martedì 12 maggio 2009

Il dito e la luna

Fonte:

Quando il saggio mostra la luna, lo sciocco guarda il dito

Le vicende di Silvio Berlusconi e di sua moglie stanno interessando molto i cittadini..
Dalle 
parole della signora Veronica e dalla sua reazione angosciata e indignata, sembra dedursi che lei sia convinta di essere stata reiteratamente tradita e con modalità tali da ferire la sua dignità, oltre che i suoi sentimenti. E debbo riconoscere che una vicenda come quella che il Presidente del Consiglio sta offrendo ai cittadini è davvero singolare e tale da giustificare l’interesse che i mezzi di informazione insieme soddisfano ed alimentano.

Resto però alquanto disorientato.

Da molti anni Berlusconi è accusato di 
molte e gravi violazioni del codice penale e di altre leggi penali. Ha subito numerosi processi da alcuni dei quali è uscito in modo poco commendevole: alcune volte per prescrizione, altre per assoluzioni motivate con l’art. 530 del codice di procedura (la c.d. insufficienza di prove), altre ancora a seguito di leggi fatte appositamente per consentirgli l’assoluzione con la formula il fatto non è più (prima lo era, adesso non più) previsto dalla legge come reato, altre infine per via di quei monumenti giuridici e costituzionali che sono stati il lodo Schifani e il lodo Alfano, le due leggi costruite apposta per garantirgli l’impunità. Non solo: personaggi a lui molto vicini (Dell’Utri per primo e Previti per ultimo, ma ve ne sono stati altri) sono stati condannati per gravi reati (frode fiscale e corruzione) in contesti in cui è emerso con chiarezza l’interesse economico e politico di Berlusconi stesso. E ancora: alcune frequentazioni (penso al famoso stalliere Mangano) del Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana sono state tali da ingenerare sconcerto e preoccupazione. Perfino alcune assoluzioni (il processo Saccà) sono state motivate con argomenti che avrebbero fatto vergognare qualsiasi piccolo, medio o grande servitore dello Stato: un rapporto di totale sudditanza tra pubblici funzionari (e Berlusconi lo è, al massimo livello) squalifica il suddito, ovviamente, ma non depone a favore del padrone, proprio perché non sono questi i rapporti che dovrebbero caratterizzare il pubblico impiego. Insomma, un alto funzionario pubblico non dovrebbe comportarsi come Fantozzi; e il Presidente del Consiglio dovrebbe guardarsi bene dall’assumere ruolo e atteggiamenti da ipermegadirettore.

Ecco: tutto questo (e altro ancora, credo) 
avrebbe meritato molta più partecipazione critica da parte dei cittadini; molta di più di quella che, a quanto pare, tutti si sentono in dovere di esternare per le vicende dell’appena maggiorenne Noemi e delle numerose donne di spettacolo di cui Berlusconi si è circondato e che ha indubbiamente sponsorizzato.

Non voglio dire naturalmente che questi comportamenti non siano censurabili: sotto il profilo morale, se le ragioni della signora Veronica sono fondate; e anche sotto il profilo penale se dovesse risultare provato che l’attribuzione di cariche pubbliche o la candidatura a ben remunerati seggi politici null’altro costituisse se non la remunerazione di prestazioni affettive o sessuali. Ma di questo ultimo aspetto non vi è alcuna prova; e, quanto al primo, quello morale, debbo dire sconsolatamente che le trascorse vicende giudiziarie di Berlusconi 
mi paiono di ben maggiore rilevanza.

Così penso che dovremmo soprattutto continuare a ricordare con sdegno e preoccupazione queste ultime e riservare alle presunte infedeltà di un uomo anziano e poco discreto quella distratta e seccata attenzione che esse meritano.

Lo sfogo di Beatrice Borromeo, oscurata da Rai 2

Fonte:


Beatrice Borromeo sceglie la Rete per dare la sua versione dei fatti, dopo la censura arrivata all’Era glaciale di Daria Bignardi in onda su Rai 2, che in apertura di programma registrato giovedì scorso, aveva annunciato la presenza dell’ex collaboratrice di Annozero assieme a Vauro, che nessuno ha visto nemmeno un secondo.

Il direttore di Rai 2 Antonio Marano ha censurato i 2 ospiti perché avrebbero fatto un sequel di Annozero, ma in realtà pare abbiano risposto soltanto alle domande della Bignardi.
Antonio Marano è direttore di una rete pubblica a tassa obbligatoria per intercessione del partito del razzista Mario Borghezio e del fustigatore di bimbi Giancarlo Gentilini. La
Lega nord. La stessa che ha votato il lodo alfano, il falso in bilancio e che si appresta a votare china a 90 gradi il bavaglio alle intercettazioni, oltre che alla cronaca giudiziaria per assecondare le manie di persecuzione di Silvio Berlusconi.

In Rai si sta vivendo la stagione degli amori. In periodo di nomine i tromboni di partito come Marano temono di rimanere trombati. Ecco che servilismo e ossequiosità spudorate, come la prudenza, non sono mai troppi verso il gruppo del piduista, lo stesso che in tempi di par condicio è libero di sbraitare una serata intera dal suo servo Bruno Vespa senza il contradditorio della moglie che invoca aiuto. Direttori e giornalai a mezzo busto lustrano natiche a destra e a manca pur di non rischiare il posto. Berlusconi è l’intoccabile.

Meno male che la televisione è moribonda e il suo baccanale di paraculi senza futuro. Gli italiani, soprattutto giovani, si stanno svegliando in Rete. Basta vedere tutti quelli che sono venuti a Marsala in questo fine settimana per assistere agli incontri del Festival del giornalismo d’inchiesta, al quale anche Beatrice Borromeo ha partecipato assieme a Vauro, Marco Travaglio, Pino Corrias e Peter Gomez.
Con l’informazione libera si riparte da qui, dalla Sicilia dei siciliani orgogliosi che ringrazio. Non mi aspettavo tanta stima. Viva la Rete.

