli indios sono riusciti ad avere la meglio, e i due decreti controversi, causa di numerosi morti, sono stati revocati dal Governo. Il Congresso di Lima ha spazzato via le leggi contestate con un'ampia maggioranza, 82 voti contro 12, al termine di cinque ore di dibattito.

Queste leggi, che permettevano investimenti stranieri per lo sfruttamento di miniere e foreste in Amazzonia, erano state approvate nel 2007 e nel 2008 nell'ambito dei poteri concessi dal Congresso al presidente Alan Garcia per permettere l'applicazione dell'accordo di libero commercio con gli Stati Uniti.

Alla notizia del voto favorevole l’Aidesep (associazione interetnica di sviluppo della foresta peruviana), che riunisce 1.350 comunità indigene dell’Amazzonia, ha fermato i blocchi stradali e l’occupazione dei giacimenti petroliferi.

Purtroppo non si conosce bene il numero delle vittime; secondo diverse organizzazioni umanitarie, i morti sarebbero una sessantina, molti dei quali disarmati, mentre centinaia di persone risultano ancora disperse.

alberto pizango
Alberto Pizango è considerato uno dei leader della rivolta dei nativi
Lo scontro più sanguinoso è stato quello avvenuto lo scorso 5 giugno durante il quale 20 indigeni sono stati uccisi dalle forze governative che, dagli elicotteri, hanno sparato sulla folla.

Un massacro ancora oscuro, così come resta oscura la versione ufficiale dei fatti fornita dal governo che in molte parti appare poco credibile; pertanto l’organizzazione Survival International chiede l’apertura di una inchiesta per comprendere il vero svolgimento dei fatti.

Secondo “il governo peruviano invece - almeno rispetto a quanto è stato scritto sul quotidiano peruviano La Repubblica - alcuni indigeni armati di lance e frecce hanno ucciso 25 poliziotti armati di kalashnikov, camionette blindate ed elicotteri, spogliandoli di tutte le loro armi, e uscendo dallo scontro con solo tre morti nelle loro file. Se fosse vero, dovrebbe dimettersi mezzo governo, a cominciare dal ministro dell’interno, perché significherebbe che il Perù ha le forze di sicurezza più incapaci del mondo”. La resa del governo è stata una vera rivincita per gli indigeni e soprattutto per la loro terra che, almeno per il momento, non piangerà dei disastri e degli scempi di esplorazione e sfruttamento.

Uno dei pochi esempi in cui il buon senso vince sulla distruzione e sull’annientamento. Una vittoria della terra e dei suoi diritti, di una vera coscienza che spazza via la speculazione in nome del rispetto verso la Madre terra. Il trattato del libero commercio tra Perù e Stati Uniti, infatti, avrebbeprivatizzato uno dei patrimoni mondiali più importanti per la biodiversità dell’intera umanità, l’Amazzonia peruviana, aprendolo allo sfruttamento da parte delle multinazionali del petrolio, del gas, dell’acqua e del legname e sottraendolo alle popolazioni indigene che lo considerano loro assegnato per diritto ancestrale.

foresta amazzoniaca peruviana
L'Amazzonia peruviana si è salvata dalla deforestazione e dallo sfruttamento delle multinazionali
Il trattato, inoltre, avrebbe sottratto completamente alla sovranità peruviana il territorio, perché le multinazionali avrebbero sfruttato il territorio liberamente senza alcuna mediazione con le popolazioni che vi abitano.

Nell’Amazzonia peruviana non si è combattuto, dunque, un semplice conflitto per la terra con le popolazioni native espulse dalle loro terre ancestrali per far posto al latifondo, alle enclosures, allo sviluppo capitalista di terre libere.

In questa lotta, le popolazioni native, considerate generalmente residuali e assimilabili, si sono mostrate sempre più coscienti di sé e dei propri diritti e per questo più combattivi, e sono stati i portavoce di tutti coloro che pensano che il pianeta, la vita, la natura e la biodiversità non possano essere assoggettati a nessun tipo di trattato come quello firmato dal governo di Lima che, senza pensarci, stava per vendere nelle mani degli Stati Uniti la risorsa più preziosa del suo paese.

sabato 23 maggio 2009

Fosforo bianco in Afghanistan?

Fonte:

Un improvviso allarme arriva da
un'organizzazione afghana per i diritti umani che l'11 maggio ha dichiarato che delle persone, in particolare dei civili, siano state colpite da armi al fosforo bianco durante uno scontro tra truppe americane e ribelli. In effetti, i medici afghani della provincia di Farah hanno in cura 16 pazienti con gravi ustioni, dopo lo scontro armato avvenuto il 4 maggio scorso. Ustioni che i medici classificano come "inusuali". La commissione indipendente per i diritti umani in Afghanistan ha deciso di aprire un’inchiesta sul possibile uso di fosforo bianco o di equivalenti armi chimiche di tipo incendiario contro i civili durante lo scontro. Nader Nadery, un membro di questa commissione, ha dichiarato al governatore di Farah che anche molti dei cadaveri ritrovati hanno il corpo fuso o ricoperto da ustioni estese. 

Il fosforo bianco è un materiale spontaneamente infiammabile, che provoca gravi ustioni sul corpo, spesso fondendo parti anatomiche e provocando la morte. Secondo le convenzioni internazionali vigenti, non è vietato il suo uso, ma non può essere utilizzato su zone abitate. La risposta immediata è arrivata dal comando militare statunitense, con un comunicato in cui afferma di aver documentato 44 casi in cui "i militanti talebani hanno usato fosforo bianco in attacchi, o sono state trovate queste armi nei loro depositi". Il significato è chiaro: sono i ribelli ad usare il fosforo e non l'esercito americano.

