martedì 7 aprile 2009

Il Papalagi, stupido infelice uomo bianco

Fonte:



Agli inizi del 900 Tuiavii, capo indigeno delle isole Samoa, compì un viaggio in Europaper verificare coi suoi stessi occhi gli usi e costumi dei “Papalagi”, gli uomini bianchi. L’impressione che ricevette non fu delle migliori, e anzi al suo ritorno mise in guardia il suo popolo dal fascino perverso dell’Occidente. 
Eric Scheuurmann, artista tedesco amico di Hermann Hesse, fuggito nei mari del Sud per evitare la seconda guerra mondiale, raccolse i discorsi del capo indigeno, li tradusse e diffuse in Europa contro la stessa volontà di Tuiavii. L’isolano primitivo (secondo i canoni occidentali)considera un errore, un vicolo cieco tutte le conquiste dell’Europa moderna: “Credete di portarci la luce, e in realtà vorreste trascinarci nella vostra oscurità.” L’analisi “sociologica” di Tuiavii non lascia scampo all’uomo occidentale in nessuna delle sue espressioni: dalla tecnologia, al lavoro, al denaro, al maltrattamento dell’ambiente, alla religione, alla morale sessuale, persino alla filosofia, al cinema e all’abbigliamento, tutto è demolito e demistificato dalla saggezza di un uomo vicino al “Grande Spirito”. Ecco ad esempio come appare il lavoro, da noi moderni tanto mistificato, a un uomo come Tuiavii.
Ogni Papalagi ha un lavoro. È difficile spiegare cosa sia. È un qualcosa che si dovrebbe avere una gran voglia di fare, ma il più delle volte non se ne ha. Avere un lavoro significa: fare sempre la stessa identica cosa.[…] Il Papalagi di ogni attività fa un lavoro. Se uno raccoglie le foglie appassite dall'albero del pane fa un lavoro. Se uno pulisce le stoviglie fa un altro lavoro. Tutto è lavoro se si fa qualcosa. Con le mani o con la testa. Anche pensare o guardare le stelle sono lavori. Non c’è niente che possa fare un uomo che il Papalagi non possa trasformare in lavoro. Se un bianco dice: sono uno che scrive lettere, significa che questo è il suo lavoro, e cioè non fa altro che scrivere una lettera dopo l’altra. […] Mangia pesci, ma non va a pescare, mangia frutta, ma non raccoglie mai un frutto. Scrive una lettera dietro l’altra perché questo è un lavoro. […] E così va a finire che la maggior parte dei Papalagi sanno fare solo quello che è il loro lavoro. […] Il Grande Spirito ci ha dato le mani perché possiamo raccogliere frutti, prendere radici, ce le ha date per proteggere il nostro corpo dai nemici, e per la nostra gioia nella danza, nel gioco e in tutti gli altri divertimenti. Sicuramente non ce le ha date solo per costruire capanne, raccogliere frutti o strappare radici. Questo però il Papalagi non lo comprende. Ma che il suo agire è sbagliato, completamente sbagliato e contro il Grande Spirito, lo vediamo dal fatto che ci sono Bianchi che non riescono più a correre, che mettono molto grasso sulla pancia come i maiali, perché devono stare sempre fermi a causa del loro lavoro, che non riescono più a sollevare un giavellotto e lanciarlo . […] Anche il lavoro è un demone che distrugge la vita. Un demone che da all’uomo allettanti consigli, e che però gli beve il sangue dal corpo.[…] 
Questa è la causa della grande infelicità del Papalagi. È bello prendere acqua al ruscello, anche più volte al giorno; ma chi deve farlo dall’alba al tramonto tutti i giorni e tutte le ore, finché gli bastano le forze, scaglierà via in un impeto d’ira il secchio, pieno di collera per le catene con le quali è tenuto il suo corpo. Perché niente è più pesante di dover fare sempre la stessa cosa. Per questo cova un odio profondo. Tutti quanto hanno nel cuore qualcosa che somiglia a un animale tenuto in catene, che si ribella ma non riesce a liberarsi. […] Questo porta a confusione, disperazione o malattia. Se il Papalagi mi sentisse dire tutte queste cose, direbbe che sono io folle, ma il Papalagi non ci ha detto la verità, e non ci ha spiegato il motivo per cui dovremmo lavorare di più di quanto voglia Dio per saziarci, per avere un tetto e divertirci alle feste del villaggio.[…]
Il Papalagi quando parla del suo lavoro sospira come se un peso lo schiacciasse. I giovani delle Samoa si recano cantando nei campi di taro, e cantando le vergini lavano i panni alla fonte zampillante . Il Grande Spirito vuole che rimaniamo fieri e giusti in ogni cosa che facciamo, e sempre uomini con occhi gioiosi e membra sciolte.