Silvio, l’iracondo

Fonte:




Vignetta di Tonus da vernacoliere.comSarà che dorme tre ore per notte (“per altre tre faccio l’amore”, dixit), sarà che ultimamente gli è andato di traverso tutto: la gita a Casoria dalla bimba, il campionato del Milan, le passeggiate elettrorali tra le salme e le macerie a L’Aquila, la festicciola l’altra sera a Sharm El Sheik dal suo amico Umberto Smaila, e pure il benedetto matrimonio con Veronica, ma da qualche settimana il Cavaliere non è più lui. Ride tirato persino da Vespa. Per il resto gira funereo, reagisce irascibile, litiga con tutti. Con l’Onu e con i vescovi per il respingimento degli immigrati. 
Litiga con il presidente Giorgio Napolitano che
gli proibisce di nominare ministro della Sanità il suo medico personale Ferruccio Fazio, scienziato della nidiata San Raffaele. 
Litiga con il ministro Giulio Tremonti che se ne frega dei miliardi promessi dal Cavaliere ai terremotati (prima 6, poi 8, poi 12) e 
gliene concede uno solo subito, altri 4 nei prossimi 24 anni, niet su tutto il resto, addio al Ponte sullo Stretto.  
Litiga con il presidente della Camera Gianfranco Fini per le nomine Rai (che al momento saltano) per le veline, che dovuto ritirare, 
per gli sbarchi, per i decreti legge, e per tutte le forzature costituzionali che invece continuano. 
Litiga con la Lega per il suo appoggio al referendum elettorale, ideato dall’astuto Mariotto Segni, che se approvato rischierebbe di 
consegnargli definitivamente l’intera Italia
Litiga persino con Paolo Guzzanti, giornalista, imitatore, senatore azzurro, che dopo una decina d’anni di velluti rossi e penombre si è accorto della mignottocrazia imperante in quegli stessi paraggi, coerente, dice lui, con la prossima 
deriva autoritaria del suo (ex) leader. 

Non placa l’ira di Silvio neppure la sua 
mitologica biografia a colori, appena varata dall’amico Vittorio Feltri, quello di Libero. E’ tutto roba vecchia, edulcorata e farlocca, ma lucidata come nuova. Lo stile è pura Corea del Nord. Irresistibile persino ai depressi. Parte da Silvio bimbo che gioca con un telefono e la didascalia che recita: “Gli piaceva giocare con il finto telefono. “Oggi - dice il presidente del Consiglio - quello vero suona in continuazione e mi diverte molto meno”. Le immagini sono da antologia. Il senno è quello di Renato Farina, giornalista e agente segreto, che annuncia il suo “Silvio visto da vicino”, cosi’ vicino da condividerne “comuni amicizia, letture, ideali”. Specialmente ideali. E tanta stima. Tanta lealtà da osare, talvolta, di “dirgli di levarsi il prezzemolo dai denti”. Lealtà odontoiatrica.

Cina: vietato non fumare

Fonte:

Non è solo un gioco di parole. La contea cinese di Gongan ha deciso di obbligare i dipendenti pubblici a fumare le sigarette locali per risanare le casse dello Stato. In Cina, peraltro, si vendono già 2.000 miliardi di sigarette all’anno, un terzo di tutti i consumi mondiali.


di
 Claudia Pecoraro

fumo
La contea cinese di Gongan ha deciso di obbligare i dipendenti pubblici a fumare le sigarette locali per risanare le casse dello Stato
Mentre pressoché in tutto il mondo imperversano le campagne anti-fumo, per alcuni dirigenti cinesi la sigaretta è obbligatoria... per il bene pubblico!

Una circolare, diramata dalle autorità locali, suona tassativa: sono tenuti a fumare tutti i dipendenti pubblici, inclusi gli insegnanti.

I notabili municipali hanno spiegato orgogliosi in un’intervista che si tratta di un aiuto all’economia locale. Gongan si trova infatti nella provincia dello Hubei, famosa per la sua produzione di tabacco. Proprio la marca Hubei è stata quindi imposta agli impiegati statali, che nel 2009dovranno consumarne almeno 230.000 pacchetti.

Questa idea a dir poco assurda deve peraltro essere contestualizzata in un Paese, la Cina, in cui si vendono 2.000 miliardi di sigarette all’anno, un terzo di tutti i consumi mondiali. Nonostante il divieto di fumo sia in vigore in parecchi luoghi pubblici, la nicotina si respira ovunque. Medici e personale sanitario fumano regolarmente negli ospedali; nei ristoranti e bar si soffoca in nuvole di fumo, così come nei taxi.

Nelle regioni rurali, poi, si arriva al paradosso. Numerose scuole portano il nome di alcune marche di sigarette locali. Si comincia dalla più tenera età a conquistare i nuovi clienti! La pubblicità del tabacco pervade anche manifestazioni di tutti i tipi, dove sono presenti ingenti masse di giovani, dai concerti rock alle gare sportive.

Nelle zone agricole più povere sono addirittura in vigore dei sussidi per la promozione del tabacco locale. E non si smette di pubblicizzare con enfasi le sue virtù.

Grazie al volume di vendite, il tabacco è infatti la maggiore fonte di entrate fiscali per lo Stato cinese, nonostante si tratti delle tasse più moderate del mondo su questo prodotto.