Secondo la commissione per i diritti umani, i morti sarebbero tra i 120 e i 140, distribuiti in due villaggi della provincia di Farah, ovviamente viene precisato che non si sa quali vittime siamo civili e quali siano combattenti. C'è però qualcosa che non torna nella posizione presa dal comando americano. Infatti, il portavoce dell'esercito, colonnello Gren Julian, dichiara che che l'esercito non ha usato armi al fosforo per uccidere, che le usano solo per illuminare o per creare cortine fumogene, e da qui conclude: "Quindi, se sono state usate, è da ascrivere ai ribelli". Oltre questo, l'esercito americano non intende aprire inchieste sull'accaduto, anche sull'uso di tali armi da parte dei ribelli. "Se qualcuno ha delle prove, mi piacerebbe parlarne", ha concluso Julian.

E' chiaro che c'è qualcosa che non torna. Le prove sono nei 16 ricoverati che mostrano ustioni e ferite compatibili con l'uso di fosforo bianco. Poi Julian ammette, anche se ne limita l'uso all'illuminazione ed alle cortine fumogene, che il suo esercito ha usato la sostanza incendiaria. Infine, se sono stati davvero i ribelli ad usare armi al fosforo, i soldati americani lo sanno benissimo, visto che hanno ingaggiato un combattimento. Pertanto, perché il colonnello Julian mette il condizionale? Qualche malpensante potrebbe pensare che esiste anche una terza ipotesi: l'uso di proiettili incendiari da entrambe le parti.

Eppure il come sia andato realmente il combattimento non è affatto chiaro: da un lato Karzai accusa gli americani di avere ucciso 130 civili, dall'altro i militari che insistono nel dire che i ribelli hanno usato gli abitanti dei due villaggi come scudi umani, nella speranza che venissero uccisi, in modo da dar vita deliberatamente ad una crisi tra governo Afgano e truppe alleate. Come avviene sempre, in caso di incidenti militari di questo tipo, le parti in causa prendono posizioni diametralmente opposte. Oggi c'é però una differenza: anche per gli osservatori ONU per i diritti umani in Afghanistan ci sono dei testimoni importanti tra i civili sopravvissuti. Lo dice un membro di un dipartimento dell'ONU che si trova a Kabul, che ha voluto restare anonimo, intervistato dal quotidiano inglese 
Guardian

Secondo la sua dichiarazione, le bombe al fosforo sono state sganciate da aerei dopo l'abbandono da parte dei ribelli del campo di battaglia. Alcuni aerei americani hanno sorvolato davvero quella zona, e questo lo può vedere chiunque visto che il 
daily report dell'US Air Forse è pubblicato online. "Il quadro che emerge è francamente orribile", ha dichiarato l'ufficiale delle Nazioni Unite, "gli abitanti del primo villaggio colpito, erano andati nella moschea a pregare per la pace. Poco dopo le preghiere della sera, sono iniziati i bombardamenti, e sono durati circa due ore." Restano a terra 130 morti, più i feriti gravi negli ospedali.

Il dottor Mohammad Aref Jalali, a capo dell'ospedale di Herat, un ospedale che gode di finanziamenti internazionali, ha dichiarato che i feriti portati nel suo ospedale presentano "ustioni fortemente insolite soprattutto sugli arti e le estremità, ustioni mai viste prima". Ed aggiunge: "Non possiamo essere sicuri al 100% su quale tipo di arma chimica abbia fatto questo, e non abbiamo gli strumenti per capirlo. Una donna portata qui ha raccontato che 22 membri della sua famiglia sono stati completamente bruciati e ha anche detto che è caduta una bomba 
che ha fatto una luce bianca che ha incendiato tutto, anche i vestiti delle persone. La bomba è stata lanciata da un aereo".

Evidentemente il colonnello Julian non intende ascoltare questa testimonianza, poiché non risulta che i ribelli in Afghanistan abbiano l'aeronautica a disposizione. Anche secondo altri medici afghani, sarebbe stata l'aviazione americana ad usare bombe al fosforo nell'attacco contro i talebani. Aref Jalali è perentorio nel dire che le ustioni "derivano da un agente chimico e non da un incendio di gas o benzina." Human Rights Watch ha chiesto alle forze internazionali a guida Nato di aprire un'inchiesta sull'accaduto. Il presidente afgano alza la voce, anche in considerazione del fatto che il prossimo 20 agosto l'Afghanistan affronterà le elezioni presidenziali, che vedranno ancora Hamid Karzai come principale candidato alla vittoria, forte di aver riconquistato una sorta di "benedizione internazionale": ora é impegnato nel tentativo di riguardagnare consensi nel paese sulla base delle proteste contro l'uccisione di civili inermi. 