Alberto Cossu

Un Paese e una politica dai piedi d’argilla

Fonte:

Di fronte alle tragedie ci accorgiamo di quanto le regole servano: anche per non morire sotto case che si briciolano.

di Paolo Berdini*, da Il Manifesto

Sono crollati ospedali, edifici pubblici e scuole costruiti di recente. Dovevano rispettare rigorose norme antisismiche, ma il terremoto ha tragicamente svelato una realtà che viene sistematicamente occultata: siamo il paese delle regole scritte con solennità e violate con estrema facilità. Siamo il paese in cui le funzioni pubbliche di controllo sono state cancellate o messe nella condizione di non nuocere. Di fronte a questa realtà, il "piano casa" della Presidenza del Consiglio liberalizzava ulteriormente ogni intervento edilizio che poteva iniziare attraverso una semplice denuncia di inizio attività, e cioè in modo che la pubblica amministrazione perdesse per sempre ogni residua possibilità di controllo. Dappertutto, in zona sismica o in zona di rischio idrogeologico.

Sono poi crollate in ogni parte anche le case private. Antiche, della prima o della seconda metà del novecento. Segno evidente che anche esse sono state costruite senza gli accorgimenti che ogni paese civile richiede. Invece di avviare questo processo, il piano casa del governo autorizzava aumenti automatici di cubatura (fino al 20%) senza contemporaneamente costringere i proprietari a rendere più efficienti le strutture. Chiunque chiude un balcone o una veranda, pur aumentando i pesi che le case devono sopportare, non interviene sulle fondazioni o sulle strutture principali. E’ noto che questa anarchia e disorganicità è alla base di molti crolli e di molte vittime.

La tragedia dell’Abruzzo mostra dunque di quale cinismo e arretratezza culturale fosse stato costruito il provvedimento tanto reclamizzato da Berlusconi. Cinismo perché faceva balenare in ciascuno la possibilità di incrementare la proprietà senza tener conto dell’esistenza di equilibri più complessivi, senza cioè dover rispettare i beni comuni per eccellenza: le città.
Arretratezza culturale perché il terremoto ha dimostrato ancora una volta che il vero problema del nostro paese è quello di avere i piedi di argilla. In un paese ad alto e diffuso rischio sismico, infrastrutture, servizi e abitazioni non sono in grado di resistere ai terremoti. Invece di agevolare la sistematica messa in sicurezza del territorio e del patrimonio edilizio, questo governo ha in mente una sola cultura: "aggiungere". Nuove grandi opere, ad iniziare dal ponte sullo stretto e dalle centrali nucleari, nuove espansioni edilizie. Invece di consolidare l’enorme patrimonio edilizio esistente e rendere sicura la vita degli italiani, si continua con lo scellerato meccanismo della rendita speculativa.

Stavolta la colpa non è di esclusiva responsabilità politica. E’ evidente in ogni settore un consenso esplicito ed entusiasta della Confindustria e della cosiddetta "classe dirigente". Quella, per intenderci, di cui fa parte Claudio De Albertis, per molti anni presidente dei costruttori italiani e oggi presidente di quelli milanesi. In un recentissimo dibattito nella rete televisiva di La Repubblica ha avuto il coraggio di dire che in Italia mancano case popolari perché vengono costruite con troppa lungimiranza e durano troppo nel tempo. Ci dobbiamo abituare, ha aggiunto, a programmarne la vita in venti anni per poi rottamarle. Mentre tutti i paesi ad economia avanzata si interrogano su come ricostruire su basi solide un futuro possibile dopo la crisi, da noi governo e imprenditori del mattone pensano esclusivamente a nuovi affari senza farsi carico degli interessi generali.