Solo di recente il governo ha aderito alla carta dell’Onu contro il tabagismo e le autorità sanitarie cominciano ad aprire gli occhi dinanzi ai pericoli disastrosiche sono già in atto: un milione di Cinesi muore ogni anno per malattie provocate direttamente dal fumo.

Riguardo a Gongan, Pechino si è limitata ad una tiratina d’orecchie ai dirigenti locali, che sembrano aver “addolcito” la severità della circolare sull’obbligo del fumo, a cui tuttavia l’adesione spontanea rimane gradita.

Auto elettriche condannate a fare rumore per legge

Fonte:


Rumore
Le auto sono rumorose? Bene! Il caos prodotto dai motori, secondo l'UE è l'unico modo di garantire la sicurezza dei cittadini
Chi lo avrebbe mai detto. Dopo aver trascorso anni a leggere ed ascoltare l'esperto di turno che ci avvertiva su quali e quanti fossero i danni del rumore sulla salute umana e dopo aver osservato spot televisivi che decantavano la silenziosità dei nuovi modelli ci eravamo tranquillizzati: in futuro le auto saranno silenziose.

Finalmente i nostri sogni sembravano divenire realtà con l'arrivo (??) delle auto elettriche che emettono solo 3 decibel. E invece no. Colpo di scena. Paradosso. E' tutto da rifare.

Le auto, ci spiegano ora, devono essere rumorose! Lo prevederà una norma dell'UE che obbligherà queste auto a simulare lo stesso rumore delle altre macchine.

Questo perché auto che non emettono nessun rumore sarebbero troppo pericolose per bambini, non vedenti, pedoni o ciclisti.

Ancora una volta, quindi, la società umana si arrende a se stessa. Una mente abitata da qualche residuo barlume di intelligenza si potrebbe chiedere: "ma come? Per evitare che pedoni, bambini e non vedenti vengamo messi sotto si fanno le auto rumorose? Non sarebbe più logico educare le persone in modo che guidino civilmente, rallentando ad ogni incrocio e evitando di travolgere i pedoni distratti?"

Barlume di intelligenza? Scusate, non so cosa mi passa per la testa. Ma cosa pretendo!!!

Facciamo le auto rumorose, dotiamole di apparati chiassificatori, multiamo il pedone distratto che passa sulle strisce senza correre e cantiamo tutti insieme: gloria eterna nei cieli per il nostro Dio motore.

La pittima del Parlamento

Fonte:


lunedì 11 maggio 2009

Acqua buona

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Altre diciannove scuole del comune di Capannori (LU) non utilizzeranno più l’acqua minerale imbottigliata bensì quella dell’acquedotto, che nelle mense sarà servita in brocche di vetro messe a disposizione da “Acque spa”.

Si estende, così, a circa altri 2.100 studenti il progetto “Acqua Buona” promosso dal Comune di Capannori assieme alla società Acque e già attivato con successo a livello sperimentale in alcune scuole.

“Grazie a questo progetto – spiega l’assessore all’ambiente, Alessio Ciacci – vogliamo promuovere l’uso dell’acqua dell’acquedotto, che è buona e che viene sottoposta a controlli più frequenti e rigidi rispetto a quella minerale. L’acqua è un bene comunee l’uso dell’acquedotto, oltre ad essere più sicuro, è molto più sostenibile a livello ambientale. Nel primo anno di sperimentazione abbiamo risparmiato oltre 10 mila bottiglie di plastica e con questa estensione arriveremo a risparmiare ogni anno lo smaltimento di oltre 65 mila bottiglie di plastica.”

Le nuove scuole che hanno aderito al progetto, grazie a una convenzione stipulata lunedì 4 maggio dall’amministrazione comunale, sono quelle dell’infanzia di Badia di Cantignano, Borgonuovo, Camigliano, Castelvecchio di Compito, Colognora di Compito, Guamo, Lammari, Lappato, Marlia e San Leonardo in Treponzio, primarie di Camigliano, Colle di Compito, Guamo, Lammari, Marlia, Massa Macinaia, Segromigno in Monte, San Ginese di Compito e la media di Camigliano.

Per garantire la sicurezza dell’acqua, “Acque” compirà un monitoraggio pressoché costante su campioni di acqua dell’acquedotto e le analisi verranno pubblicate all’interno della scuola per dare conoscenza a tutti dell’ottima qualità dell’acqua erogata. Verranno poi effettuati incontri di spiegazione con tecnici ed esperti del settore con i ragazzi, gli insegnanti e i genitori interessati.

Fino a oggi il progetto “Acqua Buona” era stato attivato in tre scuole: quella dell’infanzia e la primaria di Lunata e la media di Lammari.

Ci sembrava giusto raccontare dell'ennesima buona prassi del Comune di Capannori, proprio nel giorno in cui un episodio intimidatorio ha colpito la sede del comitato elettorale dell'attuale sindaco Giorgio Del Ghingaro, candidato alle prossime elezioni amministrative del 6 e 7 giugno.

Pubblichiamo di seguito il comunicato stampa e ricordiamo che saremo presenti a Capannori domenica 10 maggio (alle 18.30) insieme a Michele Dotti, Rossano Ercolini e Alex Zanotelli, per la presentazione del libro "L'Anticasta: l'Italia che funziona".

Marco Boschini, coordinatore Associazione Comuni Virtuosi 

"Nella notte tra venerdì e sabato la sede del Comitato Elettorale di Giorgio Del Ghingaro di Capannori è stata incendiata da ignoti. Questo è solo l’ultimo di una serie di atti che negli anni hanno sporcato la vita democratica del nostro territorio.

