martedì 2 giugno 2009

Al Tappone & Topolanek

Fonte:


Vignetta di Natangelo

La tragicommedia di quest’uomo ridicolo, e al contempo pericoloso, che rischia di finire appeso non a un distributore di benzina, ma al suo pisello, è una formidabile cartina al tornasole per misurare la qualità degli uomini che hanno in mano la politica e l’informazione, cioè il Paese. Un paese dove nessuno fa più il suo mestiere. Un giornale, comicamente battezzato “Libero”, anziché fare le pulci al presidente del Consiglio, ne pubblica a puntate l’agiografia in apposite dispense da rilegare e intanto si dedica a demolire la povera Veronica, prima ritratta a seno nudo, poi sbattuta in prima pagina come fedifraga perché avrebbe “un compagno”. La lieve differenza è che il premier è un personaggio pubblico, mentre Veronica no, dunque ciò che fa lei è affar suo, mentre ciò che fa lui è affar nostro. Il fatto che la fonte dello “scoop” su Veronica sia l’onorevole Santanchè, appena rientrata all’ovile del Pdl dopo una stagione di sguaiate polemiche (“Silvio concepisce la donna solo in posizione orizzontale”, “io non gliela darei mai” e così via), aggiunge un tocco di eleganza e di disinteresse al tutto. 

Altri giornalisti, Belpietro e Amadori di Panorama, entrano in contatto con un fotografo che offre foto del premier e della sua corte di nani e ballerine a Villa Certosa: essendo dipendenti del premier, i due non si limitano a scegliere se acquistarle o rifiutarle, ma optano per una terza soluzione: denunciano il fotoreporter all’avvocato Ghedini, che è anche parlamentare. E, siccome in quelle foto “non c’è nulla da nascondere”, Ghedini chiede alla Procura di Roma e al Garante della privacy di bloccarne la pubblicazione. Anche perché, oltre alle scenette lesbo di alcune squisite ospiti, ci sono pure le immagini del premier ceco Topolanek (non è un nome d’arte, si chiama proprio così) nudo come un verme tra cotante femmine: immagini che potrebbero sconsigliare altri capi di Stato e di governo dal frequentare ancora la dimora berlusconica. Ma, a questo punto, il meglio lo dà la Procura di Roma, che di sabato mattina, non avendo di meglio da fare (giustizia a orologeria?), incrimina il fotografo à la carte, lo fa perquisire, gli fa sequestrare tutto ciò che ha nei computer, con accuse che vanno dalla violazione dalla privacy (tutta da dimostrare, visto che le foto nessuno le ha viste) alla tentata truffa ai danni di Belpietro (come se trattare con un giornale per vendere foto fosse una truffa; e poi, dov’è la denuncia di Belpietro?). 

Naturalmente Roma non è competente su fatti avvenuti a Olbia, sotto la giurisdizione della Procura di Tempio Pausania. Che però ha già chiesto l’archiviazione per lo stesso fotografo su fatti analoghi: le foto del festino a Villa Certosa di due anni fa, pubblicate da “Oggi”. Dunque, se si occupasse anche di questo caso, deciderebbe allo stesso modo. Un solo fatto, in questa tragicommedia, sarebbe competenza di Roma: l’uso di aerei di Statoper aviotrasportare Apicella, orchestrali e ballerine di flamenco dalla Capitale a Villa Certosa. Si chiamerebbe peculato, la prova è nelle foto sequestrate, ma non risultano indagini in tal senso. Ecco: alla fine della fiera, il delinquente è il fotografo.

lunedì 1 giugno 2009

Piccole storie ignobili di ordinaria idiozia

Fonte:

Scritto da Stefano Montanari   
lunedì 01 giugno 2009

Che si tratti di teppismo o di ordinaria idiozia in buona fede ha poca importanza: l’importante è che l’atto sfocia nella criminalità.
Sto parlando dei cassonetti d’immondizia cui viene dato fuoco a Palermo, qualcosa di niente affatto nuovo che io già vidi fare ben oltre vent’anni fa a Napoli e a Bari.
A Palermo come, ahimé, in tante, troppe città italiane le amministrazioni locali sono nelle mani di personaggi del tutto impreparati culturalmente a fronteggiare il problema dei rifiuti, con delle opposizioni che non sono affatto diverse. E la cosa si estende su fino a livello di parlamento. Basti pensare che i nostri “politici” (virgolette d’obbligo) spacciano, magari qualcuno addirittura credendo a ciò che dice, la combustione per un metodo, anzi “il” metodo per ripulire le città.
Ignoranza, superficialità, corruzione… inutile insistere: si tratta di fenomeni tutt’altro che sconosciuti.
Ciò che si deve assolutamente sapere in questa emergenza è che quel fuoco libera migliaia di sostanze tossiche, comprese le polveri, comprese le note diossine tanto temute - e giustamente - anche da chi d’inquinamento poco o nulla s’interessa.
Emergenza ho detto, e si tratta di un’emergenza culturale. La stragrande maggioranza delle persone non ha la più pallida idea di quali siano le contromisure da prendere, e, nei fatti, prese in tante circostanze anche in Italia, per far fronte al problema. Fino a che il presidente del consiglio e tutta la corte dei miracoli che gli fa da codazzo sarà libero d’imperversare e un’opposizione che è non di rado peggiore di lui gli sarà complice, non avremo scampo. Fino a che i tromboni a pagamento delle università non avranno pudore a mentire e i media faranno da lacché continueremo a sentire domande pazzesche come

“E allora, se non li bruciamo, dove mettiamo i rifiuti?” (domanda che mi sentii rivolgere da Piero Angela poco tempo fa.) Fino a che la magistratura continuerà ad ignorare un crimine che è incomparabilmente più grave di un volgare assassinio o delle foto rubate a qualche personaggio dello spettacolo (o di altri territori della vita pubblica che oggi sono omologabili allo spettacolo), resteremo in balìa di chi fa stragi a pagamento godendo di una pressoché assoluta impunità. Anzi, spesso essendo visto come il salvatore della patria.

Se non acquisiremo conoscenza, se il senso civico sarà preteso solo dagli altri ma ognuno di noi se ne sentirà esentato, se continueremo a votare senza cognizione di causa o, peggio, lo faremo in cambio di una pensione che non ci spetta, un lavoro che è solo uno stipendio, una promozione immeritata, con questo lasciando campo libero alle scorrerie dei politicanti corsari, continueremo a rubare vigliaccamente il futuro ai nostri figli che non hanno possibilità di difendersi dalla nostra condiscendenza alla rapina.
Per ora non c’è tempo da perdere: bisogna fermare gl’imbecilli che fanno i falò e poi, ma senza aspettare, bisogna dare al nostro paese una classe politica che sia al servizio della comunità e non ci riempia, invece, di vergogna.

La politica-pulp: Berlusconi o Tarantino?

Fonte:
di Pierfranco Pellizzetti

Nel sanguinolento spaghetti-pulp della politica italiana, "le iene" non sono quattro ragazzotti agghindati alla blues brothers che rifanno goliardia in TV. 

Semmai, una gang di torvi personaggi venuti su dai bassifondi. Secondo la filmografia di Quentin Tarantino, quelli della criminalità di mezza tacca. Nel caso nostro, i bassifondi del giornalismo e dintorni: la banda sguinzagliata per intimorire e fare a pezzi i nemici del Boss.