Sono così miopi da non vedere che c’è invece un altro modo per rilanciare la macchina dell’edilizia. Basterebbero tre mosse. Prendere atto che il nostro patrimonio abitativo è fatiscente e lo Stato ha il dovere di favorirne la messa in sicurezza, attraverso norme e finanziamenti. E se ci fosse qualcuno che afferma che in questo modo si spendono soldi pubblici, si potrebbe rispondere che stiamo spendendoli per acquistare i fondi tossici delle banche. Perché non potrebbero essere utilizzati anche per non veder morire intere famiglie? Eppoi, gli interventi dentro una nuova concezione dell’edilizia favorirebbero la nascita di nuove industrie in grado di realizzare e gestire sistemi di risparmio energetico. In pochi anni i benefici complessivi supererebbero le spese di investimento iniziale: basta soltanto dare il colpo di grazia alla rendita immobiliare, come fanno in Europa.

Secondo. Prendere atto che nell’ultimo decennio si è costruito troppo e che è venuto il momento di dire basta ad ogni ulteriore consumo di suolo agricolo. Da qualche mese è nata su iniziativa del sindaco di Cassinetta di Lugagnano la rete "stop al consumo di territorio" e sono molti i primi cittadini che vogliono voltare pagina. La popolazione italiana non cresce più ed è economicamente molto più conveniente riqualificare l’esistente.

Terzo. La definizione di un grande (stavolta sì) programma di messa in sicurezza degli edifici pubblici. Il volto dello stato si vede da come si presentano le scuole dell’obbligo. L’ottanta per cento di esse è fatiscente o non rispetta le norme di sicurezza. Stesso discorso vale per gli ospedali e per gli altri servizi. Una grande opera di ricostruzione del volto dei luoghi pubblici e delle città, che sono gli elementi portanti della convivenza civile di ogni paese civile. E se qualcuno obiettasse spudoratamente che in questo modo si spendono soldi pubblici, basterebbe mostrargli i volti dei giovani che in Abruzzo hanno perso la vita soltanto perché l’ideologia liberista ha imposto in questi anni la distruzione di ogni funzione pubblica. 

* Presidente del Corso di laurea in Pianificazione territoriale, urbanistica e ambientale dell’Istituto universitario di architettura di Venezia

(7 aprile 2009)

I principi della permacultura. Seconda parte

Fonte:

Continua il nostro viaggio alla scoperta della permacultura. Dopo aver delineato alcuni presupposti fondamentali di questo approccio verso la terra, l’autrice ci illustra altri importanti principi riguardanti, in particolare, la progettazione del territorio.

di 
Irene di Carpegna 

castagno
Esistono numerose piante adatte a offrire cibo: tra queste i castagni
La permacultura costituisce un approccio costruttivo, collaborativo e permanente verso la terra. Ne illustriamo di seguito alcuni importanti principi.

Una volta osservate e comprese le leggi della natura, l’uomo può favorirne lo svolgimento, soprattutto per recuperare e riportare alla vita le zone degradate. Non dobbiamo pensare per forza a interventi grandiosi come il recupero di una discarica di rifiuti, che difficilmente ci capiterà di affrontare, ma rimanendo nel piccolo, possiamo pensare anche al giardino di una villetta a schiera appena costruita, il cui terreno è ricco di calcinacci e decisamente poco fertile.

È possibile intervenire allora inserendo per prime le specie pioniere, come molte leguminose presenti nel bacino del mediterraneo, in modo da favorire in un secondo tempo la crescita di piante più esigenti. Il nostro giardino sarà subito bello e rigoglioso, senza sprecare inutilmente energie (soldi, acqua, lavoro...) per ottenere un prato all’inglese.

Una delle priorità della permacultura, insita anche nel suo nome, è la priorità data alle specie permanenti, che contrastano l’impoverimento e l’avvelenamento del terreno dovuto alla monocultura intensiva. Buona parte dei terreni coltivati in agricoltura sono destinati a produrre foraggio, ma non viene calcolato che si può ottenere un alimento valido e sufficiente per gli animali anche dagli alberi e dai pascoli sottostanti. Esistono numerose piante adatte a offrire cibo, sia sotto forma di rami giovani e teneri, sia sotto forma di frutta e bacche. Ne citiamo alcuni: carrubi, castagni, querce, frassini, gleditsie, rovi, ecc., senza contare che nei primi anni dalla piantagione, in attesa che gli alberi entrino in produzione, possiamo coltivare in consociazione erbacee e arbusti per avere un reddito. Sotto un frutteto o un vigneto possono pascolare pecore, maiali e oche.