Alex Iacuelli - altrenotizie

Fini, i laici e i catto-khomeinisti di Berlusconia

fonte:
di Paolo Flores d'Arcais, da La Stampa, 21 maggio

Il presidente della Camera, on. Gianfranco Fini, ha pronunciato nei giorni scorsi un’assoluta ovvietà, che la legge dello Stato non deve ispirarsi ai precetti di una religione. Ovvietà in democrazia, beninteso. In una teocrazia farebbe notizia e scandalo (nell’Iran khomeinista con un’affermazione del genere finisci in galera, se ti va bene). Ora, l’ovvietà di Fini, anziché passare inosservata, è finita sulle prime pagine, ha fatto scandalo, ha scatenato lo «stracciarsi le vesti» ormai d’ordinanza. Applichiamo perciò la logica più elementare: se quella che in democrazia è un’ovvietà, ma in una teocrazia è una notizia, da noi suscita clamore, vuol dire che questo Paese già non è più una democrazia, e che nell’establishment le pulsioni teocratiche sono assai forti, e in Parlamento addirittura maggioritarie.

Va da sé: la pulsione teocratica in Italia non si esprime nella forma khomeinista canonica («il Corano è la nostra Costituzione» - anche perché: ve li immaginate Berlusconi e Bagnasco a prendere sul serio il Vangelo?), ma come servitù volontaria ai diktat del Vaticano. Che hanno solo la sottigliezza teologica di non presentarsi come precetti della fede, dogmi del Ratzinger di turno, ma come «evidenze» della «natura umana». Se non è zuppa è pan bagnato: la «natura umana» secondo un laico libertario ha «evidenze» opposte a quelle della Chiesa gerarchica. I laici libertari non appartengono dunque al genere «sapiens sapiens»?

Ora, benché sfugga ai Gennari, Formigoni e altre Roccella, in una democrazia liberale la maggioranza dei voti non è tutto, prima di tutto viene l’autonomia di ciascuno sulla propria vita e la propria libertà. Se una maggioranza parlamentare, anche schiacciante, votasse il battesimo cattolico obbligatorio per ogni nascituro, noi non saremmo più una democrazia, meno che mai se un successivo referendum ratificasse plebiscitariamente questa teocratica violenza.

A maggior ragione sulle questioni «eticamente sensibili». Sulla tua vita (e dunque anche fine-vita), amico lettore, o decidi tu o decide un altro. Ma se sulla nostra vita può decidere sovranamente l’on. Lupi, sulla sua potrà domani decidere la tua volontà, o la mia, o di chiunque detenga una transitoria maggioranza. Mostruosità. Che i nipotini di don Giussani (o di mons. Escrivá de Balaguer) accettano solo in una direzione. Stalin voleva imporre a tutti l’ateismo di Stato. I catto-khomeinisti di Berlusconia vogliono imporre a tutti i malati terminali (o vegetativi permanenti) la tortura di Stato. No.

martedì 19 maggio 2009

Milano, Alabama

Fonte:


Foto di rbanks da flickr.com 

Probabile che Matteo Salvini, il leghista che
chiede posti prioritari per i milanesi sul metrò, sappia nulla di Rosa Parks e della sua storia lucente. Rosa Parks era una donna nera di Montgomery, Alabama. Quando l’1 dicembre 1955 decise di sedersi in uno dei posti dell’autobus riservato ai bianchi, aveva 42 anni. Lavorava come sarta in un grande magazzino. Stava tornando a casa e aveva avuto una giornata dura. Rimase seduta per una manciata di fermate. Poi salirono dei bianchi. Il conducente le ordinò di alzarsi. E lei, che lo aveva fatto mille altre volte, rispettando la legge dell’Alabama che riservava ai negroes gli ultimi posti in fondo all’autobus, decise di disobbedire: “Non mi alzo”. Il conducente fermò l’autobus, chiamò due poliziotti che arrestarono Rosa Parks. 

Per protesta la comunità afroamericana, guidata dal giovane reverendo 
Martin Luther King, decise che nessun nero sarebbe più salito sugli autobus di Montgomery, fino a quando non fosse stata cancellata la segregazione razziale. Il boicottaggio durò 381 giorni. Durante i quali tutti i neri andavano a piedi, oppure in automobili strapiene, oppure in bicicletta, e gli autobus vuoti rimanevano nelle rimesse. Il 19 dicembre 1956 la Corte Suprema degli Usa - su richiesta dei difensori di Rosa Parks, condannata a 10 dollari di multa - dichiarò incostituzionali le leggi della segregazione. Il giorno dopo Martin Luther King e il reverendo bianco Glen Smith salirono sull’autobus e si sedettero uno di fianco all’altro. Oggi quell’autobus è in un museo, Rosa Parks sta nel cielo dei giusti, Obama abita alla Casa Bianca, e Matteo Salvini fa il capogruppo della Lega a Milano. 

giovedì 7 maggio 2009

Milano razzista

Fonte:

 Le cartine non esistono. L'abbiamo inventate. Così i confini, tratti immaginari che generano e alimentano la diversità. La Terra non è attraversata da meridiani e paralleli ma, al massimo, da corsi d'acqua e catene montuose. Eppure abbiamo perso la facoltà di muoverci liberamente. Abbiamo perso il diritto di spostarci. Chi attraversa linee inesistenti, fa scattare l'allarme. Deve identificarsi, giustificarsi, deve avere un permesso. E non è il permesso di essere uguale agli altri, ma il permesso di essere diverso.

  Facciamo entrare chi sta fuori ma non lo chiamiamo uomo, non lo chiamiamo donna. Lo chiamiamo extracomunitario. Lo autorizziamo a varcare una linea immaginaria che abbiamo disegnato noi, e poi gli togliamo lo libertà. Lo facciamo entrare in casa, ma non gli permettiamo di sedersi, di aprire il frigorifero, di usare i nostri cerotti per medicarsi. Tutt'al più, se vuole, può pulire il pavimento.