Ceffi davvero terrorizzanti, tipo il Maurizio Belpietro che anche quando vorrebbe sorridere gli si piega la bocca di sghimbescio a sguainare le zanne acuminate del killer cannibale. Prezioso citazionismo da 
Agente 007 - La spia che mi amava: Richard Kiel, il cattivissimo che sbrana le vittime con la sua scintillante dentatura metallica? Riferimento non meno raffinato delle occhiaie bluastre esibite dall'avvocato Ghedini, remake di quelle della iena originale Steve Buscemi. 
Visto che di bassifondi si tratta, non poteva mancare la manovalanza paleo-post-fascista, sempre pronta al richiamo della foresta. È di giovedì 28 maggio la notizia dell'ultima bravata delle ex camice nere passate al doppiopetto, quando il rissoso ministro già paninaro sanbabilino Ignazio La Russa si aggirava a fare il piacione da campagna elettorale nel centro storico di Genova accompagnato dall'antico camerata del MSI che fu, il corpulento senatore Giorgio Bornacin (un mazziere FUAN, il fronte studentesco della Fiamma Tricolore, anch'esso riciclato PDL). A un tratto spunta dai vicoli l'anarchico Juan Antonio Sorroche che - folle spagnolo - osa strillare commenti irrispettosi sul politico scelto da Marco Bellocchio come icona della bruttezza (neo)fascista nel film "Sbatti il mostro in prima pagina" (appunto, l'Ignazio). Immediatamente la scorta salta addosso al contestatore immobilizzandolo. Ma il Bornacin non sa resistere e - così - scarica un tremendo cazzotto al volto dell'odiato sinistro ormai inerme. Avesse potuto, gli avrebbe spappolato il cervello, rifacendo la scena di Pulp Fiction con John Travolta e Samuel Jackson.

La Russa, che ha perfettamente interiorizzato l'iperrealismo surreale del pulp, commenta: "Bornacin voleva solo dimostrare di essere ancora un baldo giovane". Perfetto aplomb tarantinesco; tra l'impassibilità del bounty-killer alla Sergio Leone, i manga giapponesi e il wu xa pian(cappa e spada in mandarino).

Intanto - a conferma che la nostra vita pubblica è ormai affidata alla supervisione registica dell'impareggiabile Quentin - assistiamo al passaggio dalle bande maschili (Le iene) a quelle al femminile ("Deadly Viper Assasination Squad" di Kill Bill). Del resto Mariastella Gelmini è una più che credibile "California Mountain Snake", mentre la Carfagna o la Bertolini non sfigurano nei ruoli di "Vernita Green" e "O'Ren".

C'è solo il piccolo problema di capire come si andrà a finire. Perché la sceneggiatura originale prevede l'arrivo di "Black Mamba/La Sposa". Ossia la bionda compagna del Gran Capo che, furibonda per le malefatte dell'intera compagnia ("il ciarpame"), perde il lume della ragione e ti combina una carneficina apocalittica. Mr. B. compreso, cui la valchiria vendicatrice fa esplodere il muscolo cardiaco con una mossa segreta di kung-fu. Parte in cui Lady Veronica funzionerebbe davvero alla grande.

Papi, Letizia e i Clan

Fonte:

di Rosita Praga, da La Voce delle Voci

A Napoli gli investigatori della Direzione Antimafia stanno indagando sui possibili collegamenti fra Elio Benedetto Letizia, il padre dell'ormai celebre Noemi, e il ceppo che a Casal di Principe ha visto per anni egemone il clan capitanato da Armando, Giovanni e Franco Letizia, gruppo di fuoco del boss Giuseppe Setola, area Bidognetti. Tutti alleati degli Scissionisti di Secondigliano. Qui, nell'attesa di sviluppi giudiziari, proviamo a mettere in fila alcune impressionanti coincidenze, con le tessere di un puzzle che vanno al loro posto una dopo l'altra. Ed un Paese che, se le ipotesi investigative fossero confermate, si troverebbe a dover raccogliere la sfida finale.

Potrebbe suonare solo come un'omonimia, un cognome strano, uguale al nome di una donna. E che ricorre. Poi il cerchio delle coincidenze comincia a stringersi. E prende corpo l'ipotesi che Benedetto Letizia detto Elio, padre dell'aspirante starlette Noemi, lungi dall'essere mai stato autista di Craxi o militante di Forza Italia o qualsiasi altra boutade messa in circolazione, sia originario dello stesso ceppo di Casal di Principe dal quale provengono Franco e Giovanni Letizia, gruppo di fuoco del boss Giuseppe Setola. Lo stesso commando capace di sparare in fronte ed ammazzare sei extracomunitari in un colpo solo per avvertire gli altri che, se si intende trafficare droga in zona, bisogna sottostare alle "regole". E pagare.

Ma chi è veramente Benedetto-Elio Letizia? Da Castelvolturno all'Agro Aversano fino a Secondigliano, molti lo sanno fin dall'inizio di questa storia. Ma non parlano. Tacciono di fronte ai tanti cronisti venuti da ogni parte del mondo. Però a Enrico Fierro, inviato dell'
Unità, qualcuno ha detto: lascia stare, su questa storia meglio non metterci le mani. Bolle, scotta. Il cinquantenne Benedetto Letizia, noto finora al Comune di Napoli (dove è in servizio) più che altro per un vecchio inciampo giudiziario - fu arrestato nel '93 nell'ambito di un'inchiesta sulle compravendite di licenze commerciali - per tutti è un uomo tranquillo. E anche la gazzarra di visure camerali e catastali messa su dai giornali, non ha potuto scoprire altro che modesti immobili intestati a Noemi e un paio di società dedite al commercio di profumi. Solo una bufala, allora, la storia della parentela? "Non dimentichiamo - dice un attento osservatore di queste dinamiche - che molto spesso i clan si servono proprio di personaggi 'puliti', o quasi, per tenere i contatti con esponenti delle istituzioni".

A gettare benzina sul fuoco, realizzando la classica "excusatio non petita", sono poche settimane fa alcuni giornalisti del casertano. Ventiquattr'ore di fuoco, quel 19 maggio. Dopo la cattura in Spagna del boss Raffaele Amato, a Secondigliano un blitz porta in manette quasi cento persone ritenute affiliate agli Scissionisti. In nottata arriva l'arresto a San Cipriano d'Aversa del boss Franco Letizia, uno fra i cento latitanti più ricercati d'Italia. E siamo proprio negli stessi giorni in cui, fra gossip e cronaca, i giornali, le tv e il web sono letteralmente invasi da quel nome: Letizia. Alle 12 e 18 in punto nelle redazioni arriva un lancio Ansa. E' firmato dalla giovane corrispondente casertana Rosanna Pugliese: nessuna parentela - si legge - tra l'arrestato Franco Letizia ed il papà di Noemi, lo affermano "gli inquirenti che operano nel casertano". Che bisogno c'era di quella perentoria smentita, a fronte di una notizia mai data? E soprattutto, perche' rifarsi ad un termine generico come "gli inquirenti", senza precisare se si tratta della squadra mobile, della Procura (di Napoli o di Caserta?) oppure di altre forze dell'ordine? Un sito locale, 
Caserta Sette, non perde l'occasione per rilanciare la non-notizia. E con tono stizzito se la prende con chiunque osi pensare che esista quella parentela.

Mentre scriviamo, alla Voce risulta invece che sono in corso indagini top secret alla Procura di Napoli proprio per accertare il possibile collegamento fra i Letizia di Secondigliano (Benedetto detto Elio, ma anche altri suoi stretti congiunti) e il clan Letizia affiliato ai Casalesi. Un legame che, se fosse accertato, nella "vicenda Papi", spiegherebbe tutto. O quasi. Qualcuno, in Campania ed oltre, sa bene da tempo cosa significa pronunciare alcuni grossi nomi. E perchè, se telefona uno con quel nome, se si spinge fino a chiedere a un leader politico di mostrarsi alla nazione intera, intervenendo ad una festa di paese, lui potrebbe essere costretto ad acconsentire. Ma in ossequio alla ragion di stato sarebbe obbligato a far credere - perfino alla moglie e ai figli - che si tratti d'una storia di corna e minorenni, piuttosto che rivelare al Paese e al mondo la verità.

