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mercoledì 28 ottobre 2009

Panem et Circenses: gli errori dell’uomo pagati dagli animali

Fonte:

L’uomo ritiene, con la presunzione di non essere smentito, di poter disporre a suo uso, abuso e consumo della natura e dei suoi abitanti pennuti, pinnati, quadrupedi e quadrumani. Laboratori, circhi, zoo, allevamenti sono la frontiera (dis)umana al progresso della scienza, al divertimento, alla produzione sfrenata.


di
Romina Arena

uomo scimmia circo dominare
L'uomo ha sempre avuto la convinzione di poter dominare la natura
I crimini contro la vita li chiamano errori, Pierangelo Bertoli

L’uomo ha sempre avuto la convinzione di poter dominare la natura. Ha sempre pensato che il proprio status di essere intelligente e dotato di raziocino gli desse una sorta di diritto di prelazione sugli animali, il loro habitat, i loro cicli vitali.

La bestia, così definita perché, secondo un concetto filosofico ben radicato, priva di quelle capacità cognitive ed intellettuali proprie dell’Homo sapiens sapiens (due volte sapiens, addirittura), è soggetto, oggetto e strumento nell’affannosa ricerca di quella nuova molla che proietti l’umanità in un costante ed all’infinito procrastinato futuro.

Anche se ad oggi si ha notizia che in alcune zone del mondo, quelle povere, manco a dirlo, esistono individui equiparati, ai fini del progresso scientifico, agli animali e che quindi di questi ultimi compartecipano la sorte, rimangono sempre le bestie i più assidui frequentatori di laboratori, gabbie e gabbiette ammassate nei magazzini nella estenuante cavalcata verso un domani neanche tanto bene definito e soprattutto neanche così tanto allettante.

Sulle loro carni, sulle loro pellicce, sui loro organi si avvicendano figure tra le più disparate che siano scienziati, cuochi, bracconieri, mercanti, santoni e faccendieri che con le loro trovate immaginano ed alla fine pretendono di restituirci cosmetici più belli, brillanti e ricercati per le nostre membra; capi d’abbigliamento alla moda per soddisfare il più sfrenato slancio di vanità; pozioni miracolose che ci guariscano ogni morbo del corpo e dell’anima; cibi succulenti che accarezzino con esotica voluttà il più fine dei palati; bersagli mobili per soddisfare il più basso degli istinti predatori.

mucca pazza ecatombe bovina
L’encefalopatia spongiforme bovina, meglio conosciuta come mucca pazza, è stata una buona occasione per provocare un’ecatombe bovina di portata planetaria
Laddove non arriva la scienza, il fucile o il pennello per stendere l’ombretto vi arriva la voglia di soddisfare il pubblico ludibrio, quei gridolini concitati ebbri di eccitazione che fendono l’aria quando si scopre che la bestia, in verità, balla, canta, salta a comando, si fa ficcare una testa tra le fauci, tiene una palla ben ferma sul naso, sbatte le pinne per applaudire, salta nei cerchi infuocati,imita l’uomo nei vizi e nelle, poche, virtù. Dove la scienza lascia il passo al godimento dello spirito, lì spuntano i circhi, gli zoo, gli acquari e i delfinari.

Carceri o poco più (spesso anche molto meno) che ricreano intorno alle bestie, nella migliore delle ipotesi, ambienti fittizi fatti di palme, rocce, laghetti, Iceberg, grotte, liane e tanta, tanta desolazione. La bestia è un’attrazione, un fenomeno da baraccone, un quadrupede che si drizza sulle zampe posteriori: la fotografia col tigrotto o con il pitone adagiato sulle spalle come un pesante, scivoloso ed umidiccio collier; l’orso che si lancia dalla roccia per cercare la frescura nelle acque palustri del laghetto artificiale o il gorilla che tra le sbarre tende una mano (perché di quello si tratta) per ricevere qualche nocciolina o qualche sparuta caramella; il delfino che spunta come un siluro dall’acqua per compiere evoluzioni mozzafiato in alto nell’aria per poi tuffarsi con grazia in quello che per lui è poco più che un pantano. Applausi fragorosi, bambini con lo sguardo rapito, macchine fotografiche in tilt.

Panem et Circenses.

Cibo e divertimento per rispondere all’insaziabile esigenza, che si trasforma in pretesa, atto dovuto, di ristorare lo spirito e temprare il corpo ad una velocità che i giusti tempi ciclici della natura non contemplano. Allora alle siringhe dei laboratori, ai frustini dei circhi, alle palle colorate dei delfinari si aggiungono quei lager che la vulgata comune si ostina a chiamare allevamenti.

fois gras allevamenti oche
Agnelli, galline, maiali e poi branzini, tonni, trote ed orate ammassati in ambienti insalubri, tempestati di antibiotici, condannati a standard di vita e di produzione innaturali
Agnelli, galline, maiali e poi branzini, tonni, trote ed orate ammassati in ambienti insalubri, tempestati di antibiotici, condannati a standard di vita e di produzione innaturali. Le vacche con le mammelle costantemente strizzate; le galline a spremersi per le uova; le oche ad ingrossarsi, letteralmente, il fegato. Tutti invariabilmente costretti a crescere in fretta e produrre altrettanto velocemente. In questo vortice, però, spesso qualcosa sfugge, parte per la tangente, crea delle anomalie negli animali che diventano letali per l’uomo.