Strettamente collegato a quello della collocazione relativa, è il principio dellapianificazione delle energie. Secondo tale principio è importante organizzare il territorio tenendo conto sia delle risorse interne sia degli scambi con l’esterno, in modo da favorire il più possibile l’autosufficienza energetica e non pesare così sull’ecosistema.

A questo scopo, sono state previste 5 zone progressivamente più distanti dall’abitazione e quindi dal nostro controllo quotidiano.

Nella zona 1, la più vicina a casa, andranno posizionate le attività che richiedono la nostra presenza almeno una volta al giorno, come per esempio l’orto, il pollaio ad uso familiare, la stalla con le vacche da latte (ma con l’uscita per il pascolo in zona 2), la zona per il relax e il soggiorno all’aperto, la serra per i semenzai.

permacultura
Secondo il principio della pianificazione delle energie è importante organizzare il territorio tenendo conto sia delle risorse interne sia degli scambi con l’esterno
In zona 2, appena al di là della zona 1, sistemeremo il frutteto con le piante più esigenti, il pascolo per le vacche da latte e la zona per le oche (magari nel frutteto, vista la loro utilità per tenere sotto controllo infestanti e limacce), la coltivazione di ortaggi destinati alla vendita.

La zona 3 è adatta alla frutta che ha bisogno di meno cure (olivi, uva, noci, noccioli...), il pascolo per gli animali da carne, magari sotto alberi adatti a produrre foraggio per loro.

In zona 4 trovano posto il bosco e gli arboreti adatti a fornire sia legno pregiato da vendere, sia legna da usare come combustibile, sia foraggio per gli animali (non dimentichiamoci che il cibo preferito dai maiali sono le ghiande e che un maiale allevato a ghiande offre una carne pregiatissima); nelle aziende agricole in zona 4 si trovano anche i campi in cui si coltivano specie adatte a dare reddito senza impoverire il suolo.

Nella scelta degli alberi da legno è importante seguire un ordine di priorità: al primo posto ciò di cui ho bisogno io, poi quello che viene richiesto dagli artigiani dei dintorni e infine le essenze che possono essere vendute più lontano. Tutto ciò per ottimizzare il guadagno e minimizzare lo spreco di risorse (trasporti, intermediazioni, ecc.).

Infine la zona 5 la dedichiamo alla natura, perché se la riprenda. Scegliamo una zona in cui l’intervento umano sia stato finora meno devastante, meglio se una zona umida ricca di flora e fauna selvatica, la recintiamo con triplo filo spinato e apponiamo cartelli con “vietato entrare - pericolo” in modo che piano piano senza l’uomo fra i piedi, possa ricrearsi un equilibrio del tutto naturale. Va qui tenuto presente che la permacultura è nata in Australia e ha trovato le sue principali applicazioni in paesi piuttosto impervi, dove il confine esterno della proprietà è una zona spesso popolata soltanto da animali selvatici, mentre diversissimo può essere il caso del nostro paese in cui l’urbanizzazione ha lasciato ben pochi spazi liberi dagli insediamenti umani.

Per progettare bene lo spazio, il territorio viene suddiviso anche in settori, che sono indipendenti dalle zone e che riguardano altri fattori, per esempio il vento, il pericolo di incendi, la disponibilità d’acqua, il panorama da valorizzare o al contrario la bruttura da nascondere alla vista e così via... Vanno segnalati sulla mappa del terreno in modo da tenerne conto per la pianificazione ad esempio di siepi frangivento in posizione adatta.

bosco
Un altro principio di progettazione in permacultura consiste nel favorire il più possibile la presenza di ecotoni, cioè di zone in cui due ecosistemi diversi si incontrano, come il bosco e il campo
Un altro principio di progettazione in permacultura consiste nel favorire il più possibile la presenza di ecotoni, cioè di zone in cui due ecosistemi diversi si incontrano, come ad esempio il bosco e il campo, il fiume e il prato, la siepe e il pascolo, ecc. Queste zone possiedono caratteristiche straordinarie per favorire la presenza di forme viventi che possiamo trovare solo lì: ad esempio alla confluenza di acque dolci e salate vivono pesci e crostacei particolari. In tal modo si favorisce al massimo la biodiversità, che poi è la grande ricchezza della vita.

In permacultura si cerca di creare informazione e di raccogliere informazioni. E’ molto importante l’osservazione e la creatività nel risolvere i problemi, utilizzando non solo la razionalità e lo schema lineare “causa-effetto” che ci hanno insegnato a scuola.