Scrive Fierro sull'
Unità del 22 maggio: "La camorra, soggetto da maneggiare con cura in questa storia. Anche se i tanti set di questo reality non aiutano a tenerla a debita distanza. Secondigliano (il quartiere monstre dove i Letizia hanno alcune loro attività); Portici, la città-quartiere dove vivono Noemi e sua madre, e Casoria, il paesone della festa. In ognuno di questi luoghi i clan hanno un controllo ferreo del territorio. Sanno tutto. Di tutti". In attesa delle conclusioni alle quali giungeranno i pm della Dda, noi qui proviamo a mettere insieme le tessere del puzzle. Che cominciano a combaciare in maniera impressionante. Se risultasse provato il collegamento fra i Letizia, sarebbe allora più realistico immaginare quale sia stato il vero motivo di quell'appuntamento cui il premier, suo malgrado, non poteva mancare, pur avendo cercato con ogni mezzo fin dalla mattina - e poi nelle frenetiche telefonate fatte in quei misteriosi 50 minuti di sosta dentro l'aereo, a Capodichino - di sottrarsi. Alla fine va. E resta per quasi un'ora a colloquio "riservato" - dice chi c'era - con Elio Benedetto Letizia, prima di darsi in pasto ai fotografi.

IL POTERE DI GOMORRA

Troppo forte, il potere d'intimidazione di quella holding multinazionale che, come ci ha raccontato Gomorra, comunica i suoi messaggi attraverso i simboli. L'uomo accusato di essersi portato via la donna di un boss, per esempio, viene crivellato non alla testa o al cuore, ma "mmiez 'e palle"; quello che ha tradito gli accordi, facendo catturare uno del clan, dovrà essere "incaprettato", legato come un capretto sul banco della macelleria, e fatto ritrovare nella posa piu' grottesca e mostruosa che si possa immaginare per un essere umano. Così anche la presenza fisica di una personalità, in certi luoghi ed occasioni, vale più di cento rassicurazioni verbali. Magari arriva a suggello di un condizionamento che durava gia' da mesi. E del quale la bella - e quasi certamente ignara - Noemi non era che un altro "segnale". La sua presenza al fianco del primo ministro (come nell'ormai famoso ricevimento di fine anno a Villa Madama) serviva per affermare all'esterno che il rapporto con gli uomini del napoletano e del casertano stava andando avanti.

Del resto, lo strapotere finanziario raggiunto dalle imprese dei clan camorristici - anche attraverso la presenza di loro vertici nelle logge massoniche coperte - praticamente non ha uguali. Lo ha spiegato poche settimane fa Roberto Saviano agli studenti della Normale di Pisa nel corso di una lezione: nessuna, fra le altre mafie del mondo (russa, cinese o slava che sia) è autonoma rispetto alle cosche italiane. Tutte hanno come modello di partenza Cosa Nostra, 'Ndrine e Camorra. Ma i gruppi esteri non si sono mai del tutto affrancati: sullo scacchiere internazionale, nei paradisi fiscali, per muovere da un capo all'altro dei contimenti denaro, armi, stupefacenti, organi ed esseri umani, devono sempre e ancora in qualche modo "dare conto" ai clan italiani.

Dal punto di vista dell'economia criminale, poi, che interi pezzi dell'Italia siano ormai ricattabili da parte dei clan camorristici, non e' una novita'. Una holding multinazionale, ma pur sempre malavitosa; forze strutturate e uomini che, pur trovandosi ormai a gestire le leve del potere finanziario (il giro di affari delle mafie, secondo uno studio recente di Confesercenti, e' pari a 125 miliardi di dollari l'anno, circa il 7% del Pil nazionale), non rinunciano ai vecchi e collaudati metodi per affermare il loro potere. Un commando di fuoco pronto a sequestrare, a sparare in faccia, tenere in ostaggio magari i figli di un alto esponente politico. Ed e' cosi' che possono maturare, per i posti chiave di governo - ad esempio la presidenza di una strategica Provincia o un sottosegretariato - le nomine di personaggi ritenuti gia' nelle lore stesse zone di origine impresentabili, per i legami con la camorra dei loro uomini più stretti.

MARONI ALLA CARICA

Come s'inscrive, nello scenario che stiamo ipotizzando, l'autentica impennata nella lotta ai clan camorristici impressa nelle ultime settimane da Roberto Maroni, ministro degli Interni, e da Antonio Manganelli, capo della Polizia? "Berlusconi - dice un esperto di intelligence che preferisce restare anonimo - probabilmente sarà presto lasciato al suo destino. Lo dimostra il livello di fibrillazione da cui è stato colto dopo l'episodio di Casoria, gli errori a raffica, le dichiarazioni avventate. A reggere saldamente il timone dello Stato che non si arrende è ora il Viminale, da cui non a caso negli ultimi mesi è partito un pressing senza precedenti nel contrasto ai Casalesi e ai loro alleati, gli Scissionisti di Secondigliano. Operazioni che hanno liquidato quasi interamente il clan Letizia".

L'escalation nella lotta alla malavita organizzata del casertano ha inizio esattamente dopo la strage di Castelvolturno, il 19 settembre dello scorso anno, quando sei nordafricani residenti nella vasta area a rischio della Domiziana, sul litorale di Caserta, vengono massacrati in un raid di camorra teso - si capirà in seguito - a riaffermare il predominio sulla zona del boss dei Casalesi Giuseppe Setola, al cui clan sono affiliati i Letizia. 
Appena dieci giorni dopo, il 30 settembre, i Carabinieri del comando di Caserta arrestano gli artefici dell'eccidio. Sono Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo ed il ventottenne Giovanni Letizia, già ricercato per un altro omicidio collegato alla connection politica-rifiuti: quello dell'imprenditore Michele Orsi. I militari li sorprendono in due villini di villeggiatura a Quarto, sempre in zona domizia. "Secondo il pentito Oreste Spagnuolo - scriverà Roberto Saviano - Giovanni Letizia quando uccise Michele Orsi indossava una parrucca e ai piedi aveva un paio di Hogan di tela. Poi gli venne fame e andarono a mangiare con Letizia che aveva ancora le scarpe sporche di sangue ma preferiva pulirle con la spugnetta anziche' buttarle. Quando il suo capo chiese perchè perdesse tempo a lavarle rischiando di essere beccato, Giovanni Letizia gli rispose che Orsi non valeva le sue scarpe". 
14 gennaio 2009. In un edificio diroccato di Trentula Ducenta, al confine con il Lazio, finisce la latitanza del boss Giuseppe Setola. Con lui viene fermata la moglie, Stefania Martinelli. Fra il 9 e l'11 marzo la Dda partenopea mette a segno un altro colpo mortale per i Casalesi con l'arresto di altri uomini legati a Franco Letizia, cugino di Giovanni, considerato il reggente del clan. Fra loro anche il trentatreenne Vincenzo Letizia detto 'o schizzato. 
3 aprile 2009. La Mobile di Caserta arresta Armando Letizia, 56 anni. Considerato elemento di spicco del clan, Armando e' zio di Giovanni Letizia e padre del latitante Franco. Il cerchio si stringe intorno a quest'ultimo, che sara' tratto in manette il 19 maggio. Ma quella domenica 26 aprile, il giorno dell'arrivo di Berlusconi a Casoria per il compleanno di Noemi, un'altra e più rilevante cattura forse è già nell'aria. All'alba del 29 aprile la Direzione Investigativa Antimafia di Napoli sorprende Michele Bidognetti, fratello del boss Francesco Bidognetti (detenuto al 41 bis eppure ancora in grado - secondo gli inquirenti - di impartire ordini), ma soprattutto parente del collaboratore di giustizia Domenico Bidognetti.