E l’uomo cosa fa? Dotato di quel suo ingegno che non per niente lo rende sapiens, taglia il problema alla radice, seguendo i consigli di Arthur Schopenhauer. Perché le responsabilità non sono mai dell’uomo, che si accanisce con le sue alchimie, i suoi esperimenti, i suoi vaccini sulle bestie, ma di queste ultime, zozze, immonde, che si ammalano, contaminano le loro carni e devono essere soppresse.

L’encefalopatia spongiforme bovina, meglio conosciuta come mucca pazza, è stata una buona occasione per provocare un’ecatombe bovina di portata planetaria; l’influenza aviaria ha segnato un delirante sterminio di polli, tacchini e simili; il nuovo virus dell’influenza A ha dato inizio ad uno specioso quanto inutile eccidio di maiali.

Mi chiedo, non senza certa preoccupazione, cosa succederebbe se un giorno, in questa follia collettiva, venisse fuori un nuovo virus e lo chiamassero influenza umana .

domenica 11 ottobre 2009

Cibo per animali: scatolette e croccantini ricche di tumori e vivisezione

Fonte:

L’industria del pet food è un vero business responsabile della sofferenza di molti animali. Dalle scatolette ai croccantini, tutti questi prodotti vengono testati sugli animali per valutare la tossicità o l’efficacia curativa rispetto a alcuni disturbi. Una vera operazione di marketing incurante di aumentare il rischio di cancro e di altre malattie degenerative per i nostri amici animali. Vediamo quali marche evitare e quali no.

di Giovanna Di Stefano

Cane con cartello
La sperimentazione animale si annida persino nell’industria che produce cibo per animali, il cosiddetto ‘pet food’
In ogni prodotto che compriamo si possono celare sofferenze, spesso atroci, di malcapitati animali cosiddetti ‘da laboratorio’: cani, gatti, topi, conigli, ma anche pecore, maiali o asini. Come noto le industrie che alimentano la vivisezione sono quelle del settore farmaceutico e cosmetico che mietono un gran numero di vittime innocenti - stimate intorno ai 300 milioni ogni anno - in esperimenti di dubbia o nulla utilità, macchiandosi spesso di crimini gravissimi anche a causa della mancata applicazione delle misure obbligatorie atte a ridurre al minimo la sofferenza dell’animale (anestesia).

Pochi sanno tuttavia che la sperimentazione animale si annida persino nell’industria che produce cibo per animali, il cosiddetto ‘pet food’, pur non essendo affatto obbligatoria per legge; elemento questo che aggrava le responsabilità e rende eticamente molto meno accettabili le politiche aziendali di alcune multinazionali leader del settore. Dalle scatolette ai croccantini, dagli ossi vitaminici alle ‘diete’ terapeutiche: ognuno di questi prodotti viene testato su animali per valutarne la tossicità o l’efficacia curativa rispetto ad alcuni disturbi.

Un business responsabile della condizione di prigionia e sofferenza di molti animali, afflitti dai sintomi di malattie che vengono loro indotte artificialmente in laboratorio al fine di poter poi testare l’efficacia di qualche crocchetta studiata ad ‘hoc’ per ogni patologia. Sui siti delle più note marche di cibo per animali, che praticano massicciamente la sperimentazione, si possono trovare decine di formulazioni diverse di crocchette per ogni disturbo dal diabete all’artrosi, dalle dermatiti alle patologie dentali, persino alcune che curerebbero l’invecchiamento celebrale o problemi cardiaci del nostro amico a 4 zampe!

croccantini
Negli ingredienti si legge: ‘derivati di carne’ o ‘farine di carne’. Queste ultime indicano che la materia prima è ottenuta da un processo di riciclaggio
Sorge quantomeno il sospetto che le diete proposte siano una meraoperazione di marketing costruita a tavolino per indurre i padroni più apprensivi ad acquistarli, e che l’unica prova di efficacia risieda eventualmente nei resoconti degli esperimenti effettuati dalle ditte stesse (!), senza alcun riscontro comprovato nei ‘pazienti’ finali.