Un esempio minimale è utilizzare una “tenda” di fagiolini rampicanti per proteggere dal caldo la parete di casa più esposta al sole e, naturalmente, per avere verdura fresca a portata di mano. Un esempio più complesso è la realizzazione con materiale di recupero di un mulino a vento che aziona una pompa per estrarre l’acqua dal pozzo. Gli elementi presenti in natura, vento e acqua sotterranea, sono stati combinati insieme grazie a un uso appropriato di tecnologia, per ottenere un effetto utile.

Ci sono tantissime informazioni disponibili in natura e a volte basta “condirle” con un po’ di immaginazione per ricombinarle nella maniera adatta a risolvere un problema o a favorire il verificarsi di un certo effetto.

lunedì 6 aprile 2009

Il mondo secondo Monsanto

Fonte:
Marie-Monique Robin racconta come è nato il progetto del libro e del film "Il mondo secondo Monsanto: Dalla diossina agli OGM: storia di una multinazionale che vi vuole bene" e traccia la storia della nascita degli OGM resistenti al pesticida Roundup.

di 
Redazione 

ogm
Monsanto è la multinazionale leader mondiale nel settore delle biotecnologie e nella produzione di organismi geneticamente modificati
Marie-Monique Robin, perché ha scelto di parlare di Monsanto?

Avevo già fatto tre film sui temi della biodiversità e tutte le volte, nel corso delle mie ricerche mi ero imbattuta nella Monsanto. Chiaramente avevo già sentito parlare di Monsanto, perché mi ero già interessata agli OGM e alle biotecnologie anche se in maniera superficiale. Ad un certo punto mi sono detta che occorreva indagare approfonditamente su Monsanto: la multinazionale leader mondiale nel settore delle biotecnologie e nella produzione di organismi geneticamente modificati il cui scopo principale è quello di impossessarsi di tutte le sementi del mondo.

Come è cominciato il progetto?

Ho cominciato facendo ricerche in rete. La prima cosa che ho fatto è stata digitare sul motore di ricercala parola “Monsanto”: ho riscontrato 7 milioni di occorrenze. Successivamente ho digitato “Monsanto inquinamento”, “Monsanto corruzione” e via dicendo: tutto era già su internet, centinaia di articoli parlavano della multinazionale, la storia era già praticamente tutta lì. È così che è cominciata: ho fatto ricerche in rete per quattro mesi e più andavo avanti più comprendevo quanto la storia di Monsanto – un’azienda chimica fondata da oltre un secolo che stava acquistando tutte le aziende semenziere del pianeta – fosse assolutamente controversa.

Da qui è nato il progetto di raccontare la storia dell’azienda dalla sua nascita fino ad oggi per cercare di capire se il suo passato potesse portare luce sul presente. Come tutti ormai sanno gli OGM sono un argomento controverso, caldo: il mio interesse era capire come Monsanto fosse diventata leader incontrastato in questo settore proponendosi al pubblico (si veda a questo proposito il suo sito internet) come risolutrice dei problemi della fame del mondo e come produttrice di organismi geneticamente modificati che non presentano alcun rischio per la salute umana. Alla luce della sua storia industriale, possiamo credere alla Monsanto quando si presenta in questo modo?

Marie-Monique Robin, autrice de Il mondo secondo Monsanto
Marie-Monique Robin, autrice del libro Il mondo secondo Monsanto
Quali sono le caratteristiche degli OGM prodotti e utilizzati da Monsanto?

Oggi al mondo esistono due categorie di OGM – e ricordo che Monsanto possiede il 90% degli organismi geneticamente modificati coltivati nel mondo. La prima categoria, circa il 70% del totale, è costituita da piante OGM capaci di resistere all’erbicida Roundup (parimenti prodotto da Monsanto). Monsanto ha sempre dichiarato che il Roundup è innocuo per l’ambiente e biodegradabile: menzogne. Per questo tipo di pubblicità menzognera Monsanto è stata condannata sia a New York che recentemente in Francia. E, cosa ancora peggiore, se si vedono tutti i documenti presenti in rete relativi alle ricerche condotte sugli effetti del Roundup appare evidente il fatto che la commercializzazione dell’erbicida dovrebbe essere assolutamente vietata. Questo 70% di OGM è stato creato per resistere all’erbicida: gran parte della soia e della colza che noi mangiamo presenta tracce di Roundup, ma sulla pericolosità di questi residui per la salute umana e animali non sono stati fatti studi.