Un gruppo criminale strettamente collegato a quello dei Setola e, quindi, ai Letizia. "Una storia - fanno notare in ambienti giudiziari del casertano - che puzza lontano un miglio di rifiuti. Non va dimenticato che per i Bidognetti questa è stata sempre una fra le più lucrose attività. E che molte operazioni messe a segno recentemente dalle forze dell'ordine nascono dalle rivelazioni su quel maleodorante business rese da una gola profonda del settore come Gaetano Vassallo". Senza contare, su tutto, la presenza degli imprenditori-camorristi del settore rifiuti Michele e Sergio Orsi: il primo ucciso proprio per mano del clan Letizia quando era in procinto di collaborare con la magistratura. Il secondo, arrestato nell'ambito di un'operazione anticamorra di febbraio scorso, era invece stato prosciolto nel 2007 da analoghe accuse. Al suo fianco, come penalista, c'era l'avvocato Ferdinando Letizia dello studio Stellato di Santa Maria Capua Vetere. Casertano, 35 anni, Ferdinando Letizia è anche consigliere comunale a Castelvolturno e capogruppo della lista "Liberamente", sul cui sito internet si esaltano le gesta del leader Silvio Berlusconi. Il colpo inferto ai trafficanti di rifiuti con l'apertura dell'inceneritore di Acerra, il timore di perdere gli appalti da milioni di euro che ruotano intorno all'affare munnezza, potrebbero insomma essere fattori non del tutto estranei al clima rovente delle ultime settimane.

IL MILAN? ALL'OLIMPIA

Ma torniamo ai segnali. A quegli avvenimenti forse solo in apparenza "curiosi" che avevano preceduto la famosa sera del 26 aprile. Quella domenica a giocare sul campo del San Paolo c'era stata l'Inter. Ma il 22 marzo a Napoli per una sfida di campionato era sbarcato il Milan. Che per la prima volta aveva abbandonato i consueti, sfavillanti hotel del lungomare partenopeo con vista sul golfo, per andare ad alloggiare in una delle più desolate periferie dell'hinterland: Sant'Antimo, Hotel Olimpia. Terra di inceneritori, ecoballe e Cdr. Al confine col triangolo della morte Nola-Marigliano-Acerra. Comune, Sant'Antimo, due volte sciolto per infiltrazioni camorristiche. Area infestata da sversamenti illegali di materiali tossici. E non lontana da quell'Agro Aversano da cui trae le sue origini il gruppo Setola-Bidognetti-Letizia.

L'Hotel Olimpia rientra nell'impero economico della famiglia Cesaro, che in zona possiede anche l'unico presidio sanitario disponibile per uno fra i territori piu' densamente popolati d'Italia, il Centro Igea, ed una serie di altre lucrose attivita'. Leader della famiglia è Luigi Cesaro, deputato Pdl, candidato in pole position per la presidenza della Provincia di Napoli. Sui suoi pregressi legami coi clan della zona si soffermava a lungo (come la Voce ha ricordato nel numero di maggio scorso) la relazione di fuoco redatta dai commissari prefettizi inviati a Sant'Antimo dopo lo scioglimento per camorra del 1991.

Ecco i passaggi chiave. "I collegamenti di taluni degli amministratori con la malavita organizzata - clan Puca e Verde - si estrinsecano attraverso rapporti di parentela e/o cointeressi in attivita' economiche e patrimoniali". "La cointeressenza in attività economiche si coglie soffermandosi sugli accordi in materia di appalti fra i clan di Pasquale Puca ed il clan Verde, che operano rispettivamente attraverso le cooperative 'La Paola' e 'Raggio di Sole', addivenendo in tal modo ad una spartizione dei settori dell'economia locale. Della Cooperativa 'Raggio di Sole' è socio il consigliere comunale Antimo Cesaro unitamente ai fratelli Raffaele (legale rappresentante) e Luigi". Ancora: "Lo stesso consigliere Aniello Cesaro risulta citato a comparire dalla Autorità Giudiziaria in ordine a molteplici attivita' estorsive messe in atto da Pasquale Puca, capo dell'omonimo clan camorristico operante in Sant'Antimo e Casandrino; risulta avere in atto procedimenti per truffa, interesse privato in atti d'ufficio, omissione in atti d'ufficio e peculato". Diciannove anni dopo, di Luigi Cesaro (e del suo "gemello" politico Nicola Cosentino, sottosegretario all'Economia), parla Gaetano Vassallo, come ricorda l'Espresso in un'inchiesta di settembre 2008. E qui tornano le coincidenze. Perchè se le verbalizzazioni del pentito dovessero trovare conferma, a favorire l'attivita' imprenditoriale dei Cesaro non sarebbe stato un clan qualsiasi. Ma il gruppo di Francesco Bidognetti, alias Cicciotto 'e mezzanotte.

IL BOOMERANG

"Sto pensando di riferire in aula sul caso Letizia. Ma ci devo riflettere". 23 maggio. E' appena scoppiato il caso Mills (la condanna per corruzione dell'avvocato David Mills, che tira il ballo lo stesso premier) e siamo a poche ore da un altro storico annuncio di analogo tenore: "riferirò alla Camera sulla vicenda Mills". Perchè, allora, mentre tutti parlano di Mills, lo stesso Cavaliere torna a porre l'accento sulla storia dei suoi rapporti con Noemi Letizia e la sua famiglia? La risposta potrebbe stare tutta in una ricostruzione dei fatti che comincia a circolare a Napoli. E che trae spunto da quelle mezze frasi dette "col cuore in mano" prima dal papà di Noemi ("il mio rapporto con Berlusconi? Preferisco non approfondire, siamo legati da un segreto"), poi dalla mamma Anna Palumbo: "non chiedetecelo, non possiamo dire di più...". Dopo la valanga di stridenti contraddizioni abbattutasi sul resoconto che lo stesso Cavaliere aveva voluto rendere negli studi di Porta a Porta (dalla bufala del Benedetto Letizia autista di Craxi, subito sbugiardata dal figlio dell'ex leader socialista Bobo, alle secche smentite di Franco Malvano e Fulvio Martusciello che addirittura - aveva detto il premier a Bruno Vespa - gli erano stati segnalati quella sera da Letizia), ora lo staff del presidente deve mettere a punto una versione inattaccabile. E se colpisse anche i sentimenti, se saltasse fuori una storia di buona sanità, meglio. E' partita così la caccia di alcuni cronisti alle notizie d'agenzia di quel maledetto 29 luglio 2001 quando l'appena diciannovenne Yuri Letizia, fratello di Noemi che in quel periodo prestava servizio militare, perse tragicamente la vita a bordo di una Fiat punto andatasi a schiantare contro gli alberi sulla Salaria. E' stato un articolo di Francesco Lo Sardo sul quotidiano Europa a gettare in campo l'ipotesi: "pare sia stato dopo questa tragica morte - scrive il 15 maggio - che, in qualche modo e per qualche speciale ragione, si sia cementato il legame tra il signor Elio Letizia e Silvio Berlusconi". La ricostruzione potrebbe essere già pronta: "Prima - fa sapere il premier - li lascio andare avanti, perchè così si mostrano per quello che sono. E sarà un boomerang tale che si vergogneranno, e perderanno consenso e la stima degli elettori, perchè in questa vicenda tutto è più che pulito". 

Ecco le posizioni dei candidati alle europee sul nucleare

Fonte:

Solo i candidati di IDV, sinistra e libertà e comunisti si dichiarano contrari in toto al nucleare. Il PD si spacca, UDC e PDL tacciono... Ecco gli sconcertati risultati della ricerca di Greenpeace sulle posizioni dei candidati italiani alle elezioni europee del 7 giugno in materia di nucleare.

No al nucleare
Vignetta di Karma 2008
Mentre Berlusconi dichiara di voler ricorrere all’esercito per riportare il nucleare in Italia, Greenpeace diffonde, a una settimana dal voto, i risultati del sondaggio sul ritorno del nucleare svolto tra i candidati alle elezioni europee. Su questo tema l’associazione ha verificato finora un colpevole silenzio da parte di chi potrebbe invece opporsi alla militarizzazione delle decisioni sul nucleare: con la sua indagine ha ottenuto che i partiti venissero allo scoperto.

“La maggioranza degli italiani è preoccupata e consapevole che il nucleare è una scelta sbagliata e nonostante questo il governo intende imporlo con la forza militare. - spiega Andrea Lepore, campagna Clima di Greenpeace - Ciascun candidato alle europee e amministrative ha quindi il dovere di esplicitare prima delle elezioni se si oppone al ritorno del nucleare senza nascondersi dietro strategici silenzi”.