È questo il comune che vogliamo?
Sinistra per Capannori invita tutti i cittadini democratici, indipendentemente dall’appartenenza politica, a mobilitarsi attivamente per esprimere pubblicamente indignazione, dissenso e rifiuto radicale nei contronti di questo gravissimo atto intimidatorio, manifestazione di una violenza di matrice profondamente antidemocratica e fascista."

Piatti di plastica: ecco perché non si riciclano

Fonte:
Il recupero e il riciclo delle bottiglie di plastica sono significativamente aumentati negli ultimi anni, segno della crescente sensibilità dei cittadini. Ma dove vanno a finire invece i piatti, le posate e gli altri scarti di materiale plastico? Vengono inceneriti, semplicemente perché non classificabili come “imballaggi”.
di Virginia Greco

stoviglie plastica
Piatti, posate ed altri scarti di materiale plastico vengono inceneriti, e non riciclati, perchè non classificabili come "imballaggi"
Secondo il diciottesimo Rapporto sul Riciclaggio delle Bottiglie di Plastica stilato dal Consiglio Americano di Chimica (ACC) e dall’Associazione dei Riciclatori di Plastica (APR), negli ultimi anni si è registrato un forte incremento del recupero di imballaggi in materiale plastico: i più recenti dati relativi agli USA parlano di oltre un milione di tonnellate di bottiglie riciclate all’anno.

Al momento la percentuale di tali rifiuti recuperati è di circa il 24%, ma ci si aspetta un ulteriore aumento nel prossimo futuro, in virtù della crescente attenzione al tema da parte di consumatori e aziende specializzate nel riciclaggio. “La gente finalmente riconosce che la plastica è una risorsa troppo preziosa per essere sprecata”, afferma con soddisfazioneSteve Russel, amministratore delegato della Divisione Materie Plastiche della ACC. “Le plastiche riciclate possono essere trasformate in tantissimi utili prodotti”, aggiunge Steve Alexander, direttore esecutivo di APR, “come nuove bottiglie, tappezzerie, rivestimenti, indumenti di pile, arredi da esterni, ecc.”

Se da un lato il riciclaggio acquista terreno, lo spreco di certo non diminuisce, soprattutto in campo di imballaggi e di accessori usa e getta. Nei supermercati proliferano le monoporzioni già preparate di qualunque genere di cibo (carne, formaggi, insalate, verdure, dolci, ecc), tutte rigorosamente contenute invaschette di plastica sigillate con cellophane. In più le esigenze di risparmio di tempo di molti cittadini portano all’uso (spesso anche eccessivo e disattento) di piatti e stoviglie di plastica. Tutto questo costituisce uno spreco immane. Per quanto le tecnologie e le infrastrutture per il riciclo aumentino, nonché l’attenzione verso tale pratica, resta il fatto che non consumare affatto è meglio. Il riciclo della plastica richiede pur sempre impiego di energia, nonché emissione di gas serra, durante il processo industriale.

plastica
È preferibile acquistare alimenti sfusi e articoli di ogni genere privi di imballaggio o con involucro in carta
È dunque in ogni caso preferibile acquistare alimenti sfusi e articoli di ogni genere privi di imballaggio o con involucro in carta. Inoltre, è opportuno evitare i monodose e, soprattutto, le stoviglie usa e getta. Queste ultime sono infatti l’emblema dello spreco: non sfruttano la virtù fondamentale della plastica, ossia la resistenza nel tempo, e non vengono riciclate.

Ma perché piatti, bicchieri e posate di plastica non si riciclano?

Questa è una domanda ricorrente tra i consumatori. È forse colpa del tipo di materiale plastico usato? Dello spessore? Sono gettati via troppo sporchi?

La realtà è che si tratta solo di un problema legislativo. Le normative europea ed italiana prevedono, infatti, l’obbligo di riciclaggio solo per i prodotti in plastica che rappresentano imballaggi. E’ sancita per legge la responsabilità condivisa, in fatto di raccolta e riciclo degli imballaggi (indipendentemente dal materiale di cui sono costituiti, quindi plastiche come anche carta, cartone, alluminio, vetro, ecc.), tra i produttori e le pubbliche amministrazioni.

La normativa stabilisce, in pratica, il principio che chi inquina deve pagare, ossia deve assumersi l’onere economico del trattamento opportuno dei prodotti dopo il loro scarto. Le amministrazioni (tramite società pubblico-private ed ex municipalizzate) recuperano gli imballaggi dalle abitazioni dei singoli cittadini, dagli uffici e dai piccoli esercizi commerciali. I produttori, invece, riuniti in specifici consorzi nazionali, li raccolgono presso i grandi esercizi commerciali e le aziende. Tali consorzi versano ai Comuni un corrispettivo economico che ha lo scopo di coprire le spese legate alla raccolta differenziata e all’avvio verso il riciclo. Il recupero delle materie plastiche è di competenza del COREPLA (COnsorzio Recupero PLAstica), che confluisce insieme agli altri consorzi di filiera nel CONAI (COnsorzio NAzionale Imballaggi).

Piatti, bicchieri e posate di plastica non si riciclano, dunque, esclusivamente perché non costituiscono imballaggi, pertanto i produttori non versano per essi alcun contributo al CONAI. Ciò non impedisce alle singole amministrazioni pubbliche di recuperare le stoviglie in plastica ed avviare anch’esse al riciclo. Ma ovviamente tale processo ha un costo non indifferente che i Comuni, mancando il contributo da parte delle aziende produttrici, spesso non possono affrontare.

plastica
Se da un lato il riciclaggio acquista terreno, lo spreco di certo non diminuisce, soprattutto in campo di imballaggi e di accessori usa e getta
A tal proposito occorre fare un’ulteriore precisazione: ciò che fa di un oggetto in plastica un imballaggio non è la materia di cui è composto o la sua forma, bensì l’uso che se ne fa. In pratica, se un produttore o un supermercato utilizzano dei comuni piatti di plastica per porci dentro una merce, che viene sigillata poi con della pellicola, tanto il piatto quanto il cellophane sono classificati come imballaggi: di conseguenza un contributo viene per essi versato al CONAI e quindi tali prodotti possono essere riciclati. Gli stessi piatti e la stessa pellicola venduti al cliente come prodotti a sé stanti, nelle proprie confezioni, non sono considerati imballaggi: dunque niente contributo e niente riciclaggio. Questa è la più chiara dimostrazione che ciò che conta non è la consistenza, lo spessore e neppure il grado di pulizia del prodotto, bensì solo l’impiego.