  A Milano, i mezzi pubblici potrebbero diventare privati. I posti a sedere potrebbero avere colori diversi, come i settori dello stadio. Il colore verde per i milanesi, il giallo per i cinesi, il marrone per gli africani. Magari l'azzurro per i bambini e il bianco per i vecchi, sempre che non siano bambini e vecchi nati al di là della linea di confine. Una donna incinta somala potrebbe dover cedere il posto a una donna incinta lombarda. In fin dei conti, porta in ventre un subumano.
  I clandestini, fuori a spingere. Così si risparmia carburante.

  Nel ventennio fascista, in edicola uscivano periodici che spiegavano con dovizia di particolari la differenza tra le razze. Veniva mostrato in cosa la nostra razza era superiore, e come alcuni tratti somatici dimostravano chiaramente l'inferioriorità genetica di tutte le altre. 

  Non abbiamo imparato niente.

venerdì 27 marzo 2009

martedì 24 marzo 2009

Per sei miliardi di persone l'acqua è un bisogno, non un diritto

Fonte:

I bisogni vincono sui diritti. Questo l’atto finale raggiunto dal V Forum mondiale dell’acqua organizzato a Istanbul nonostante la problematica situazione mondiale. Le previsioni sono davvero critiche non solo per i paesi in via di sviluppo ma anche per i paesi industrializzati, tra i quali l’Italia.

di 
Salvina Elisa Cutuli

acqua
L'acqua è un diritto fondamentale universale dell'umanità
Istanbul non era stata scelta a caso. Sorge sullo stretto del Bosforo che separa l'Europa e l'Asia, una posizione ideale per portare in tutto il mondo la consapevolezza delle problematiche dell'acqua. Nonostante questo oltre 25.000 persone, capi di Stato e delegati provenienti da 155 Paesi riunitisi nella città in occasione del V Forum mondiale dell'acqua, non sono riusciti a riconoscere che l'acqua è un diritto fondamentale universale dell'umanità!

"Una vera è propria sconfitta”dichiara Guido Barbera presidente del CIPSI, Coordinamento di Iniziative Popolari che raggruppa 48 associazioni Ong. Da oltre un decennio Barbera combatte in prima fila affinchè l'acqua venga riconosciuta come diritto universale, come bene comune essenziale e indispensabile per la vita e non come merce.

I rappresentanti di governi, agenzie e organismi internazionali si sono trovati a discutere delle questioni relative alla disponibilità e alla sicurezza dell'acqua a livello mondiale: 8 milioni di decessi l´anno sono attribuiti alla carenza idrica e a servizi igienico-sanitari inadeguati; 1,1 miliardi di persone non hanno accesso alle risorse idriche; 2,6 miliardi di persone hanno problemi igienico-sanitari; 3.900 bambini sono vittime ogni giorno della mancanza d’acqua; l´inquinamento dei corsi d´acqua e delle falde diventa sempre piùinarrestabile; l'agricoltura attualmente assorbe il 70% delle risorse mondialidi acque dolci utilizzate dagli esseri umani.

Secondo alcune previsioni la popolazione mondiale ad oggi di 6,6 miliardi di persone potrebbe crescere di 2,5 miliardi entro il 2050. L'incremento, inoltre, dovrebbe concentrasi per la maggior parte nei paesi in via di sviluppo che soffrono già di scarsità idrica.

Anche nei Paesi industrializzati non c'e' da stare allegri. Un allarme e' stato lanciato dalla Coldiretti nel corso del 'G8 Farmers Meeting' organizzato proprio in occasione della Giornata dell'acqua: un quarto della produzione alimentare mondiale potrebbe andar perso entro il 2050 proprio per l'impatto combinato del cambiamento climatico, del degrado dei suoli, della scarsita' di acqua e delle specie infestanti.

In Italia ogni anno l’acqua viene usata per scopi civili in una quantità pari a circa 7.940 milioni di m3 e, pur se circondato da mare e ricco di fiumi e laghi (in condizioni di stress idrico), il Bel Paese ha problemi, in particolare al sud e nelle isole.

Nonostante quindi lo spaccato della situazione idrica a livello mondiale sia drammatica il testo conclusivo del forum ha lasciato molto a dsiderare. Nel testo, infatti, si legge "migliorare l'accesso all'acqua e ai servizi igienico-sanitarie", si sottolinea il carattere di "urgenza" nel combattere il problema dell’acqua, si riconosce l'importanza dell'avere "accesso" e di "un miglioramento delle condizioni igienico-sanitario" per compiere un importante "passo verso la diminuzione in tutto il mondo dei decessi legati alla scarsità d'acqua". Ma la nozione di diritto dell'accesso all'acqua, reclamata con forza da numerose Ong e parecchi Paesi, non figura. Nel testo ci si ferma al “bisogno” che come si sa cambia da situazione a situazione e nelle diverse aree del mondo.

Secondo il rapporto delle Nazioni Unite, considerata anche la crescita demografica, il rischio per il pianeta è che nel 2030 metà della popolazione mondiale resti senza livelli adeguati di risorsa idrica.

acqua
La situazione è allarmante non solo per i paesi in via di sviluppo ma anche per i paesi industrializzati
Nonostante tutto “buoni segnali arrivano dall’America Latina - dichiara Gabbiotti coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente e relatore al Forum delle associazioni - dove Bolivia e Paraguay hanno già inserito nella loro Costituzione un articolo che vieta la privatizzazione dell’acqua. In Colombia, invece, la rete di associazioni ambientalisteEcofondo ha raccolto 1.600.000 firme in favore di una proposta di referendum popolare, attualmente in discussione presso il Senato, per inserire lo stesso articolo nella Costituzione”.