Nelle scorse due settimane l’associazione ha posto a 60 candidati, selezionati equamente all’interno di sei liste (PD, IDV, PDL, SL, UDC, Lega Nord), due quesiti riguardanti la realizzazione in Italia di impianti nucleari EPR e di uno o più siti di deposito delle scorie radioattive sul territorio italiano. E chiede ai candidati che non lo hanno ancora fatto di esprimersi contro il nucleare.

I RISULTATI - Delle sei liste selezionate, solo due si sono dimostrate compatte nel dichiarare la loro contrarietà al nucleare in Italia: l’IDV e Sinistra e Libertà, seguite dal PD con sette candidati su 10 che hanno dichiarato la loro opposizione alla costruzione dei nuovi EPR in Italia. Nessun candidato dell’UdC e del PdL ha per ora preso posizione contro gli impianti EPR e i siti di deposito di scorie nucleari in Italia, come ha invece fatto uno dei dieci candidati selezionati della Lega Nord. Sono pervenute anche dichiarazioni spontanee contro il nucleare dalla lista Rifondazione-PDCI, che non era inclusa nel sondaggio in quanto già dichiarata antinucleare.

Un recente sondaggio di Eurispes all’inizio di maggio ha dimostrato che la maggioranza degli italiani è contraria al ritorno al nucleare. In un documento congiunto, discusso giovedì scorso dalla Conferenza dei presidenti delle Regioni, gli assessori all’Ambiente delle Regioni italiane affermano che le norme contenute nel ddl 1195 “incidono profondamente, irragionevolmente e illegittimamente sulle competenze delle Regioni” in maniera contraria a quanto previsto dalla Costituzione.

“Con il ddl 1195 il governo progetta di militarizzare l’apertura di nuovi impianti nucleari e lo smaltimento delle scorie radioattive. Le forze politiche e i singoli candidati che non si oppongono subito e con fermezza al nucleare stanno di fatto accettando i piani ‘sovietici’ del governo” conclude Lepore.

venerdì 29 maggio 2009

Le fiabe di Tremonti e le preghiere di Sacconi

Fonte:
di Emilio Carnevali

Confesso di esserci rimasto piuttosto male quando, fortunatamente già grandicello, ho appreso che una delle mie preferite favole dell’infanzia – 
Il mago di Oz – era in realtà una metafora di politica monetaria scritta in occasione della colossale deflazione del 1880-1896 negli Stati Uniti. L’autore del libro, il giornalista democratico L. Frank Baum, intendeva così sostenere l’introduzione di un sistema bimetallico (le babbucce di Dorothy erano infatti, nella versione originale, d’argento) che avrebbe aumentato l’offerta di moneta, fermando la deflazione e salvando così gli agricoltori del sud (lo spaventapasseri) e i lavoratori industriali (l’uomo di latta) strozzati dai pesanti debiti contratti. Nella realtà l’allora candidato democratico Bryan, sostenitore del Free Silver, fu sconfitto dal candidato repubblicano McKinley, rappresentante dei banchieri e dell’establishment conservatore delle grandi città orientali. McKinley mantenne il sistema aureo, ma grazie alla scoperta di nuovi giacimenti d’oro in Alaska, Australia e Sud Africa l’offerta di moneta aumentò lo stesso e con essa i prezzi e le precarie condizioni degli “spaventapasseri”. 
Un trauma da infanzia negata a posteriori – quello di scoprire che la magica strada dorata che tanto aveva acceso la mia prolifica fantasia di bambino era in realtà “la corona di spine sulla testa dei lavoratori” (il gold standard) – dal quale solo ora riesco a riprendermi grazie all’immaginifico ministro dell’economia che la provvidenza ci ha portato in dote. 
Già autore della celebre Robin Hood Tax, già gran maestro della finanza creativa, Giulio Tremonti ci dimostra infatti che dopo una lettura macroeconomica delle fiabe è possibile anche addentrarsi in una lettura fiabesca della macroeconomia. 
Il governo Berlusconi non ha fatto praticamente nulla per contrastare la crisi economica in atto e le conseguenze di essa su cittadini e lavoratori, ma la filastrocca con la quale sono stati caricati a molla i suoi ministri e portavoce é che la l’Italia “sta reagendo meglio di ogni altro Paese europeo”. Questa affermazione è, semplicemente, una fiaba. I recenti dati Istat indicano che dall’inizio della crisi (che possiamo datare simbolicamente con il fallimento della Lehman Brothers), il Pil italiano ha registrato una flessione del 4,4 % in sei mesi (quarto trimestre del 2008 e primo del 2009 rispetto al terzo trimestre del 2008). Solo la Germania fra i grandi Paesi Europei ha fatto peggio, con un –5,8%, ma questo è comprensibile vista l’importanza dell’export per l’economia tedesca. Stanno invece meglio dell’Italia il Regno Unito (-3,5%), la Spagna (-2,8%) e la Francia (-2,4%). 
Con tutto ciò Tremonti si è vantato ieri di fronte alla platea della Confcooperative che “la velocità di crescita del debito e del deficit è inferiore alla media europea e i dati italiani, corretti per il ciclo, dimostrano che è l'unico Paese che sta sotto il 3%” del rapporto deficit/pil. In sostanza si è vantato di non aver fatto nulla, al contrario dei governi degli altri Paesi europei, e ha poi rivendicato il risultato di conti pubblici in ordine se 
facessimo finta che non ci sia la crisi. Poteva aggiungere anche che se ipotizzassimo la scoperta di grandi giacimenti di diamanti sul Gran Sasso potremmo considerare l’Italia il maggior esportatore europeo di diamanti e che – si diceva al mio paese, sempre ai tempi della mia infanzia – se ipotizzassimo mio nonno dotato di ruote potremmo anche considerarlo una carriola.
Ma il passaggio dal filone fantasy all’epopea mistico-millenaristica è stato opera di un altro ministro, il prode Maurizio Sacconi (altro ex socialista), autore di una delle dichiarazioni più incredibili registrate negli ultimi mesi dalle agenzie di stampa: con il protrarsi della crisi – ha detto il responsabile del Welfare sempre all’assemblea di Confcooperative – “avremo bisogno dell'illuminazione della nuova enciclica sociale del Papa. Le nostre comunità, di fronte alla crisi saranno spaventate dalle incognite. Nell'attraversamento del guado, quando la notte è buia, non possiamo non rivolgerci a questi valori”. 
E siamo così ritornati all’immaginario della mia infanzia, a quegli stupendi b-movie demenziali americani tipo “L’aereo più pazzo del mondo” (Jim Abrahams, David Zucker, Jerry Zucker, Usa 1980). A un certo punto del volo gli altoparlanti annunciavano ai passeggeri: “Niente panico, la situazione è assolutamente sottocontrollo… a proposito, c’è qualcuno che sa pilotare un aereo?”.

Alessandria, stop al nucleare: il Tar accoglie il ricorso

Fonte:

Clamoroso colpo di scena nella vertenza tra ecologisti e governo (nazionale e regionale) riguardo all’installazione nucleare di Bosco Marengo, alle porte di Alessandria, il cui smantellamento secondo gli ambientalisti l’avrebbe trasformata in un pericoloso deposito di scorie radioattive: il 21 maggio il Tar piemontese ha accolto il ricorso presentato da diverse associazioni territoriali, bloccando di fatto la procedura prevista dal governo. «Da Alessandria - commenta Lino Balza di “Medicina democratica”, portavoce dell’iniziativa ambientalista - arriva una grossa vittoria, di buon auspicio nella battaglia contro il nucleare in Italia».

L’ordinanza del Tar del Piemonte, che ha sospeso lo smantellamento dell’impianto (ex Fabbricazioni Nucleari), secondo gli ambientalisti «crea un precedente nazionale per tutti i siti nucleari: infatti lo stesso governo aveva dichiarato apertamente che, in caso di pronuncia definitiva a favore del nostro ricorso, l’intera strategia sin qui adottata sarebbe stata da rivedere, in relazione a tutti gli impianti nucleari presenti in territorio italiano».