Quest’ultima distinzione un tempo non era presente, quindi piatti e recipienti simili erano esclusi a priori. La direttiva europea dell’11 febbraio 2004 ha invece esteso la definizione di imballaggio, per cui anche i contenitori progettati e destinati ad essere riempiti nel punto vendita sono soggetti agli obblighi di raccolta differenziata. Possono essere dunque posti nel contenitore per la plastica, oltre ai classici flaconi, barattoli e bottiglie, anche sacchetti e borse della spesa, piatti e vasetti (inclusi quelli dello yogurt), pellicole e plastiche trasparenti, reti per frutta e verdura nonché vaschette e strutture di polistirolo.

posate
Ridurre gli sprechi è meglio che riciclare: il riciclo della plastica richiede pur sempre impiego di energia, nonché emissione di gas serra
Restano ovviamente esclusi dalla raccolta penne e pennarelli, giocattoli e parti plastiche di elettrodomestici rotti, tutti i tipi di posate e… piatti e bicchieri usa e getta impiegati in casa.

È naturale che ci si chieda come possano essere nella pratica distinti i piatti e i bicchieri impiegati dai negozi come imballaggi da quelli consumati in casa. Nella maggior parte delle situazioni quelli adottati dai supermercati sono diversi, più spessi; nel caso siano esattamente uguali, la faccenda è a discrimine del Comune. È evidente che, data la sottigliezza della questione, è più probabile che tali prodotti vengano semplicemente inviati all’incenerimento.

Sarebbe forse opportuno, dunque, che si introducesse l’obbligo di pagamento dell’onere di riciclo per i produttori di stoviglie usa e getta, a prescindere dell’impiego specifico che ne verrà fatto.

Resta comunque indubbio che noi consumatori abbiamo il potere di scegliere, quindi possiamo evitare in ogni caso di ricorrere a tali utensili. E se proprio non riusciamo a farne a meno, possiamo prediligere quelli realizzati in bioplastiche, come il MAterBi e il Pla, le quali provengono da materie prime vegetali e pertanto biodegradabili tramite compostaggio (come i rifiuti organici).

domenica 10 maggio 2009

L’acqua di Napoli vietata ai militari USA. E ai napoletani?

Fonte:
Resi noti i risultati di uno studio sanitario commissionato dalla Marina statunitense di Napoli sullo stato di avvelenamento del suolo e dell’acqua in Campania. Ancora una volta le indagini vengono avviate da soggetti esteri mentre le autorità sanitarie italiane continuano a tacere.

di 
Marco Cedolin

acqua
Resi noti i risultati di uno studio sanitario commissionato dalla Marina statunitense di Napoli sullo stato di avvelenamento del suolo e dell’acqua in Campania.
Stanno facendo discutere i risultati, resi noti una settimana fa, di uno studio sanitario commissionato dalla Marina statunitense di Napoli e realizzato nello corso del 2008. Le analisi messe in atto in 130 abitazioni, sparse su un’area di 395 miglia quadrate nelle province di Napoli e Caserta, hanno rilevato in 40 di esse un rischio definito “inaccettabile” a causa dell’elevata concentrazione (notevolmente superiore ai limiti consentiti) di “componenti organiche volatili”. Tali sostanze chimiche che evaporano a temperatura ambiente, sembrano essere penetrate all’interno delle abitazioni attraverso l’acqua (dei pozzi e degli acquedotti) e possono venire assorbite dall’uomo non solamente ingerendo l’acqua contaminata, ma anche per inalazione e per via cutanea.

Oltre alle componenti organiche volatili individuate in quantità preoccupanti, principale delle quali il tetracloroetene generalmente utilizzato nella produzione di solventi, le analisi hanno evidenziato anche la presenza generalizzata di arsenico che in alcuni casi nell’acqua ha superato di 180 volte i livelli limite. I pericoli per la salute umana, determinati dalla concentrazione dei composti chimici, sono potenzialmente molto elevati e vanno da un banale giramento di testa al danneggiamento dei tessuti epatici, renali e del sistema nervoso centrale, alla compromissione del sistema immunitario, alle malformazioni fetali, al rischio di patologie tumorali.

Le amministrazioni locali e le autorità sanitarie italiane, peraltro mai informate ufficialmente della cosa, non sembrano avere preso molto sul serio la questione e non hanno finora richiesto copia dei dati dell’indagine. Ben più seriamente al contrario sembra avere interpretato i risultati la Marina statunitense, che ha deciso l’avvio di una seconda analisi che terminerà a fine 2009 e andrà ad interessare altre 210 abitazioni occupate da personale statunitense in una vasta area che comprenderà sempre le province di Napoli e Caserta.