La seconda categoria di OGM è composta da quei semi che sono loro stessi in grado di produrre una tossina insetticida, il Bt (Bacillus thuringiensis): anche sugli effetti del Bt sulla salute umana non sono stati condotti studi.

Erbicida Rondup
L'erbicida Rondup
Prima di iniziare a lavorare a questo progetto, personalmente non avevo pregiudizi sugli OGM: credevo alle informazioni che passano sui media ed essendo figlia di agricoltori, quando tornavo nella mia regione, non sentivo discorsi preoccupati su questo tema. Ma bisogna ben comprendere una questione fondamentale, la grande manipolazione a cui tutti siamo stati sottoposti.

La storia degli OGM comincia negli Stati Uniti: Monsanto stava per perdere l’esclusività del brevetto (che dura 20 anni) sul Roundup – l’erbicida più venduto al mondo: la formula stava per essere liberalizzata e altre industrie avrebbero potuto produrlo.

A questo punto entrano in scena gli OGM resistenti al Roundup: Monsanto comincia a produrli per non perdere le vendite dell’erbicida. Da allora, nel momento in cui negli Stati Uniti un coltivatore decide di piantare sementi OGM è obbligato a firmare due contratti: il primo in cui si impegna ad acquistare tutti gli anni i semi brevettati, il secondo contratto obbliga all’acquisto del Rondup prodotto esclusivamente da Monsanto.

È all’inizio degli anni Ottanta che Monsanto comincia a lavorare alla realizzazione di OGM che resistano al Roundup: non si tratta di super magnifiche piante in grado di risolvere il problema della fame nel mondo, ma di organismo messi punto per non perdere la preminenza mondiale sul mercato dei pesticidi.

La regina fa fare brutta figura a Silvio Berlusconi - Ma come diavolo è finito al comando di un così grande Paese?

Fonte:

Pubblicato venerdì 3 aprile 2009 in Inghilterra

[Telegraph]

Se servisse un’ulteriore dimostrazione di quanto sappia essere semplicemente fantastica la Regina, basta guardare come questa settimana Elisabetta II ha trattato il Primo Ministro italiano con fulminante disprezzo. In quello che è diventato un tipico “caso da YouTube” (l’espressione che i quotidiani riservano per fatti che sono sfuggiti alla loro attenzione e che poi hanno trovato sulla rete), sua maestà ha reagito perfettamente quando il nano vigliacco ha cominciato a sbraitare durante un servizio fotografico con gli altri leader mondiali del G20 a Buckingam Palace.

Berlusconi ha cominciato a urlare “Mr Obama, Mr Obama!”. Un imbarazzato Presidente degli USA ha cercato di calmare Silvio rispondendo con voce molto più pacata. La Regina si è quindi voltata, ha sospirato ed allargato le braccia con frustrazione, dicendo: “Ma cosa succede? Perché deve urlare in questo modo?”.

L’Italia è talmente un bel Paese, perché continua imperterrita a ritrovarsi governata da questo uomo? La nazione che ci ha dato i Romani, la Peroni, la pasta, il parmigiano, il Rinascimento, la Galleria degli Uffizi a Firenze, Gina Lollobrigida, Gucci e la Ferrari, ha anche lottato per poter fare un appropriato uso di questo business della democrazia. E’ forse perché la nazione nella sua forma attuale è una costruzione relativamente recente? Può darsi.

Qualunque sia la ragione, gli Italiani sono finiti troppe volte con Berlusconi al potere perché possa continuare a considerarsi un incidente.

Il suo dominio è forse il riflesso su questo dato di fatto, ovvero che la vita e la cultura italiana funzionano, nel modo più inaspettato, in parte perché la vita pubblica è caotica e poco seria? In effetti, forse ciò si adatta perfettamente agli italiani perché significa che possono evitarsi il fastidio di prendere sul serio la vicende nazionali e concentrarsi invece sulla famiglia, sugli amici e sul proprio vicinato, sulla propria città od al massimo regione? Hmmm…non saprei dire.

O continua a vincere semplicemente perché possiede la maggioranza delle stazioni televisive italiane? Piuttosto probabile.