In seguito al ricorso presentato da “Medicina democratica”, Legambiente, Pro Natura e altre associazioni, il Tribunale amministrativo regionale ha di fatto pronunciato una ordinanza contro il Ministero dello sviluppo economico e l’Ispra, Istituto superiore per la protezione e ricerca Ambientale, rigurado alla Sogin (Società gestione impianti nucleari). Nella sentenza, il Tar accoglie l’istanza cautelare e sospende l’esecuzione dello smantellamento, dato che «le circostanze allegate dai ricorrenti comprovano l’esistenza di un pregiudizio grave e irreparabile derivante dall’esecuzione del provvedimento impugnato».

La battaglia di Alessandria contro il nucleare si è svolta «nell’indifferenza dei sindaci della provincia» e con l’opposizione della stessa Regione Piemonte, dice Balza, ma è stata vinta «grazie ad una entusiasmante sottoscrizione popolare». Secondo gli ambientalisti, ora confortati anche dal Tar, la demolizione dell’impianto di combustibili nucleari di Bosco Marengo avrebbe implicitamente creato un deposito di scorie radioattive, definito “temporaneo” ma di fatto permanente, «in un sito assolutamente inidoneo, cioè non sicuro», in barba alle disposizioni del 2003 che prescrivono la sistemazione in sicurezza dei depositi radioattivi, innanzitutto previa stesura di una valutazione di impatto ambientale.

Decrescita e migrazioni

Fonte:

Fino a quando dominerà il paradigma della crescita infinita, non si potrà mai arrestare il fenomeno delle migrazioni. Quest’ultimo – insieme a guerre di occupazione per accaparrarsi le risorse, consumismo ed inquinamento – si ridurrà soltanto con uno stile di vita più sobrio e con l’implementazione dell’autoproduzione di beni. Vi presentiamo “Decrescita e migrazioni”, nuovo ed interessante libro di Maurizio Pallante.

di Andrea Bertaglio

decrescita e migrazioni
Decrescita e migrazioni, di Maurizio Pallante
Il nuovo libro di Maurizio Pallante,Decrescita e migrazioni, è un pamphlet tanto sintetico quanto incisivo, che spiega come le società basate sulla crescita economica a tutti i costi implichino necessariamente una crescita delle migrazioni di una sempre maggiore quantità di persone.

Un tema molto scottante e molto attuale, in cui nella maggior parte dei casi si bada solo alle fasi “finali” di queste problematiche (parlando di accoglienza piuttosto che di espulsione, ad esempio), senza minimamente curarsi delle cause, dell’origine di questi fenomeni.

Un sistema economico fondato sulla crescita del prodotto interno lordodeve aumentare in continuazione il numero dei produttori e consumatori di merci. Di conseguenza deve indurre, con le buone o con le cattive, con la persuasione o con la forza, un numero crescente di contadini tradizionali ad abbandonare l'autoproduzione di beni, cioè l'agricoltura di sussistenza dove la vendita è limitata alle eccedenze, per andare a produrre merci e guadagnare in cambio il denaro necessario a comprarle. Questo passaggio implica l'abbandono delle campagne e il trasferimento nelle città con costi sociali e ambientali elevatissimi. Sociali se si considera, ad esempio, l’impatto fra le diverse culture quando migliaia di persone si spostano in massa dal sud al nord del mondo (o dall’est all’ovest); ambientali se si pensa che oggi più della metà della popolazione mondiale vive ammassata nelle grandi metropoli.

Uno stile di vita non omologato sui modelli consumistici, oltre a migliorare la qualità della vita di chi lo pratica, può contribuire a rimuovere le cause che inducono a emigrare in misura superiore a quanto comunemente si pensi; seppure sia a volte difficile, e delicato, far capire a chi non ha avuto mai niente (materialmente parlando) che la soluzione ai suoi problemi non è l’acquisto di merci, ma che anzi ne è la causa.

migrazioni
Fino a quando dominerà il paradigma della crescita infinita, non si potrà mai arrestare il fenomeno delle migrazioni
In questo breve libro Maurizio Pallante, caratterizzato dalla sua solita indipendenza di pensiero, mostra chiaramente come a livello politico non ci sia nessuna intenzione di arrestare veramente i flussi migratori in corso, nonostante i buoni propositi in alcuni casi o le ridicole o altisonanti proposte per ridurne la portata in altri. Quando sia la destra che la sinistra auspicano (ancora) una società ed un’economia che prevedono la crescita infinita del consumo di merci, si ha bisogno di un numero sempre più alto di “consumatori”.

Fino a quando la crescita infinita sarà il modello economico e sociale propinato a tutte le società del mondo, non si potrà mai dare fine al fenomeno delle migrazioni, nemmeno se si volessero istituire le più feroci ronde da una parte, o se si volesse accogliere chiunque ne faccia domanda dall’altra (entrambe soluzioni impossibili ed insensate).

Fino a quando le società opulente, già eccessivamente caratterizzate da una crescita ipertrofica, vorranno mantenere certi stili di vita, non si potranno permettere di diminuire il numero né di persone dipendenti dal mercato, né di persone per la manodopera a basso costo.

Fino a quando le società cosiddette “povere” vorranno seguire il mito della crescita, non si potranno permettere di continuare a sostentarsi come hanno sempre fatto tramite le loro economie di sussistenza, ma dovranno adeguarsi ad un mercato falsamente libero. E le loro popolazioni, appunto, trasferirsi in massa in quei Paesi nei quali invece l’economia di sussistenza è stata abbandonata da fin troppo tempo.

Migrazioni, crescita, guerre di occupazione per accaparrarsi le risorse, consumismo, inquinamento, possono essere ridotti con uno stile di vita più sobrio e con l’implementazione, quando possibile, dell’autoproduzione di beni.

Si può fare molto per risolvere da subito i nostri problemi. E nostri vuol dire di tutti i popoli, sia “ricchi” che “poveri”, o presunti tali.

Questo volume, “Decrescita e migrazioni”, si legge facilmente nonostante la complessità dei temi trattati. E soprattutto fornisce delle immediate "risposte", pur nella sua sinteticità, alle problematiche epocali in questione.

giovedì 28 maggio 2009

Abbonatevi a "Il Fatto"

Fonte:




Vignetta di BandanasCi siamo. Il conto alla rovescia è cominciato. A settembre, finalmente, avremo un giornale nuovo, libero, tutto nostro. Un giornale eccentrico, rispetto agli altri. Un fatto nuovo. Perché?

1) Racconterà i fatti, fin dalla sua testata. Darà la notizie, le analisi e i commenti che gli altri non danno, o nascondono. Parlerà dei temi che gli altri ignorano. 

2) Non avrà padroni: la società editoriale è composta da alcuni piccoli soci, compresi noi giornalisti, che partecipano con quote equivalenti a un progetto comune: un quotidiano fatto solo per i suoi lettori. Senza vincoli né sudditanze ai poteri forti, politici, finanziari e industriali, che usano i giornali per i loro interessi. 

3) Non chiederà né avrà finanziamenti pubblici concessi da questo o quel partito. 

4) Nascerà solo se avrà dei lettori interessati ad acquistarlo, e a leggerlo. Nel paese dei giornali senza lettori, mantenuti in vita dai contribuenti, anche e soprattutto da quelli che non li comprerebbero mai, noi faremo il nostro giornale soltanto se avremo un numero di lettori sufficiente per mantenerlo in vita.

Per questo vi chiediamo di abbonarvi subito: il prezzo della nostra libertà di informare e del vostro diritto di essere informati dipende dal numero di copie che i lettori acquisteranno in edicola, ma soprattutto dagli abbonamenti che raccoglieremo prima di partire. Più abbonamenti, più libertà.
 