Per la metà dei disturbi che queste diete ‘scientificamente testate’ curerebbero, il veterinario vi dirà che è sufficiente un cibo più leggero, un giusto equilibrio tra carne e verdure nella ‘pappa’, più attività motoria o l’eliminazione di alcuni alimenti; senza la necessità di acquistare costosi prodotti e alimentare così un business implicato nella morte di molti animali, ai quali la sorte non ha riservato né una casa e né una strada, ma lo stabulario di un laboratorio.

Il mercato del pet food è una branchia del settore dell’industria della carne per consumo umano, affermatosi grazie alla possibilità di riutilizzare con profitto e quindi di capitalizzare una notevole mole di scarti, i quali, per evidenti ragioni igieniche, sarebbero altrimenti destinati al macero. Un 50% del volume della carcassa dell’animale ucciso è considerato sottoprodotto e diventerà quindi pet food, entrando a far parte di quel composto - ripugnante per il nostro olfatto - contenuto nelle scatolette che compriamo a Fido: ossa, sangue, intestini, tendini, legamenti, mammelle, esofagi e, probabilmente, le parti malate o cancerose degli animali macellati sono gli ingredienti del mix variegato che poi viene presentato sottoforma di crocchette confezionate in un sacchetto accattivante con un Fido felice e soddisfatto davanti alla sua ciotola (?).

animali pet food cancerogeno
Si stima che più del 50% delle farine di carne siano contaminate dai pericolosi batteri di E.Coli. La cottura prevista dal processo può uccidere tali batteri, senza tuttavia eliminare le endotossine rilasciate dagli stessi
Negli ingredienti si legge: ‘derivati di carne’ o ‘farine di carne’. Queste ultime indicano che la materia prima è ottenuta da un processo di riciclaggio, per l’esattezza la legge (Legge 15 febbraio 1963 n° 281 e smi) le definisce “Prodotto ottenuto dal riscaldamento, dall'essiccamento e dalla macinazione della totalità o di parti di carcasse di animali terrestri a sangue caldo”; i derivati sono invece“sottoprodotti provenienti dalla trasformazione del corpo di animali terrestri a sangue caldo”, ovvero scarti di lavorazione di origine animale non meglio identificati. Ad essere trasformate in farine sono generalmente le carcasse di animali morti per malattie, ferite o vecchiaia, le quali possono essere avviate a questo ciclo soltanto a diversi giorni dalla morte ed e' per questo motivo che presentano poi spesso contaminazioni da batteri tipo Salmonella ed Escherichia Coli.

Si stima che più del 50% delle farine di carne siano contaminate dai pericolosi batteri di E.Coli. La cottura prevista dal processo può uccidere tali batteri, senza tuttavia eliminare le endotossine rilasciate dagli stessi; in questa fase non sempre si riescono ad annientare nemmeno gli ormoni (usati per far ingrassare il bestiame), ne' gli antibiotici o i barbiturici (usati come anestetici). In compenso le alte temperature raggiunte per le farine possono alterare gli enzimi e le proteine che si trovano nella "materia prima" riducendone il già basso potere nutritivo.

Già da questi pochi elementi si può capire perché alcuni veterinari sostengono che nutrire il proprio cane o gatto con gli scarti della macellazione, per l’esattezza con il pet food confezionato, aumenta il rischio di cancro e di altre malattie degenerative: la presenza di sostanze tossiche nei tessuti degli animali macellati, dovuta ad un tipo di allevamento - quello intensivo - richiede un uso massiccio e sconsiderato di antibiotici e altri medicinali per far si che gli animali non si ammalino date le pessime condizioni igieniche in cui versano (assenza di arieggiamento e luce naturale, altissima concentrazione di capi, aria insalubre, ecc).

cane ed esperimenti
Un cane utilizzato per esperimenti sulla colite
Naturalmente tali sostanze permangono nelle carni dell’animale, e quindi tra l’altro, anche in quelle destinate al consumo umano; basti pensare ai vari casi diintossicazione da carne (70.000 ogni anno negli USA intossicati dal colibatterio) attribuibili proprio alla presenza dell’E.Coli in alcuni hamburger.

Ma non è ancora tutto. L’industria deve infatti cercare di confezionare un prodotto che in definitiva piaccia a Fido, altrimenti il padrone vedendolo inappetente …cambierà marca! E’ fuori di dubbio che una poltiglia composta dagli ingredienti sopracitati non può avere i requisiti di appetibilità e bontà per un cane, a meno che non si tratti di un randagio a digiuno da giorni. Dunque, come porre rimedio all’aspetto e all’odore poco invitante di questo mix di scarti per di più contaminati? Ecco che servono degli ‘appetizzanti’: per esempio il grasso animale riciclato, o gli oli troppo rancidi e classificati come inadatti per gli umani sono usati a questo scopo e vengono spruzzati direttamente sulle crocchette, sui ‘bocconcini’ e sui ‘patè’ prima del confezionamento.