Curiosamente la maggior parte delle inchieste concernenti lo stato di avvelenamento del suolo e dell’acqua in Campania continuano ad arrivare dall’estero. Già nel 2004 fu l’autorevole rivista The Lancet Oncology a definire “triangolo della morte” la zona compresa fra i comuni di Acerra, Nola e Marigliano, nell’ambito di un’inchiesta concernente l’altissima incidenza di patologie tumorali presente nel territorio, dopo due inchieste condotte dalla rivista Newsweek che avevano portato alla luce i devastanti effetti delle innumerevoli discariche illegali di rifiuti tossici presenti in loco. Adesso è la volta della Marina statunitense, mentre le autorità sanitarie italiane continuano a tacere.

venerdì 8 maggio 2009

Ecco gli affari della Mafia spa

Fonte:

La percezione di insicurezza rispetto ai fenomeni criminali in Italia da parte dei cittadini e delle

imprese è in aumento, nonostante il numero dei reati in Italia nel 2008 sia diminuito dell’11% (e

del 12% le rapine), e che l’Italia si collochi, secondo le rilevazioni dell’Eurostat in tema di

delinquenza, al quarto posto in Europa per il numero di crimini denunciati. Per il 24,5% delle Pmi

negli ultimi due anni è peggiorato il livello di sicurezza. Due imprese su tre destinano in media il

2% dei propri ricavi al sostegno dei costi per la sicurezza. Ciò implica che una quota rilevante dei

margini lordi (tra il 10% e il 25%) è destinata ad essere sottratta al reddito degli imprenditori o

agli investimenti per spese connesse alla sicurezza e alla sopravvivenza stessa dell’attivita’. Il

4,1% delle Pmi considera la possibilita’ di trasferire altrove la propria attività o di

cederla a causa del rischio di rapine, furti o estorsioni. Tra le cause principali della criminalità, il

71,1% degli imprenditori indica l’impunità dei criminali e la mancanza di certezza della pena, il

31,6% l’immigrazione clandestina, il 22%

il degrado urbano e sociale, anche in termini di mancanza di infrastrutture.

E’ quanto emerge da un’indagine su Criminalità, sicurezza e Pmi realizzata da Confcommercio in

collaborazione con Format - Ricerche di Mercato, e presentata oggi, a Palermo, in un convegno

presso la Sala Gialla di Palazzo dei Normanni, nell’ambito della sesta tappa del Roadshow PMI di

Confcommercio.

Secondo Confcommercio la lotta alla criminalità organizzata sta facendo passi importanti,

aumentano di anno in anno i beni confiscati alla mafia (nel 2008 sono passate allo Stato 1.139

imprese, con una dislocazione territoriale che vede la Lombardia come terza regione dopo la

Sicilia e la Campania, e un patrimonio immobiliare superiore ai 500 mln) ma rimane pervasiva e

devastante l’infiltrazione della criminalità organizzata nell’economia, negli

appalti e nella pubblica amministrazione. Oggi la criminalità organizzata fattura oltre 100 mld di

euro l’anno, si specializza, amplia l’ambito territoriale e diversifica le sue attività.

Le infiltrazioni della criminalita’ nel tessuto imprenditoriale

hanno innanzitutto un effetto destabilizzante sulla concorrenza e nel sistema delle imprese.

L’impresa mafiosa può, grazie a vantaggi competitivi indebiti - quali non rispettare i costi della

legalità in termini di sicurezza sul lavoro, ambiente, etc, piuttosto che ottenere forniture a prezzi

ridotti, ma soprattutto

grazie alla pressochè illimitata disponibilità di risorse finanziarie - dare l’impressione di creare

benessere sul territorio, ma in realtà contribuisce solo ad affossare il mercato, mortificare la

libertà d’impresa e impedire il

dispiegarsi di una compiuta democrazia economica.

Nella lotta al racket e alla criminalità organizzata Confcommercio, secondo quanto emerso nel

corso del convegno di Palermo, ha scelto una strada che la vede, anche attraverso le

organizzazioni territoriali, “al fianco dei propri associati impegnati a collaborare con le forze

dell’ordine e la magistratura

denunciando gli estorsori durante i processi a loro carico, fornendo supporto legale e costituendosi

parte civile contro la mafia”; ma allo stesso modo con fermezza e determinazione Confcommercio

ha deciso “di sospendere quegli associati che coinvolti in tali procedimenti si rifiutino di collaborare

con la

giustizia”.

Confcommercio è direttamente impegnata sul fronte della lotta all’usura e al racket anche con un

rappresentante nel Comitato di Solidarietà per le vittime del racket e dell’usura, ma sopratutto

attraverso le sue organizzazioni territoriali, che operano in stretto contatto con i Consorzi fidi

(molti dei quali gestiscono i fondi per la prevenzione dell’usura della legge 108/96), e associazioni

antiusura e antiracket, sportelli Legalita’.

Il socialismo ha fallito, il capitalismo è in bancarotta. Cosa succederà adesso?

Fonte:

Qualunque logotipo ideologico adottiamo, lo spostamento dal mercato libero all'azione pubblica dovrà essere molto maggiore di quanto i politici immaginano.