[Articolo originale di Iain Martin]


Lasciamolo solo

Fonte:


Vignetta di Bandanas

Le minacce del presidente del Consiglio all’informazione non sono né “battute”, né “sfoghi”, né ”gaffes”, come le hanno subito liquidate gran parte dei giornali e la totalità dei telegiornali. Sono l’ultimo atto dellaputinizzazione del regime italiota, di cui fa parte la sindrome di Stoccolma con cui le vittime principali - i giornalisti - la subiscono, la metabolizzano, la minimizzano e la digeriscono. 

Non dimentichiamo che questo volgare tirannello, in quindici anni, è riuscito senza colpo ferire a far fuori 
Montanelli, Biagi, Santoro, Luttazzi, Mentana, Freccero e Funari, per citare solo i bersagli più illustri. Ha mimato il gesto del mitragliatore dinanzi a una giornalista russa che aveva osato fare una domanda all’amico Putin. Ha seppellito i pochi giornalisti che lo criticano, italiani e stranieri, sotto una grandinata di cause civili per risarcimenti miliardari. Ha mobilitato le ambasciate italiane per protestare contro i giornali stranieri che lo dipingono per quello che è. Ha imbottito la Rai di suoi dipendenti e altri ne infilerà nei prossimi giorni. Sta tentando di imbavagliare Internet con leggi penosequanto i loro autori (il suo vero dramma è la rete, visto che manda in onda in presa diretta le immagini delle sue cazzate in giro per il mondo, rendendo vane le censure dei suoi maggiordomi televisivi). 

Ora addita pubblicamente i giornalisti del suo codazzo, in gran parte già sdraiati ai suoi piedi, come “nemici dell’Italia”. 
Monologa dinanzi a loro, vietando di fargli domande(come se ne avesse mai ricevute). Minaccia “azioni dirette e dure nei confronti di certi giornali e di certi protagonisti della stampa” e ipotizza addirittura di dire “non guardate più una televisione”, lui che controlla due reti e due tg della Rai, tre reti e tre tg di Mediaset. Di fronte a questa deriva, gli appelli della Federazione della stampa e degli altri organismi di categoria, per quanto generose e doverose, sono del tutto inutili e sproporzionate alla gravità della situazione. L’Ordine dei giornalisti e la Fnsi dovrebbero invitare tutti gli iscritti a prenderlo in parola. Minaccia, “se le tv e le vignette e le cronache dovessero continuare”, di “non parlare più con nessuno”.

Benissimo: 
i giornalisti italiani disertino le sue finte conferenze stampa senza domande, all’estero e in Italia. Quando il ducetto è all’estero, ci saranno i giornalisti stranieri, che informeranno il mondo intero dell’assenza dei loro colleghi italiani. Quando è in Italia, resterà solo a cantarsele e suonarsele con Bonaiuti e i suoi dipendenti sparsi per gli house organ di famiglia. Solo una protesta corale e clamorosa della stampa libera, o di quel che ne resta, potrà finalmente costringere l’Unione Europea a fare ciò che oggi lo scrittore Antonio Tabucchi, presentando da Lucia Annunziata il nuovo libro di Antonio Padellaro, invocava a gran voce: un pronunciamento chiaro e netto sulla fine della democrazia in Italia. 

Lo sfogo di Giampaolo Giuliani

Fonte:

di FEDERICA CRAVERO

Giampaolo GiulianiLo sfogo di Giampaolo Giuliani "Qualcuno deve chiedermi scusa"

TORINO - "Ci sono persone che devono chiedermi scusa e che avranno sulla coscienza il peso di quello che è accaduto". È arrabbiato, distrutto, Giampaolo Giuliani, ricercatore ai laboratori del Gran Sasso dell'Istituto nazionale di fisica nucleare, che ha messo a punto un sistema in grado di prevedere i terremoti. Nei giorni scorsi lo strumento da lui creato aveva rilevato la presenza massiccia di precursori dei terremoti nella zona di Sulmona, attraverso i livelli di radon liberati dalla terra. Poi il sisma non era avvenuto e lui era stato denunciato per procurato allarme. Ma le sue previsioni, evidentemente, non erano errate, ma soltanto anticipate. 

Cosa ha pensato quando ha visto che il suo allarme non era ingiustificato? 
"Questa notte non sapevo più a chi rivolgermi, vedevo la situazione che stava precipitando e io non potevo fare nulla perché ho ricevuto un avviso di garanzia per aver detto che ci sarebbe stato un terremoto". 