Uno scenario allarmante, sia per il contenuto che in definitiva Fido si ritrova nella ciotola tutti i giorni e che a lungo andare non può non ripercuotersi sulla sua salute, sia per i tremendi e inutili esperimenti praticati su animali, fatti per assecondare le ragioni del marketing e non certo la salute dei nostri animali. Un panorama che fortunatamente non accomuna tutte le aziende produttrici di pet food. Ve ne sono alcune, per lo più piccole poco note perché non reclamizzate, che impostano la loro politica in modo del tutto differente, si potrebbe dire senz’altro più dal punto di vista dei cani e dei gatti: privilegiano la qualità degli ingredienti di base e si schierano contro ogni pratica di sperimentazione animale.


Scegliere di acquistare le marche SI e boicottare le marche NO è un’azione concreta, forte, ed efficacissima che ognuno può fare per combattere la vivisezione
Tali aziende scelgono di impiegare solamente sostanze naturali per il confezionamento di bocconcini e crocchette, senza l’impiego di conservanti o coloranti, né di additivi chimici o oli di scarto per aumentarne l’appetibilità, puntando sul concetto che carni, verdure e cereali di qualità non necessitano di essere ulteriormente insaporiti. Per garantire la conservazione utilizzano aromi naturali (rosmarino ed estratti della vitamina E e C) oltre ad una confezione perfettamente sottovuoto; alcune garantiscono la provenienza della carne esclusivamente da allevamenti a pascolo, altre specificano l’assenza di farine animali, di grassi idrogenati e zuccheri, altre ancora propongono delle linee ‘bio’, con carni e verdure biologiche.

Alcune infine hanno un’offerta di prodotti vegan e diete curative, ottenute queste ultime con l’addizione di estratti vegetali, di tipo fitoterapico e quindi del tutto naturale (per esempio il Ginseng, la Rosa canina e l’Ananas hanno un forte potere antiossidante e antinfiammatorio, la Yucca è una pianta che agisce a livello intestinale migliorando la digestione, il lievito di birra infine è una preziosa fonte naturale di vitamine del gruppo B).

In quest’ottica decisamente attenta all’ambiente e alla naturalità del prodotto la sperimentazione su animali non è ovviamente contemplata, o meglio l’unico test che praticano queste aziende è quello dell’appetibilità del cibo. Come si esegue? Si somministra il prodotto ad un campione di qualche decina di cani (cani in famiglia o rifugi), e si osserva il livello di gradimento. Insomma se il cane mangia di buon gusto la pappa è buona, altrimenti no: molto semplice, ma efficace e soprattutto non cruento. Data l’assenza di additivi chimici o sottoprodotti potenzialmente pericolosi il test punta infatti esclusivamente a valutare il sapore del cibo, non una sua eventuale tossicità, perché non ve ne sarebbe evidentemente motivo.

Si riporta in questo articolo un elenco aggiornato delle principali marche ‘SI’, quelle che non alimentano la vivisezione e garantiscono una maggior genuinità del prodotto, seguito dalle marche ‘NO’ da evitare accuratamente, (si veda la foto ingrandibile proposta poche righe più sopra) perché oltre ad essere responsabili di crudeli esperimenti su cani e gatti sono proprietà di multinazionali, che notoriamente perseguono la politica del profitto ad ogni costo.

Scegliere di acquistare le marche SI e boicottare le marche NO è un’azione concreta, forte, ed efficacissima che ognuno può fare per combattere la vivisezione. In particolare le marche dell’elenco positivo dichiarano di non effettuare né commissionare a terzi test su animali di alcun tipo per i loro prodotti. Si tratta in genere di un’autocertificazione aziendale che viene evidenziata sul sito attraverso uno spazio dedicato alla comunicazione dell’eticità del prodotto, in cui si certifica la propria estraneità ai test sugli animali, spesso accompagnata dall’apposizione del logo ‘cruelty free’ (coniglietto).

Alcune aziende per acquisire maggior credibilità presso i clienti rispetto a questa loro politica ottengono anche una sorta di certificazione da parte di alcune associazioni animaliste, come per esempio Salut Pet garantita da OIPA, Aniwell da PETA, Arovit da PETA UK. E’ possibile quindi non solo sfamare ma anche assecondare i gusti e i capricci alimentari dei nostri amici pelosi senza arrecare sofferenza e morte ad altri cani o gatti, e tutelare la loro salute con una terapia di prevenzione, che consiste innanzitutto nel somministrargli ingredienti sani e naturali.


mercoledì 17 giugno 2009

In ginocchio Bertin, colosso brasiliano che distrugge l'Amazzonia

Fonte:

Il colosso brasiliano Bertin che sta distruggendo l’Amazzonia non riceverà più l’ultima parte del prestito dall’International Finance Corporation. Le principali catene di supermercati in Brasile stanno cancellando i propri rapporti con la grande azienda, mentre in Italia i pochi clienti rimasti continuano a tacere. Dopo tanti crimini compiuti contro l’ambiente e le popolazioni indigene è giunta l’ora della giustizia

foresta amazzonica
Bertin, il colosso brasiliano che sta distruggendo l'Amazzonia è in ginocchio dopo la denuncia di Greenpeace
L’International Finance Corporation, l’istituzione del Gruppo Banca Mondiale a sostegno degli investimenti privati nei Paesi in Via di Sviluppo, ha cancellato il prestito di90 milioni di dollari che era stato concesso al gigante della carne e della pelle brasiliana: Bertin. La decisione del IFC arriva due settimane dopo il lancio dell’inchiesta di Greenpeace “Amazzonia che macello!” nel quale l’organizzazione rivela che, dietro il finanziamento del settore dell’allevamento bovino da parte del IFC e del Presidente Lula attraverso la banca governativa per lo sviluppo economico (BNDES), hanno fatto sì che questo settore diventasse la più importante causa della deforestazione dell’ultimo polmone del nostro Pianeta e una pericolosa fonte di emissioni di gas serraa livello globale.

Il prestito che IFC aveva concesso a Bertin è, infatti, stato utilizzato per espandere le attività di allevamento di Bertin nella regione amazzonica causando deforestazione illegale e accelerando il cambiamento climatico.

“Che la Banca Mondiale abbia cancellato il prestito è senz’altro una buona notizia – commenta Chiara Campione, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia – ma è scandaloso che dei prestiti per cifre così importanti siano stati concessi per foraggiare le attività di un’azienda che si è macchiata di gravissimi crimini ambientali. Finanziando Bertin la IFC si è resa corresponsabile della distruzione dell’Amazzonia: un rifugio per labiodiversità e una delle più importanti armi al mondo per combattere il cambiamento climatico”.

Gli ultimi 30 milioni di dollari del finanziamento non saranno quindi più erogati a Bertin, il quale, secondo quanto dichiarato da IFC dovrà restituire anche i 60 milioni che ha già ricevuto in tempi molto più brevi di quelli stabiliti all’erogazione del prestito. Greenpeace ritiene che anche la banca governativa BNDES debba immediatamente tagliare i finanziamenti a Bertin e a tutte quelle aziende del settore zootecnico che stanno deforestando l’Amazzonia e distruggendo il clima del Pianeta.

La giustizia brasiliana, in seguito alla pubblicazione dell’inchiesta di Greenpeace, apre un'indagine su Bertin e si appresta a richiedere all’azienda e agli allevamenti illegali che deforestano l’Amazzonia e riducono in condizione di schiavitù i lavoratori e le popolazioni indigene, un indennizzo milionario per danni ambientali e le principali catene di supermercati in Brasile, comeWal Mart, Pao de Azucar e Carrefour, cancellano i propri contratti con Bertin in seguito ad una azione civile del Ministerio Publico Federal che ha imposto multe di circa 200 euro per ogni chilo di carne proveniente dalla distruzione dell’Amazzonia commercializzata nel Paese.

In Italia, i clienti di Bertin per la carne come Kraft Foods Italia e per la pelle come le concerie Rino Mastrotto, Gruppo Mastrotto e i produttori di divani Chateau d’Ax, continuano a tacere ritenendo di non dover prendere posizione rispetto ai loro rapporti commerciali con aziende colpevoli di crimini gravissimi come la deforestazione, il lavoro in condizione di schiavitù e il cambiamento climatico.

domenica 14 giugno 2009

Gigante americano rivoluziona produzione suina nel mondo

Fonte:

Smithfield Foods, il più grande allevatore americano di maiali, si è servito dei sussidi europei per diventare il maggior produttore del mondo. Rivoluzionando l’allevamento, Smithfield ha cancellato tradizioni secolari e posti di lavoro. Ne soffrono anche gli animali e l’ambiente circostante.


di
Elisabeth Zoja

maiali uccisi
Maiali uccisi dopo l'epidemia di febbre suina
Milioni di maiali passano la vita al chiuso, sotto luci accese che ne stimolano la crescita. A 300 giorni dalla nascita pesano 120 chili, e sono pronti per la macellazione.Ogni pezzettino di carne e grasso viene poi prelevato per riempire salsicce. Carne a prezzi ridicoli, con i quali neanche gli allevatori africani riescono a competere.

Sono i maiali di Smithfield Foods, il più grande produttore suino del mondo. Un gigante americano che ha iniziato ad espandersi nel ‘98 e ora possiede fabbriche in Messico, Cina, Gran Bretagna, Francia, Spagna, ed Europa dell’est, soprattutto in Polonia e in Romania.

Dove ha trovato il finanziamento necessario? Si è servito di milioni di euro di sussidi dell’Unione Europea. Il pretesto era quello di investire nell’innovazione agricola dei paesi dell’est.