Molte mobilitazioni, insomma, hanno portato i loro frutti. Questi movimenti vanno sostenuti ed è necessario dare voce in modo sempre più forte alle grandi vertenze sull’acqua nel mondo.

Se da un lato movimenti internazionali non hanno riconosciuto la legittimità del Consiglio Mondiale dell'Acqua, promotore dell'incontro, accusandolo di essere un think-tank privato strettamente legato alla Banca Mondiale, alle multinazionali dell'acqua e alle politiche dei governi più potenti del mondo, dall’altro lato si dichiara entusiasta per il successo dell’evento il segretario generale del Forum Oktay Tabasaran che parla del documento come di "una piattaforma per affrontare i problemi del mondo legati all'acqua, che non possiamo ignorare". Anche il ministro turco dell'Ambiente Veysel Eroglu dichiara "è un documento importante che servirà da riferimento a livello governativo".

Staremo a vedere.

La differenza tra bisogno e diritto è sostanziale. Affermare che l'acqua è un diritto significa riconoscere che la collettività ha la responsabilità di creare le condizioni affinché questo diritto possa essere garantito. Se invece l'acqua viene inserita nella sfera dei bisogni la soddisfazione degli stessi è delegata alla capacità economica del singolo.

La Sapienza, il diritto negato

Fonte:

Il diario dal movimento di Gaia Benzi, studentessa di lettere e filosofia all'Università La Sapienza di Roma.