Il nostro giornale avrà 16 pagine, tutte a colori. Uscirà sei giorni a settimana, tranne il lunedì. Sarà un giornale di carta e un giornale web. Sarà diretto da Antonio Padellaro. Avrà una redazione di giovani agguerriti. Si avvarrà di un gruppo di firme, di inviati di punta e di autori satirici che hanno condiviso con noi la lunga battaglia contro il regime berlusconiano, senza sconti per un’opposizione troppo spesso complice. Li scoprirete via via nell’apposito spazio “AnteFatto” che creeremo presto su questo e altri blog e siti amici. Con tutte le indicazioni per abbonarvi e diventare subito soci fondatori del nostro giornale (ricevendolo per posta, possedendo un coupon da presentare in edicola, scaricandolo in rete dopo la mezzanotte, e così via).

Nell’attesa - che sarà breve - dell’AnteFatto, ecco i riferimenti dell’ufficio che fin da oggi riceverà le vostre prenotazioni per l’abbonamento:
telefono 02-66506795
fax 02-66505712
mail: dettofatto@ilfatto.info

Vi terremo aggiornati, di settimana in settimana, delle prenotazioni raccolte. Sarà dura, ma tutti insieme ce la faremo. Dipende da tutti voi, anzi da tutti noi. 

Serraglio elettorale

Fonte:

Marco Cedolin
Tutto è grottesco nella corsa elettorale che si sta consumando sotto il sole di questa canicola prematura di fine maggio. Ad iniziare dal merito delle elezioni stesse, un parlamento europeo di cui al di là della facile mangeria si fatica assai ad evincere il senso e delle amministrazioni provinciali che a breve potrebbero ritrovarsi a non amministrare più nulla, se la soppressione delle province da tempo ventilata finirà per andare in porto.

Preso atto della scarsa salienza della consultazione, ciò che più risulta avvilente sono i toni ed i contenuti espressi dalla sarabanda dei partiti politici, con l’unica eccezione costituita dalle piccole formazioni politiche (di destra come di sinistra) che comunque sono già state deprivate a priori dal parlamento della possibilità di tramutare in rappresentanza politica i voti dei propri elettori.

I “partiti che contano” o sperano di contare stanno affrontando la campagna elettorale con lo stesso spirito con cui ci si da vita ad una sonora scazzottata al bar dello sport, in merito al contestato rigore della domenica. Lo sfrenato egotismo ed il diffuso malanimo, stanno producendo fra PD e PDL ed i piccoli partiti a loro satellizi, una serie infinita di risse verbali, attacchi alla persona e insulti gratuiti del tutto fini a sé stessi, funzionali solamente alla volontà comune di non entrare nel merito delle gravi problematiche che affliggono il paese e l’Europa tutta.
Neppure una parola riguardo al
 
Trattato di Lisbona, alla perduta sovranità monetaria, all’Europa dei burocrati tesa ad annientare il valore aggiunto costituito dalle peculiarità delle comunità che si vorrebbero ogni giorno di più sradicate dai propri territori e dalle proprie tradizioni. Silenzio totale in merito all’Europa della precarietà, dove si cannibalizzano i diritti dei lavoratori, depauperando oltre mezzo secolo di conquiste sociali
Neppure una proposta concreta attraverso la quale affrontare la 
vera crisi (non l’ologramma della crisi finanziaria) di un modello di sviluppo prossimo a defungere, per effetto della quale nel corso dei prossimi anni sempre più ampi strati della popolazione si vedranno privati della possibilità di realizzare un reddito che possa consentire loro una sopravvivenza dignitosa, a dispetto di tutti i cabalisti a pagamento che pronosticano la fine della crisi senza essere in grado di produrre una sola ragione in virtù della quale l’ipotesi dovrebbe realizzarsi. Neppure un minimo cenno di autocritica per avere dato vita ad un processo di globalizzazione tanto insensato quanto controproducente, a solo beneficio dei profitti di banche e corporation. Nessuna volontà di procedere ad una riflessione in merito allo strapotere dell’oligarchia finanziaria, i cui risultati in termini di disoccupazione, povertà diffusa e progressivo annientamento dei diritti, iniziano a farsi sentire in maniera devastante.

I partiti che contano non gradiscono parlare di politica, trattandosi di temi troppo complessi all’interno dei quali è facile scivolare. Immaginate
 Antonio di Pietro che ha reclutato in tutta Italia una marea di candidati “sensibili ai problemi ambientali” alle prese con temi come l’incenerimento dei rifiuti, la cementificazione del territorio e le grandi opere di cui si è sempre fatto portatore. Immaginate la Lega Nord posta di fronte al tema del trattato di Lisbona che cozza violentemente con i presupposti che sono alla base della sua stessa nascita. Immaginate Franceschini che oggi domanda finanziamenti a pioggia per i disoccupati, ma in due anni di governo si è guardato bene dal destinare loro un solo euro. Immaginate lo stesso Berlusconi chiamato a sostanziare le ragioni per cui i cittadini dovrebbero rimanere ottimisti di fronte alla chiusura generalizzata delle aziende e all’aumento della cassa integrazione di oltre il 300%. Per non parlare di SL di Nichi Vendola che ha reclutato all’interno della propria formazione politica perfino i Verdi in fase di dissoluzione, pur sostenendo apertamente il TAV, i rigassificatori e l’incenerimento dei rifiuti o dell’UDC di Casini/Caltagirone impegnato a sostenere la “famiglia” attraverso l’innalzamento dell’età pensionabile ed i valori cristiani per mezzo dell’aumento delle capacità militari europee.
Accantonata la politica che è scomoda e non fa chic, meglio allora fare proprio il modello “Amici” e “Buona Domenica”, dove la rissa verbale, l’insulto, la zuffa condita dai peggiori epiteti, conseguono un’ottima resa in termini di audience e se trasposti altrove possono rappresentare la falsariga di una campagna elettorale condotta unicamente “contro” l’avversario, senza l’ambizione di effondersi in alcuna proposta politica degna d’interesse. Ultimo esempio, ma solo in ordine di tempo, di quanto grottesca sia la classe politica italiana, lo ha reso ieri il leader pro tempore del PD Franceschini che impegnato ad attaccare Berlusconi, pur avendo migliaia di argomenti legittimi e concreti attraverso i quali poterlo fare, ha preferito le offese a livello familiare, con la conseguenza di ottenere una brutta figura e fare scendere ancora più in basso il livello questa già avvilente campagna elettorale.

mercoledì 27 maggio 2009

Gli OGM “non hanno rese agricole superiori”

Fonte:

Ad aprile è stato pubblicato un rapporto americano che attacca la garanzia di più forti rendimenti degli OGM. Non è il primo studio a mettere in dubbio l’efficacia degli organismi geneticamente modificati, eppure i paesi e le superfici coltivate con OGM continuano ad aumentare.


di 
Elisabeth Zoja

ogm
Gli Ogm hanno rese agricole superiori? Secondo un rapporto Usa non sarebbe così
Gli organismi geneticamente modificati (OGM) non vengono più criticati solo in Europa. Ad aprile è stato pubblicato un rapporto americano che attacca il principale argomento dei fabbricanti di sementi modificate: la garanzia di più forti rendimenti. Responsabile del rapporto è la Union of Concerned Scientist, un gruppo di esperti del MIT (Massachusetts Institute of Technology).

Qualche settimana dopo, a inizio maggio, l’UE ha imposto il suo diritto a consumare carne bovina senza ormoni (gli Stati Uniti come contropartita continueranno a sovratassare una serie di prodotti alimentari europei).

Ma il diritto di produrre e consumare alimenti senza ormoni non implica quello di produrre e consumare senza OGM?

Vediamo innanzitutto quali sono, secondo il rapporto americano, i vantaggi di questi organismi geneticamente modificati.

“Da anni gli industriali affermano che nutriranno il mondo, promettendo che gli OGM avranno migliori rendimenti. Ma dopo vent’anni di ricerche e tredici di commercializzazione, i contadini americani che fanno ricorso a queste sementinon hanno delle rese agricole superiori. L’agricoltura tradizionale, invece, continua ad avere risultati migliori”, afferma Doug Gurian-Sherman, autore del rapporto.

mais
Esiste il mais modificato per resistere ad alcuni insetti e quello che resiste agli erbicidi
Per arrivare a questa conclusione il biologo ha passato al setaccio tutti gli studi accademici pubblicati sulla soia e sul mais, le due culture transgeniche più utilizzate negli Stati Uniti.