Anche la Romania paga dei sussidi: ogni maiale vale 30 euro. Qui ogni anni Smithfield produce 600,000 suini (dall’allevamento alla macellazione per finire con l’esportazione) e riceve quindi 18 milioni di euro di sussidi nazionali all’anno.

In meno di cinque anni Smithfield si è aggiudicata non solo i sussidi europei, ma anche una certa influenza politica. In Polonia e Romania è riuscita a far eleggere politici ‘amici’ allontanando così l’opposizione. Grazie a questi aiuti in qualche anno è riuscita a creare una rete di granai, mattatoi e baracche contenenti ciascuna migliaia di maiali.

A questo ritmo di crescita però, Smithfield non sempre è riuscita ad ottenere i permessi ambientali necessari, e spesso non ha informato le autorità sulle morti dei maiali. Nel 2007 la febbre suina ha colpito tre dei loro allevamentiin Romania, due dei quali operavano senza permessi.

smithfiled produttore suino
Il gigante americano ha sbaragliato totalmente gli allevatori locali
“È impossibile sapere perché i maiali si siano ammalati” afferma Smithfield, facendo però notare come il governo abbia ridotto la distribuzione dei vaccini. Anche i difensori di Smithfield ammettono come il business fosse sopraffatto dalla propria crescita e dai ritmi di riproduzione dei maiali.“Sono nati migliaia di maialini, ma non c’era posto per loro: le nuove baracche non erano pronte” spiega Seculici, l’ingegnere di Smithfield.“Nessuno lo ammette, ma è stata questa la causa dell’influenza suina.”

Per evitare l’espansione dell’influenza che ha colpito Cenei, a ovest della Romania, sono stati uccisi e bruciati 67.000 maiali, sia infetti che sani.

Quel tipo di influenza colpisce solo i maiali, ma alcuni scienziati dell’ONU di stanza in Messico hanno trovato elementi del virus suino nel codice genetico che sta alla base dell’influenza A (H1N1), che ha allarmato il mondo nell’ultimo mese.

I danni ambientali causati da Smithfield però, non si limitano all’influenza suina. Nell’ovest della Romania il business possiede quasi 40 allevamenti; si libera del letame iniettandolo nel terreno. “Stiamo impazzendo per gli odori”, afferma la direttrice di una scuola a Masloc, nel distretto di Timis.

Le fabbriche di Smithfield a Timis sono tra le principali fonti di inquinamento di terra e aria, afferma un rapporto del governo locale. Il metano presente nell’atmosfera sarebbe cresciuto del 65% dal 2002 al 2007.

proteste smithfield
Proteste delle popolazioni locali contro la Smithfield
La compagnia è inoltre stata multata per aver rovesciato letame su un’autostrada (9.000 euro), per aver avviato senza permessi quattro allevamenti nel distretto di Arad (35.000 euro) e per la mancata prevenzione dell’inquinamento dell’acqua (18.500 euro). Ma sono cifre che non dovrebbero causare grandi problemi ad un’impresa che nel 2008 ha fatturato più di 11 miliardi di dollari.

Sorgono invece problemi per gli allevatori di suini locali, che non riuscendo a competere, cercano lavoro nell’edilizia oppure emigrano. In Romania sono diminuiti del 90%: da 477,030 nel 2003 a 52,100 nel 2007 (statistica dell’UE).

Simile è il destino di molti allevatori suini di Costa d’Avorio, Liberia e Guinea Equatoriale: i sussidi hanno aiutato Smithfield ad esportare gli scarti di maiale surgelato in Africa. Anche lì le salsicce vengono vendute a prezzi ridicoli, impedendo la concorrenza.

Perfino negli Stati Uniti Smithfield è riuscita a tagliare di un quinto i prezzi del maiale, permettendo ai consumatori di risparmiare in media 29 dollari all’anno.

Resta il dubbio se questi risparmi giustifichino i costi per ambiente e popolazioni locali.


venerdì 5 giugno 2009

Democrazia alimentare e nuovi colonialismi

Fonte:

L'espansione coloniale di alcuni paesi in Africa e in Asia sta provocando la dipendenza alimentare di questi ultimi a causa della loro estrema povertà. Nei paesi ricchi l'impatto sulle superfici coltivabili per l'allevamento è davvero insostenibile. Dove vogliamo arrivare?


di 
Valerio Pignatta

deforestazione
La deforestazione è uno dei problemi più gravi che sta colpendo molti paesi del nostro pianeta
Un paio di mesi fa fece notizia sui vari media la dichiarazione del presidente della Coldiretti Sergio Marini che chiedeva ai G8 di prendere provvedimenti di fronte a un nuovo tipo di espansione coloniale di alcuni stati in Africa e in Asia. Vennero infatti forniti alcuni dati di questo fenomeno: stati asiatici in forte crescita demografica e industriale come Cina, Giappone e Corea del Sud ma anche paesi arabi con sistemi economici sempre più “sviluppati” come Qatar, Bahrein, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait vanno acquistando ampie superfici di terreni coltivabili in paesi poveri sia africani (i primi) che asiatici (i secondi) mettendo in condizione di dipendenza alimentare e squilibrando la bilancia del commercio estero di interi paesi che a causa dell'estrema povertà si svendono in cambio di presunti aiuti tecnologici di tipo agricolo.