Ho aspettato qualche giorno a scrivere queste righe: avevo bisogno di mettere in fila i pensieri che, disordinati, si affollavano nella mia mente; scenari lugubri ad altri più invitanti si assommavano nelle mie riflessioni, e l'impostazione da dare al mio discorso non era molto chiara.
Credo comunque di dover fornire alcune spiegazioni, oltre che il resoconto diretto di quanto avvenuto mercoledì diciotto marzo alla Sapienza, per sconfessare i resoconti faziosi di alcuni quotidiani, ma soprattutto per informare su quanto i quotidiani non dicono o desiderano tacere.
Partiamo dall'inizio: lo sciopero del 18 marzo era visto da tutti come un'occasione importante di rilancio dell'Onda. In molte città italiane gli universitari si erano organizzati per protestare assieme alla Cgil, con presidi e cortei: e difatti sono state molte le città in cui gli studenti, come in autunno, sono tornati per le strade affiancati da genitori e insegnanti, lavoratori della conoscenza e precari della formazione, a gridare la loro contrarietà alla gestione della crisi e del dissenso che il governo sta portando avanti.
Anche alla Sapienza si era discusso dell'opportunità di prendere parte al presidio che il sindacato aveva indetto per la giornata: un presidio stanziale, una manifestazione di piazza - senza corteo - a Santissimi Apostoli. Ma se n'era discusso cercando di allargare lo sguardo per includere i conflitti sociali nella loro interezza e, soprattutto, la risposta che a tali conflitti sta fornendo un esecutivo sempre più autoritario e autocratico, sempre più confuso nei meandri della recessione, spaventato dal dissenso e bisognoso di capri espiatori. In sostanza: nelle assemblee d'ateneo "verso il 18" erano state analizzate le contromisure amministrative del comune di Roma sulle manifestazioni di piazza - il cosiddetto protocollo romano - e quelle legislative del governo sul diritto di sciopero nel settore della mobilità; e, preso atto della tendenza liberticida e normalizzatrice delle stesse, si era deciso di non limitarci a stare in piazza col sindacato, ma di raggiungerla, quella piazza, con un corteo, uno dei tipici cortei dell'Onda, autorganizzato e spontaneo e volto al blocco delle strade, perché "se ci bloccano il futuro noi blocchiamo la città" - com'è stato gridato per mesi.
La mattina del 18 ci siamo incontrati nella città universitaria, siamo partiti per un breve corteo interno e poi ci siamo diretti, come al solito, all'uscita di piazzale Aldo Moro.
Subito siamo stati circondati da un nutrito gruppo di agenti, in tenuta antisommossa: caschi, scudi, visiere abbassate. Tutti in cerchio intorno a noi, un bel ferro di cavallo. Abbiamo iniziato le trattative con i funzionari, per concordare un percorso e trovare una mediazione tra le nostre necessità e i loro ordini - come al solito. Come al solito alcuni discutevano, altri chiacchieravano, altri si sedevano a leggere il giornale; alcuni prendevano un sole già primaverile sdraiati sul prato, lo stivale del celerino a pochi passi di distanza.
C'era un clima di lucida rassegnazione, mista a una determinazione pacata: saremmo rimasti lì finché non si fosse giunti a un accordo. I funzionari sbandieravano la necessità di ottemperare al protocollo; noi ribattevamo che a quel protocollo nessuno di noi aveva aderito, che era protocollo - appunto - e non legge, che il diritto a manifestare non poteva in nessun caso essere negato.
Dialogo o dialettica che fosse, stavamo solo parlando. Ma poi, all'improvviso, sono partite le cariche.
La gente ha cominciato a correre a destra e manca per tutto il piazzale, attimi di confusione hanno disperso la massa di studenti lasciando uno spazio vuoto fra quei pochi delle prime file che, nel tafferuglio, erano inciampati e gli altri, che erano corsi a cercare riparo dentro le mura. A poco più di un metro da me ho visto un carabiniere inseguire un ragazzo, raggiungerlo, afferrarlo per la maglietta e sbatterlo a terra con violenza; e poi cominciare a picchiarlo, alla cieca, col manganello impugnato al contrario così da colpirlo col manico - la parte più dura, quella che fa più male. Un attimo dopo, addosso al ragazzo erano ben quattro. Grida, strepiti, urla, ognuno cercava di tirarsi d'impaccio; i feriti venivano strappati via dalle mani dei celerini e portati al sicuro dai loro compagni, mentre la folla a mani alzate urlava "vergogna" e la polizia avanzava, di più, sempre di più, fino a costringerci dentro.
Abbiamo provato a uscire altre due volte, dagli sbocchi laterali. Non abbiamo fatto in tempo nemmeno ad avvicinarci ai cancelli che subito le forze dell'ordine hanno alzato braccia ed armi e hanno caricato, ancora. Correvamo da una parte all'altra, incrociando altri studenti; gridavamo loro ciò che stava accadendo. Uno di loro si è alzato, gettando a terra libri e quaderni: e subito si è unito a noi. Iniziavano ad arrivare le borse di ghiaccio a medicare le botte, fazzoletti che asciugassero il sangue. La tensione cresceva. "Non è possibile!". Ho visto volare ciabatte e bottigliette d'acqua, le cariche ormai si erano fatte incessanti. A viale Regina Elena le forze dell'ordine, prese dall'enfasi, sono entrate dentro l'università ed hanno rinchiuso le prime file in un quadrato; altri lanci, qualche sasso è volato sbattendo contro il cancello di ferro e rimbombando nel tumulto: è bastato per far rientrare i ranghi, allontanare i poliziotti e farci uscire dall'empasse.
Alla fine eravamo stremati, contusi, sfiancati. Ci siamo riuniti sulle scale del rettorato per indire una conferenza stampa, cercando dell'acqua, calmando il respiro, accompagnando al pronto soccorso chi ne aveva bisogno. Provando a schiarirci le idee.
Ma farlo è difficile; o meglio, terribilmente inquietante.
Improvvisamente, i dati sparsi di queste ultime settimane s'incastrano fra loro con perfetta armonia, contribuendo a comporre un quadro unitario: ovunque gli studenti siano tornati a far sentire la loro voce sono stati ingiustificatamente caricati dalle forze dell'ordine; attivisti del movimento sono stati continuamente aggrediti e malmenati da gruppuscoli neo-fascisti che, nella loro impunità boriosa, accomunano tutta la penisola. Padova, Torino, Pisa, Napoli, Roma... E' bastato riattivare un livello minimamente pubblico di protesta per essere picchiati, sprangati, sedati, ora dai manganelli dei poliziotti, ora dai tirapugni degli estremisti invasati e xenofobi che tanto hanno successo ultimamente.
In particolare, va notato che le istituzioni ormai non si vergognano più di intrattenere rapporti con fascisti dichiarati come i militanti del Blocco Studentesco - quelli delle mazze tricolori a Piazza Navona, per intenderci: solo poche settimane fa il comune di Roma ha promosso un convegno dal titolo "Tempo di essere madri", affiancando senza remore lo stemma capitolino al simbolo del centro sociale para-nazista Casa Pound. All'interno del panorama politico della destra italiana, infatti, fazioni fin'ora rimaste nell'ombra stanno conquistando pian piano legittimità politica attraverso un progressivo sdoganamento mediatico delle stesse, in uno scenario complesso e in continua mutazione.