di Eric Hobsbawm, The Guardian, tradotto per
Senzasoste da Andrea Grillo


Il XX secolo è già alle nostre spalle, ma non abbiamo ancora imparato a vivere nel XXI, o almeno a pensarlo in modo appropriato. Non dovrebbe essere così difficile come sembra, dato che l'idea fondamentale che ha dominato l'economia e la politica nel secolo scorso è scomparsa, chiaramente, nel tubo di scarico della storia. Avevamo un modo di pensare le moderne economie industriali -in realtà tutte le economie-, in termini di due opposti che si escludevano reciprocamente: capitalismo o socialismo.
Abbiamo vissuto due tentativi pratici di realizzare entrambi i sistemi nella loro forma pura: da un lato le economie a pianificazione statale, centralizzate, di tipo sovietico; dall'altro l'economia capitalista a mercato libero esente da qualsiasi restrizione e controllo. Le prime sono crollate negli anni '80, e con loro i sistemi politici comunisti europei; la seconda si sta decomponendo davanti ai nostri occhi nella più grande crisi del capitalismo globale dagli anni '30 ad oggi. Per certi versi è una crisi più profonda di quella, nella misura in cui la globalizzazione dell'economia non era a quei tempi così sviluppata come oggi e la crisi non colpì l'economia pianificata dell'Unione Sovietica. Ancora non conosciamo la gravità e la durata della crisi attuale, ma non c'è dubbio che vada a segnare la fine di quel tipo di capitalismo a mercato libero che si è imposto nel mondo e nei suoi governi nell'epoca iniziata con Margaret Thatcher e Ronald Reagan.
L'impotenza, quindi, minaccia sia coloro che credono in un capitalismo di mercato, puro e destatalizzato, una specie di anarchismo borghese; sia coloro che credono in un socialismo pianificato incontaminato dalla ricerca del profitto. Entrambi sono in bancarotta. Il futuro, come il presente e il passato, appartiene alle economie miste dove il pubblico e il privato siano reciprocamente vincolati in un modo o nell'altro. Ma come? Questo è il primo problema che si pone oggi a noi tutti, e in particolare a quelli di sinistra.
Nessuno pensa seriamente di ritornare ai sistemi socialisti di tipo sovietico, non solo per le loro carenze politiche ma anche per la crescente indolenza e inefficienza delle loro economie, anche se questo non deve portarci a sottovalutare le loro impressionanti conquiste sociali ed educative. D'altro canto, finché il mercato libero globale non è esploso l'anno scorso, anche i partiti socialdemocratici e moderati di sinistra dei Paesi del capitalismo del Nord e dell'Australasia si erano impegnati sempre di più nel successo del capitalismo a mercato libero. Effettivamente, dal momento del crollo dell'URSS ad oggi non ricordo nessun partito o leader che denunciasse il capitalismo come una cosa inaccettabile. E nessuno era così legato alle sue sorti come il New Labour, il nuovo laburismo britannico. Nella sua politica economica, tanto Tony Blair che Gordon Brown (e questo fino all'ottobre del 2008) potevano essere definiti senza alcuna esagerazione come dei Thatcher in pantaloni. E lo stesso vale per il Partito Democratico degli Stati Uniti.
L'idea fondamentale del nuovo Labour, a partire dal 1950, era che il socialismo non fosse necessario, e che si poteva aver fiducia che il sistema capitalista facesse fiorire e generare più ricchezza di qualsiasi altro sistema. I socialisti non dovevano fare altro che garantire una distribuzione egualitaria. Ma a partire dal 1970 la crescita accelerata della globalizzazione creò sempre più difficoltà e sgretolò fatalmente la base tradizionale del Partito Laburista britannico, e per la verità alle politiche di aiuto e sostegno di qualsiasi partito socialdemocratico. Molte persone, negli anni ‘80, pensarono che se la nave del laburismo non voleva colare a picco, cosa che era una possibilità reale, dovesse mettersi al passo con i tempi.
Ma non fu così. Sotto l'impatto di quello che vedeva come la rivitalizzazione economica thatcherista, il New Labour, a partire dal 1997, si bevve tutta l'ideologia, o piuttosto la teologia, del fondamentalismo del mercato libero globale. Il Regno Unito deregolamentò i suoi mercati, vendette le sue industrie al miglior offerente, smise di fabbricare beni per l'esportazione (a differenza di Germania, Francia e Svizzera) e puntò tutto sulla sua trasformazione in centro mondiale dei servizi finanziari, e di conseguenza in paradiso dei riciclatori multimilionari di denaro. Così l'impatto attuale della crisi mondiale sulla sterlina e l'economia britannica sarà probabilmente più catastrofico di quello su ogni altra economia occidentale e questo renderà la guarigione più difficile.
E' possibile affermare che ormai tutto questo è acqua passata. Che siamo liberi di tornare all'economia mista e che la vecchia scatola degli attrezzi laburista è qui a nostra disposizione -compresa la nazionalizzazione-, così che non dobbiamo far altro che utilizzare di nuovo questi attrezzi che il New Labour non avrebbe mai dovuto smettere di usare. Comunque questa idea fa pensare che sappiamo come usare questi attrezzi. Non è così.
Da un lato non sappiamo come superare l'attuale crisi. Non c'è nessuno, né i governi, né le banche centrali, né le istituzioni finanziarie mondiali, che lo sappia: tutti questi sono come un cieco che cercasse di uscire da un labirinto dando colpi alle pareti con bastoni di ogni tipo nella speranza di trovare la via d'uscita.
Dall'altro lato sottovalutiamo il persistente grado di dipendenza dei governi e dei responsabili delle politiche dai dogmi del libero mercato, che tanto piacere gli hanno regalato per decenni. Si sono forse liberati del principio fondamentale per cui l'impresa privata orientata al profitto è sempre il mezzo migliore e più efficace di fare le cose? O che l'organizzazione e la contabilità imprenditoriali dovrebbero essere i modelli anche per la funzione pubblica, l'educazione e la ricerca? O che il crescente abisso tra i multimilionari e il resto della gente non sia tanto importante, dopotutto, sempre che tutti gli altri -eccetto una minoranza di poveri- stiano un po' meglio? O che quello di cui ha bisogno un Paese, in qualsiasi caso, è il massimo di crescita economica e di competitività commerciale? Non credo che abbiano superato tutto questo.
Comunque una politica progressista richiede qualcosa in più di una rottura più netta con i principi economici e morali degli ultimi 30 anni. Richiede un ritorno alla convinzione che la crescita economica e l'abbondanza che comporta siano un mezzo, non un fine. Il fine sono gli effetti che ha sulle vite, le possibilità vitali e le aspettative delle persone.
Prendiamo il caso di Londra. E' evidente che a tutti noi importa che l'economia di Londra fiorisca. Ma la prova del fuoco dell'enorme ricchezza generata in qualche parte della capitale non è il fatto di aver contribuito al 20 o 30% del PIL britannico, ma come questo ha influito sulle vite dei milioni di persone che vivono e lavorano lì. A che tipo di vita hanno diritto? Possono permettersi di vivere lì? Se non possono, non è per niente una compensazione il fatto che Londra sia un paradiso dei super-ricchi. Possono ottenere posti di lavoro pagati decentemente, o nella realtà un lavoro qualsiasi? Se non possono, a che serve tutto questo affannarsi per avere ristoranti da tre stelle Michelin, con chef diventati essi stessi stelle. Possono mandare i loro figli a scuola? La mancanza di scuole adeguate non si compensa con il fatto che le Università di Londra possano allestire una squadra di calcio fatta di vincitori di premi Nobel.
La prova di una politica progressista non è privata ma pubblica, non solo importa l'aumento del reddito e del consumo dei privati ma l'ampliamento delle opportunità e, come le chiama Amartya Sen, delle capabilities -capacità- di tutti per mezzo dell'azione collettiva. Ma questo significa -deve significare- iniziativa pubblica senza fini di profitto, neanche se fosse solo per redistribuire l'accumulazione privata. Decisioni pubbliche dirette a conseguire un miglioramento sociale collettivo dal quale tutti ne guadagnerebbero. Questa è la base di una politica progressista, non la massimizzazione della crescita economica e del reddito personale.
In nessun ambito questo sarà più importante che nella lotta contro il problema più grande che ci troviamo ad affrontare in questo secolo: la crisi dell'ambiente. Qualsiasi logotipo ideologico adottiamo, ciò significherà uno spostamento di grandi dimensioni dal libero mercato all'azione pubblica, un cambiamento più grande di quello proposto dal governo britannico.
E, tenuto conto della gravità della crisi economica, dovrebbe essere uno spostamento rapido. Il tempo non è dalla nostra parte. 