Questi, però, poi si condensano in esportazione delle derrate alimentari prodotte nei paesi che possiedono le aziende agricole stesse. E le cifre di questo affare non sono piccole. Secondo alcuni calcoli gli agricoltori cinesi stabilmente insediati in Africa potrebbero arrivare a un milione entro il 2010. 14 le aziende agricole africane della Repubblica Popolare Cinese ripartite in vari paesi come Uganda, Zambia, Zimbabwe, Tanzania.

7,6 i milioni di ettari acquistati dai paesi “colonizzatori” all'estero nel 2008, pari a circa la metà della superficie coltivabile italiana.

La motivazione più evidente di questa moderna politica coloniale è quella difar fronte alla crisi mondiale con adeguate riserve alimentari, dato che molti di questi paesi dipendono in proporzioni diverse, ma comunque elevate, dall'importazione di generi alimentari (la Corea del Sud ad esempio vi dipende per più del 60%). Ovviamente la forte crescita demografica di alcuni di essi è un fattore altrettanto valido di spinta in questo senso.

Fin qui le informazioni dovute e il quadro delineato dai media.

Poi possiamo provare a fare delle riflessioni aggiungendo qualche altro dato.

allevamento
L'impatto sulle superfici coltivabili che hanno gli allevamenti è davvero enorme
La prima annotazione dolente che va fatta è che non ci sono citazioni da parte di Coldiretti del problema del consumo alimentare di carne nel mondo. Come dimostrano molti studi, un pianeta con miliardi di persone in costante aumento non può più permettersi di cibarsi in maniera sconsiderata di carne da allevamento. L'impatto sulle superfici coltivabili (e non) che hanno gli allevamenti è davvero enorme. La stessa quantità di superficie coltivata ad uso cerealicolo per umani consente rese in termini di sostentamento maggiori e producemeno danni ambientali. Testi ormai divenuti classici come Ecocidio di Jeremy Rifkin o The Food Revolution di John Robbins (solo per citarne due) hanno ampiamente supportato questa visione con una mole di dati scientifici considerevole.

Il World Watch Institute segnalava già nel 2001 che “Nell'America centrale e meridionale, l'allevamento è responsabile di quasi la metà della perdita di superficie della foresta pluviale”. (1)

Senza contare quando i terreni vengono usati per colture che producono biocarburanti. Anche in questo ambito ormai si sta sempre più facendo chiarezza. I dati sul risparmio effettivo di CO2 e sulla resa energetica con i biocarburanti non sono così entusiasmanti. L'inquinamento chimico del terreno dovuto alla coltivazione di queste piante e il consumo enorme di acqua necessaria depauperano il territorio (per produrre un litro di biodiesel servono 4000 litri di acqua tra irrigazione e processo chimico di trasformazione). Alcuni esperti delle Nazioni Unite hanno recentemente affermato che la coltivazione di colture per i biocarburanti rappresenta un crimine contro l'umanità.

ogm
Non aspettiamo che le multinazionali degli Ogm ci costringano a mangiare la pozione magica che stanno preparando
Va ripensato dunque il nostro rapporto col cibo. E su più fronti. I dati sullo spreco di alimenti nelle cucine delle famiglie occidentali (o con stile di vita simile) sono raccapriccianti. I nordamericani lasciano nei rifiuti ogni anno circa il40% del cibo prodotto (ma anche qui i dati sono difformi e vanno secondo le fonti da un 25 a un 45%). In Italia secondo i dati della Onlus Last Minute Market finiscono nell'immondizia 4 mila tonnellate di cibo al giorno tra cui il 15% del pane e della pasta, il 18% della carne e il 12% di frutta e verdura. La media italiana di rifiuti di cibo ancora perfettamente consumabile è dell'11% (dati ADOC – Associazione per la difesa e l'orientamento dei consumatori). In Gran Bretagna la quantità di cibo che finisce nella spazzatura potrebbe sfamare circa 150 milioni di persone l'anno. La cifra di questo spreco è pari a cinque volte quello che la stessa Gran Bretagna spende in aiuti internazionali...

Quanti terreni in meno servirebbero se si avesse una maggiore coscienza del cibo e del proprio stile di vita?