Non ho le prove per accusare nessuno, né tantomeno posso permettermi di dire che vi sia una connivenza - o una continuità - fra le aggressioni individuali e le cariche statali; ma certo tutti noi abbiamo notato con preoccupazione un numero sempre crescente di coincidenze che, non essendo seguite da pubbliche condanne o prese di distanza nette da parte degli organi politici e istituzionali, alimentano i sospetti. Del resto non era forse Roberto Fiore, segretario nazionale di Forza Nuova - partito di stampo dichiaratamente neo-fascista -, sullo stesso palco di Casini, Fini e Berlusconi durante la manifestazione di quasi due anni fa "contro il regime di Prodi"? E non sono state trovati
materiali inneggianti al nazismo a Roma Tre, negli armadietti di Azione Universitaria - costola giovanile di Alleanza Nazionale?
Quello che abbiamo visto mercoledì si può riassumere con una sola parola: repressione. Repressione nuda e cruda, come solo la violenza sa essere. Ci hanno accusato di provocazioni, di insulti e di pratiche di lotta illegali e illegittime, mentre io che c'ero lo posso dire con chiarezza: eravamo e siamo profondamente pacifici. Ma mercoledì ci siamo dovuti difendere, abbiamo dovuto strappare a braccia i nostri amici, i nostri fidanzati e i nostri compagni dalle grinfie di una mattanza irrazionale. Perché molti sono stati feriti, e alcuni - i più sfortunati - sono finiti all'ospedale con la testa spaccata. Per cosa, poi? Quale atto rivoltoso stavamo compiendo? Volevamo uscire dall'università per manifestare: una pretesa senza dubbio sovversiva!
Non c'è stata alcuna forzatura, benché ci fosse il blocco: l'ho già detto, stavamo solo parlando. Non c'è stata alcuna provocazione da parte nostra: le provocazioni le hanno messe in campo le forze dell'ordine, che hanno caricato a freddo studenti disarmati e inermi. Il protocollo tanto sbandierato per noi non vale, non può valere: non l'abbiamo mai approvato. E non lo approveremo mai, sia chiaro, perché è un protocollo liberticida e inutile, visto e considerato che con la scusa della mobilità si proibisce ai dissidenti di manifestare sotto i ministeri e i palazzi del potere, anche in quelle zone chiaramente pedonali come Montecitorio. 
La reazione di mercoledì non può e non deve essere giustificata dalla violazione di un accordo fra parti che, tra le altre cose, non ci annoverano fra i loro iscritti. Perché è stata insensata, esagerata: o pensate che permettere agli autobus di circolare valga il cranio a pezzi di un vostro figlio, fratello o nipote? A questo punto, anche invocare la neutralità della legge significa farsi inghiottire dallo specchietto per le allodole messo lì per intontire gli assenti.
Perché il tutto è stata fatto - chiaramente - in nome dell'ordine, della disciplina, della legalità, la stessa che viene sbandierata contro gli immigrati, i senzatetto, i presunti stupratori, i bulli delle scuole, gli operai cassaintegrati; e apparentemente anche la stessa che viene calpestata, ignorata, sbeffeggiata ogni qual volta si tratta di accusare un potente, un politico, un banchiere famoso o un palazzinaro qualsiasi. La stessa che quando si tratta di picchiare gli studenti e mandare all'ospedale ragazzi poco più che ventenni dev'essere applicata alla lettera, senza eccezioni, mentre quando bisogna mandare in galera qualche farabutto della politica allora no, allora può essere comodamente interpretata.
Sequestrati: questo eravamo. Sequestrati e rinchiusi dentro la nostra università. "Perché in fondo siete studenti", sembravano dire la questura, il prefetto, il sindaco e il rettore nel giustificare un sopruso incivile. "E' quello il vostro posto. Vi siete divertiti per un po' a criticare il governo, va bene. Ma ora, basta". Come si diceva un tempo: la ricreazione è finita.
Perché in effetti stiamo sul groppone a molti, visto e considerato che non ci limitiamo a studiare, ma mettiamo in pratica ciò che all'università studiamo. Stiamo sul groppone per le nostre alleanze che si allargano e si fortificano, e parliamo di reddito, di salario, di diritto allo studio ma anche di welfare, di diritto di sciopero e dissentiamo, tenacemente, a fianco dei medici e degli immigrati, a fianco dei disoccupati e dei precari di tutta Italia. Perché ancora una volta abbiamo incontrato le scuole e gli studenti medi, perché stiamo organizzando per il ventotto una grande manifestazione a latere del G14 sul welfare insieme ai sindacati di base e a tutti gli altri movimenti territoriali e di lotta per la casa. Perché noi davvero questa crisi non la vogliamo pagare, perché non ne va solo del nostro presente, ma del nostro futuro.
Ci stanno levando tutto: lavoro, giustizia, pensione, casa, diritti civili. A vent'anni vorrebbero imporci d'ingoiare disillusione e paura, vorrebbero vederci rassegnati e proni, lo sguardo a terra e il capo coperto di cattolicissima cenere. Pronti a pagare lo scotto di errori che non abbiamo commesso e che subiamo, ingiustamente, da sempre.
E il nostro unico difetto è quello di non volerci arrendere alla sopravvivenza, continuando a pretendere di vivere una vita migliore. E' questa pretesa che ho visto mercoledì negli occhi degli altri; ma con grande dolore ho visto anche la rabbia a cui ci stanno portando, l'ho vista nei volti di compagni più che pacifici, che hanno sempre sfilato a mani alzate accanto a me, che continuano a discutere con professori e studenti per cambiare veramente l'università che vivono, che ci credono profondamente e che anche per questo non farebbero male a una mosca. L'ho vista montare, quella rabbia, ho visto quelle guance diventare rosse mentre, le braccia alzate e piene di lividi, gridavano "fuori! fuori!" ai poliziotti che, incauti, sorpassavano il confine. Li ho visti trattenersi a vicenda, abbracciarsi l'un l'altro per evitare di scoprire fino a che punto potesse spingerli l'indignazione.
Abbiamo chiesto alla Cgil di schierarsi, di ritirare la firma dal protocollo; il responsabile della Flc Cigl ha espresso tutta la sua solidarietà, ma noi ancora aspettiamo un gesto concreto, una presa di posizione netta con delle conseguenze altrettanto nette. Forse l'avremo giovedì prossimo, quando incontreremo alla Sapienza i delegati della Cgil e i sindacati di base per un incontro pubblico sul diritto di sciopero e la libertà di movimento.
Del resto, ormai è palese: lasciarci soli adesso significherebbe armare il braccio della repressione. Brunetta l'altro giorno ci ha apostrofati come guerriglieri e ha dichiarato, lapidario: "come guerriglieri verranno trattati". Sarebbe a dire? Che verremo sequestrati, incarcerati, torturati, mandati al confino? Non è chiaro. Il ministro ha poi definito un movimento eterogeneo e variegato come il nostro "associazione": sì, esatto, l'associazione Onda. Un primo passo verso la burocratizzazione del nemico, la sua identificazione in uno schema prestabilito e per questo incasellabile, all'occorrenza, dentro il lungo capitolo dei nemici di Stato.
E tornano alla memoria le parole sussurrate da un casco blu, mercoledì mattina: "Godetevi questa campana di vetro. Finché dura".