Nella patria di Monsanto il 90% delle superfici coltivate a soia impiega OGM, mentre il 60% del mais è geneticamente modificato.

Gli OGM che dominano il mercato sono però tre: un tipo di soia e due di mais. Esiste infatti il mais modificato per resistere ad alcuni insetti e quello che resiste agli erbicidi. Quest’ultimo, come la soia resistente agli erbicidi, “non ha portato alcun miglioramento dei rendimenti”, come afferma il rapporto.

Per quel che riguarda il mais resistente agli insetti invece (il cui esemplare più conosciuto è il Mon 810, appena vietato dalla Germania), l’accrescimento della produzione si è rivelata “marginale”. Questi risultati sono stati ottenuti anche da raccolte ottenute in Europa, dove il mais Bt (Bacillus thuringiensis) viene largamente importato.

Gli OGM infatti, vengono coltivati in ‘soli’ 25 Paesi (principalmente Stati Uniti, Canada, Brasile e Argentina), ma altri 30 ne autorizzano l’importazione.

Col tempo anche i paesi africani iniziano a produrli: nel 2008 il Burkina Faso e l’Egitto hanno raggiunto il Sudafrica fra i paesi produttori.

ogm
Secondo il rapporto Usa sarebbe pericoloso puntare sugli OGM per assicurare i bisogni alimentari di 9 miliardi di persone
Un crescente numero di superfici del mondo viene quindi coltivato con OGM: il 2008 ha visto un aumento delle superfici OGM del 9,4% rispetto all’anno precedente (International Service for the Acquisition of Agro-biotech Applications).

Eppure la crescita di produttività agricola degli ultimi anni è dovuta ad altri fattori d’innovazione, spiega il rapporto americano. Nella sua conclusione si legge che sarebbe pericoloso puntare sugli OGM per assicurare i bisogni alimentari di 9 miliardi di persone (stima della popolazione mondiale nel 2050).

Questo rapporto non è il primo a denunciare la promessa degli OGM: nel 2006 i ricercatori del Ministero Americano dell’Agricoltura hanno fatto il bilancio dei primi dieci anni di colture OGM, e non hanno constatato miglioramenti significativi.

Se anche gli OGM garantissero una maggiore produzione agricola, l’aumento del rendimento avrebbe un prezzo: la perdita di biodiversità ed i rischi per la salute.

Rifiuti tossici: un briciolo di giustizia per l’Africa?

Fonte:

di Andrea Bertaglio

Un altro scandalo è stato di recente rivelato da grandi organi di informazione globale. Questa volta è toccato al quotidiano “The Guardian” ed alla BBC, che rispettivamente con un’inchiesta e con il programma di approfondimento “BBC Newsnight”, sono entrati in possesso di dati sconcertanti riguardanti le 528 tonnellate di rifiuti riversati nell’agosto 2006 in Costa d’Avorio dalla multinazionale Trafigura.

Trafigura è un’azienda petrolifera britannica che, oltre al petrolio, commercia e raffina anche altri prodotti chimici e metallici, fornendo navi e tutto ciò che possa servire al loro trasporto ed immagazzinamento.

Il viaggio di rifiuti tossici verso l’Africa sembra non avere possibilità di sosta. Non è infatti la prima volta, e purtroppo non sarà l’ultima, che si scoprono fatti di questo tipo. Tale vicenda ha però una peculiarità, rispetto alle altre simili: quella di aver avviato la più grande class action della storia: 31mila abitanti della Costa d’Avorio chiederanno risarcimento al colosso petrolchimico dei danni subiti a causa del terribile disastro.

Sempre in nome del profitto, che cosa ha pensato bene di fare Trafigura? Trasportare un’intera nave, la “Probo Koala”, in Costa d’Avorio piena di rifiuti tossici e riversarli nella città portuale di Abidjan, invece che trattarli a regola d’arte, come avrebbe dovuto fare nel porto di Amsterdam. È proprio nella capitale olandese che sono state fatte le analisi di cui la BBC è entrata in possesso, dato che presso lo scalo ad Amsterdam la “Probo Koala” ha cercato di scaricare i residui di lavorazione senza dichiararne la composizione. I tecnici olandesi si sono però accorti del trucco e hanno applicato una tariffa maggiore.

A quel punto la Trafigura ha rifiutato di pagare il denaro richiesto, si è ripresa il carico e ha fatto rotta verso la Costa D’Avorio. Qui, nella notte del 19 agosto 2006, almeno 12 furgoni avrebbero movimentato 400 tonnellate di rifiuti tossici verso 18 siti intorno alla città di Abidjan.

Tali rifiuti, che emanavano un terribile odore simile a quello di uova marce (e basterebbe già quello per opporsi allo scarico di rifiuti di una nave straniera sulle proprie coste), erano non solo maleodoranti, ma anche tossici. Il puzzo era infatti dovuto alla presenza nei liquami di alcune tonnellate di acido solfidrico, un veleno ad ampio spettro che può danneggiare diversi sistemi del corpo. Nella brodaglia tossica erano contenuti anche fenolo (sostanza talmente letale da essere utilizzata dai nazisti come arma di sterminio), ingenti quantità di mercaptani (caratterizzati appunto da un odore molto sgradevole), di soda caustica e almeno due tonnellate di idrogeno solforato.

Questa vicenda, che risale appunto a tre anni fa ed ha visto coinvolta la multinazionale britannica, è tornata alle cronache perché è ormai certo che i rifiuti trasportati dalla nave “Probo Koala” erano tossici e, quindi, letali.

Non è perciò un caso se in quel periodo gli ospedali dell’ex capitale ivoriana pullulavano di persone che accusavano gli stessi sintomi, quali nausea, problemi respiratori, ustioni e svenimenti. Il problema è che le persone del posto non hanno subìto solo i sintomi di un’intossicazione evidentemente dovuta ai rifiuti della Trafigura, ma le contaminazioni vere e proprie sono state contate in centinaia di migliaia, oltre alle sedici morti immediate riscontratesi subito dopo l’arrivo della nave.

Inutile dire che Trafigura, la quale era già sfuggita alla legge patteggiando separatamente con il governo ivoriano un risarcimento di 150 milioni di dollari, continua da anni a negare le sue responsabilità. La ditta londinese, infatti, non solo sta cercando di far ricadere tutte le colpe sulla società “Tommy”, quella che ha materialmente scaricato i rifiuti, ma tramite i suoi avvocati ha dichiarato a “The guardian”, che questi rifiuti “non possono causare e non possono aver causato le presunte morti e diffuse malattie”.

Anche gli ivoriani sono rappresentati in tribunale (dove Trafigura si dovrà “difendere” il prossimo ottobre, a Londra) da uno studio legale inglese, Leigh Day and Co, il quale accusa gli avvocati della Trafigura di aver contattato alcuni testimoni chiave per cercare di dissuaderli dal presentarsi al processo o per convincerli a cambiare la propria versione dei fatti. Per questo la corte londinese ha ingiunto ai difensori di non contattare più in alcun modo i ricorrenti.

Chissà se sarà possibile, almeno questa volta o almeno per le dimensioni della class action avviata, avere un po’ di giustizia. Si spera in un piccolo successo, in una pillola di soddisfazione per i cittadini ivoriani. Certamente non per l’Africa e per i secoli di torti subìti, ma per i 31 mila che hanno deciso di unirsi e di combattere.

E comunque andrà, ancora una volta complimenti all’Occidente “avanzato” e “sviluppato”, agli esportatori di civiltà, di democrazia, o forse è meglio dire di morte, non solo sottoforma di bombe ed occupazioni, ma anche e sempre più spesso di sostanze tossiche.