Cosa stiamo aspettando? Che le multinazionali degli Ogm colgano l'occasione al volo implementando le loro “ragioni” e ci prendano per l'orecchio costringendoci a mangiare la nauseante pozione “magica” che ci hanno preparato?

Oppure ci aspettiamo che i potenti dei G8, o chi per loro, di punto in bianco superino il concetto di economia di mercato e di lauti profitti ai vincenti e condividano ciò che rimane del pianeta ex-azzurro con i fratelli africani e asiatici? Ci crediamo davvero nel fondo dell'animo?

Non è “per caso” solo una contagiosa rivoluzione del quotidiano quella che può sollevare in noi stessi la coscienza e nel mondo la sofferenza agli altri? I grandi “verbi” innovatori del passato che hanno portato un vento nuovo nell'umanità come si sono diffusi? Con i G8 d'altri tempi? Non mi pare proprio. Anzi. Sempre dal basso, checché se ne dica.

Zappiamo e seminiamo nel nostro pezzetto di terra, mangiamo vegetali, non sprechiamo e non ingrassiamo. Il resto si metterà in moto. Meglio lentamente ma durevolmente. In maniera orizzontale e non verticale. Perché la terra è di tutti.

(1) Halweil, Brian, “L'incremento numerico degli animali da allevamento”, in World Watch Institute, I trend globali 2001. Futuro, società e ambiente, Edizioni Ambiente, Milano, 2001, p. 45.

lunedì 20 aprile 2009

Le formiche amazzoniche, un mondo senza maschi e la clonazione naturale

Fonte:
Pensavate che la clonazione fosse una scoperta della scienza moderna? Sbagliato! Una colonia di formiche dell’Amazzonia non solo è formata soltanto da individui femmine, ma si riproduce proprio così.

di 
Claudia Pecoraro

Mycocepurus smithii
Mycocepurus smithii, ovvero l'eliminazione dei maschi
Un team di ricercatori dell’università dell’Arizona ha da poco effettuato una scoperta sorprendente. Nella foresta amazzonica vive una specie di formiche che, ad un certo punto della sua evoluzione, ha deciso di lasciar perdere la tradizionale riproduzione di tipo sessuato e soprattutto ha “scelto” di fare a meno dei maschi: ogni esemplare è infatti un vero e proprio clone, un’esatta replica della Regina, padrona assoluta dell’intera colonia.

Gli studiosi in questione, peraltro, come spesso accade nella ricerca scientifica, hanno scoperto questo strano fenomeno per caso. Il loro interesse per le Mycocepurus smithii, questo il nome delle formiche, in origine era stato stimolato dalla loro straordinaria abilità agricola. Le smithii sono infatti in grado di coltivare un maggior numero di raccolti rispetto a ogni altra specie di formica sino ad oggi conosciuta.

Durante lo studio i ricercatori si sono accorti che c’era qualcosa di strano nella composizione sociale di queste formiche amazzoniche: nelle colonie erano presenti solo esemplari di sesso femminile. Incuriositi da questa anomalia, hanno deciso di approfondire dando un’occhiata al loro Dna. L’esito è stato sbalorditivo: ogni esemplare è risultato essere un’esatta copia della Regina.

«Tra gli insetti sociali - spiega la dottoressa Anna Himler, responsabile dello studio - ci sono diversi tipi di riproduzione. Ma questa specie ha sviluppato un sistema del tutto originale e molto inusuale».

Gli studiosi hanno quindi pensato di trovare conferme organiche ai test genetici e di analizzare più a fondo il sistema riproduttivo delle smithii. Ed ecco la scoperta: l’organo di solito responsabile per la riproduzione sessuale delle formiche è apparso nel loro caso “deteriorato” a tal punto da rendere fisicamente impossibile l’accoppiamento.

Lo studio - pubblicato sul Proceedings of the Royal Society B. con il titolo“World Without Sex” - non è ancora riuscito a chiarire perché e quando una mutazione tanto radicale ha avuto luogo. Al momento, si sono avanzate solo delle ipotesi. Secondo la Himler, ci sarebbero dei vantaggi nella vita senza sesso: «Si risparmia l’energia necessaria a produrre esemplari maschi e il numero di femmine fertili di ogni generazione raddoppia del 100%».

Tuttavia non mancano gli svantaggi: «A maggior diversità corrisponde una maggior resistenza ai parassiti e alle malattie», sottolinea Laurent Keller, esperto in insetti sociali dell’Università di Losanna. «In una colonia di cloni - prosegue - se una formica è esposta a un parassita lo saranno tutte. Gli asessuati di norma non durano molto a lungo». Ecco perché ora l’attenzione è tutta rivolta alla longevità di tale mutazione.

Naturalmente la prosecuzione di tale ricerca potrebbe avere delleimplicazioni molto importanti, e gli stessi ricercatori confessano di essere emozionati al pensiero della direzione che essa potrebbe prendere…