Gaia Benzi

lunedì 23 marzo 2009

37 preti per la libertà sul fine-vita

Fonte:

Si allarga nella Chiesa cattolica la controversia sulla bioetica

I sacerdoti che volessero sottoscrivere l'appello possono inviare una mail a redazione@micromega.netspecificando città, provincia e recapito telefonico.


"La legge sul testamento biologico che il governo e la maggioranza si apprestano a votare imprigiona la libertà di tutti i protagonisti coinvolti al momento supremo della morte. Definendo il nutrimento e l’idratazione 
forzati come cura ordinaria e obbligata e non più come interventoterapeutico straordinario, la legge annulla ogni possibilità di valutazione sull’accanimento terapeutico. L’interessato, i familiari e il medico stesso sono impotenti di fronte ad una volontà esterna che impone un protocollo che è solo politico e non morale. La vita deve essere rispettata sempre e senza condizioni, finché resta vita umana nella coscienza, nella dignità e nella forza di sostenerla.
La morte è un appuntamento naturale a cui tutti siamo chiamati; per i credenti poi è il vertice della vita vissuta, la soglia che introduce all’eternità. La decisione di porre fine ad una parvenza di esistenza è di pertinenza esclusiva della persona interessata che ha il diritto di esporla preventivamente in un testamento, oppure alla famiglia di concerto con il medico che agisce in scienza e coscienza. Con la forza della ragione e la serenità della fede ci opponiamo ad un intervento legislativo che mortifichi la libertà di coscienza informata e responsabile in nome di principi che non sono di competenza dello Stato e tanto meno di un governo o di un parlamento che agiscono in modo ideologico sull’onda emotiva e la strumentalizzazione di una dolorosa vicenda (Eluana Englaro). Come credenti riteniamo che chiunque come è stato libero di vivere la propria vita, così possa decidere anche di morire in pace, quando non c’è speranza di migliorare le proprie condizioni di esistenza umana."

don Paolo Farinella (Genova), don Vitaliano della Sala (Sant’Angelo a Scala, Avellino), don Enzo Mazzi (Firenze), don Raffaele Garofalo (Pacentro, l’Aquila),padre Fausto Marinetti (Sinigaglia, Ancona), don Andrea Tanda (Oristano),don Ferdinando Sudati (Paullo, Milano), don Adolfo Percelsi (La Loggia, Torino), don Giovanni Marco Gerbaldo (Modena), don Pierantonio Monteccucco (Voghera), don Chino Piraccini (Cesena), don Marcello Marbetta(Albano Laziale, Roma), padre Tiziano Donini (Trento), don Aldo Antonelli(Antrosano, l’Aquila), don Roberto Fiorini (Mantova), don Luigi Consonni(Pioltello, Milano), don Angelo Cassano (Bari), don Renzo Fanfani (Firenze),don Nicola De Blasio (Benevento), don Goffredo Crema (Cremona), don Guglielmo Sanucci (Roma), dom Giovanni Franzoni (Roma), padre Benito Maria Fusco (Bologna), padre Pierangelo Marchi (Caserta), don Paolo Tornambè (Avezzano, l’Aquila), don Carlo Sansonetti (Attigliano, Terni), don Franco Brescia (Napoli), don Carlo Carlevaris (Torino), padre Nino Fasullo(Palermo), don Andrea Gallo (Genova), don Angelo Bertucci (Rovereto), don Alessandro Santoro (Firenze), don Franco Barbero (Pinerolo), don Giorgio De Capitani (S. Ambrogio in Monte di Rovagnate, Lecco) don Francesco Capponi(Itaberai, stato di Goias, Brasile), don Alessandro Raccagni (Bergamo), don Salvatore Corso (Trapani) . 

sabato 21 febbraio 2009

H20 Acqua in bocca: vi abbiamo venduto l'acqua







di Rosaria Ruffini
Mentre nel paese imperversano discussioni sul grembiulino a scuola, sul  guinzaglio al cane e sul flagello dei graffiti, il governo Berlusconi senza dire niente a nessuno ha dato il via alla privatizzazione dell'acqua pubblica. Il Parlamento ha votato l'articolo 23bis del decreto legge 112 del  ministro Tremonti, che afferma che la gestione dei servizi idrici deve essere sottomessa alle regole dell'economia capitalistica.

Così il governo Berlusconi ha sancito che in Italia l'acqua non sarà più un bene pubblico ma una merce, e quindi sarà gestita da multinazionali (le stesse che possiedono l'acqua minerale). Già a Latina la "Veolia" (multinazionale che gestisce l'acqua locale) ha deciso di aumentare le bollette del 300%. Ai consumatori che protestano, "Veolia" manda le sue squadre di vigilantes armati e carabinieri per staccare i contatori. La privatizzazione dell'acqua che sta avvenendo a livello mondiale provocherà, nei prossimi anni, milioni di morti per sete nei paesi più poveri. L'uomo è  fatto per il 65% di acqua, ed è questo che il governo italiano sta mettendo in vendita. 

L'acqua che sgorga dalla terra non è una merce, è un diritto fondamentale umano e nessuno può appropriarsene per trarne illecito profitto. L'acqua è l'oro bianco per cui si combatteranno le prossime guerre. Guerre che saranno dirette dalle multinazionali alle quali oggi il governo, preoccupato per i grembiulini, sta vendendo il 65% del nostro corpo. Acqua in bocca.

Fate girare: mettetene a conoscenza più gente che potete 

Franca