La FIAT prepara chiusure e licenziamenti

Fonte:

Marco Cedolin
Dopo settimane durante le quali i media italiani hanno incensato senza posa le politiche commerciali del gruppo FIAT e l’azione del suo ad Sergio Marchionne, indomito cavaliere lanciato alla conquista della Chrysler e dell’Opel, sembra essere arrivata la prima doccia fredda concernente i progetti per il futuro dell’azienda torinese.
I
 
quotidiani tedeschi hanno ieri reso noti alcuni dettagli del nuovo “progetto Fenice”, attraverso il quale la FIAT intenderebbe perfezionare l’acquisizione dell’Opel e contemporaneamente suggere qualche miliardo di sovvenzioni pubbliche anche in Germania, come in Italia sta facendo sistematicamente da oltre mezzo secolo. All’interno delle 46 pagine che compongono il nuovo piano viene dichiarata l’intenzione di procedere alla chiusura in tutta Europa di una decina di stabilimenti (come riportato sulla cartina) con conseguente licenziamento di almeno 10.000 lavoratori.
In Italia gli stabilimenti a rischio smantellamento dovrebbero essere tre, Termini Imerese in Sicilia, Pomigliano in Campania e la Pininfarina di S. Giorgio Canavese in Piemonte.

La classe politica e buona parte del mondo sindacale italiano, fino a ieri impegnati a tessere le lodi di Marchionne e dell’azienda da lui capitanata (e dagli italiani tutti finanziata) che stava contribuendo a rivalutare l’immagine del nostro paese nel mondo, hanno reagito alla notizia con un misto d’incredulità e stupore.
Il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola ha immediatamente scritto una lettera al presidente della Fiat 
Luca di Montezemolo e all'amministratore delegato Sergio Marchionne, chiedendo di tenere presente la centralità delle fabbriche italiane e si è premurato di domandare l’organizzazione di un incontro a breve termine, al quale saranno presenti anche le organizzazioni sindacali. Il segretario della Uilm Antonino Ragazzi ha affermato trattarsi di una notizia completamente infondata. Il segretario della Cisl Bonanni ha tuonato contro l’allarmismo che non aiuta a far crescere il settore auto in Europa. Il segretario della Fiom Rinaldini ha detto che un simile disegno porterebbe all’apertura di un pesante conflitto sociale. Il vicesindaco di Torino Tom Dealessandri ha garantito da parte sua che non c'è alcuna ipotesi di chiusura di Mirafiori, unica fabbrica automobilistica della Fiat al nord, ignorando evidentemente che nel piano si fa espresso riferimento alla Pininfarina di S.Giorgio Canavese che certo non è ubicata in meridione.

maggiori quotidiani italiani hanno dato la notizia facendo riferimento unicamente al giornale economico tedesco Handelsbatt, all’interno del quale veniva imputata al piano di Marchionne la chiusura di 2 stabilimenti (uno al Nord e uno al Sud) in Italia, senza citare nella maniera più assoluta altre fonti di stampa tedesche, come il Frankfurter Allgemeine che offriva una panoramica più dettagliata degli stabilimenti oggetto della chiusura, con l’ausilio della cartina che compare in cima all’articolo. Naturalmente dopo aver plaudito a lungo “l’eroica” cavalcata di Marchionne, diventa assai difficile illustrarne le reali conseguenze che si manifesteranno sotto forma di soggetti assai poco epici quali serrate di stabilimenti e licenziamenti di lavoratori, ragione per cui risulta imperativo indorare la pillola molto lentamente.