Lei vive all'Aquila, come ha vissuto il sisma? 
"Qui ci sono dei morti, cinquantamila persone senzatetto, una situazione drammatica, nemmeno durante i bombardamenti in guerra si vedevano cose del genere. Vedevamo le case muoversi, una sensazione tremenda, anche se per me si aggiungeva la rabbia ". 

Lei è stato anche messo in ridicolo per la sua previsione. Come si sente adesso? 
"Di me sono state dette delle cose tremende. Mi hanno dato dell'imbecille, perché i terremoti non si possono prevedere. Ma era una situazione creata ad arte. Io adesso non ce la faccio nemmeno a parlare, la situazione è troppo grave. Ma adesso c'è gente che mi deve chiedere scusa". 

A chi si riferisce? 
"Al capo della protezione civile Guido Bertolaso: andate a leggere cosa ha dichiarato di me. E poi parlo del sindaco di Sulmona e dell'assessore alla protezione civile. Mi devono chiedere scusa sulle pagine dei giornali nazionali. Queste persone portano sulla coscienza un peso enorme".

ACE BANK - la banca trasparente

Fonte:

Bruxelles, ottobre 2006, in pieno centro cittadino apre una nuova banca, che offre rendimenti elevati e fonda la propria attività sulla trasparenza, informando completamente i clienti su come vengono investiti i loro soldi...con qualche sorpresa!


domenica 5 aprile 2009

DAL G7 AL G192: LA CRISI INTERROGA TUTTI.

Fonte:

Il mondo è in attesa. Gli occhi di tutti sono puntati sul G20 del 2 aprile a Londra, aspettando soluzioni concrete e strategie efficaci per uscire dalla crisi.
L’opinione pubblica tiene sotto pressione i Governi dei venti paesi più potenti del mondo: quelli che dalla seconda guerra mondiale guidano il sistema economico e quelli che sono entrati dopo nel Club, in virtù dei loro strepitosi tassi di crescita. I primi non hanno saputo prevenire il disastro, i secondi non lo hanno fermato.
A Londra dovrebbero trovare un accordo su tutto: i tassi d’interesse, le valute, i paradisi fiscali, i regolamenti bancari, gli stipendi dei manager, la riforma delle istituzioni di Bretton Woods, i piani per l’occupazione, quelli contro la povertà…
L’impresa risulta ancora più ardua, se si pensa che finora i vari incontri dei Grandi (G20, G7, G8) non hanno saputo sciogliere i nodi dell’economia e della finanza, i sorrisi e le foto di gruppo hanno a malapena mascherato la distanza delle posizioni e l’assenza di soluzioni condivise.
Un vuoto decisionale reso ancora più grave dalla presunzione di proporsi come l’unico luogo deputato a trattare i problemi economici del mondo.
Il G7 (allora G5) venne inventato a metà degli anni Settanta, proprio quando le Nazioni Unite stavano mettendo a punto il progetto di un Nuovo Ordine Economico Internazionale.
La crisi petrolifera scoppiata nel 1973 fece vacillare il modello di sviluppo basato sull’industrializzazione e rimise in discussione i rapporti di forza tra paesi produttori di materie prime e paesi industrializzati.
I paesi più potenti, vedendo minacciata la loro posizione dominante, decisero di avocare a sé ogni negoziato sulle questioni economiche e finanziarie. Il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, governati da quegli stessi paesi, ne avallarono la decisione. Così, il confronto e le decisioni sulla finanza e l’economia sono state definitivamente sottratti all’ONU e alle sue agenzie sul commercio (UNCTAD), il lavoro (ILO), lo sviluppo (UNDP), l’ambiente (UNDP).
Il disastro in cui ci troviamo comprova che quella scelta non fu né efficace né lungimirante, ma proprio una congiuntura così drammatica ci impone di andare oltre le recriminazioni.
E’ in gioco la “stabilità e l’equità” delle relazioni economiche e finanziarie internazionali, come ha ben intuito la Commissione Speciale, costituita lo scorso gennaio dal Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e presieduta dal premio Nobel Joseph Stiglitz.
Il G8 rappresenta solo il 13% della popolazione mondiale e non può decidere per tutti i popoli del pianeta. Bisogna cambiare metodo, e per questo la Commissione fa riferimento al G192, vale a dire a tutti i paesi membri dell’ONU: solo da una proposta di riforma allargata e condivisa, infatti, può risultare un cambiamento reale e profondo.
La Commissione ha un programma di lavoro serrato che prevede il confronto con il G20 e il G8, l’interlocuzione con le principali istituzioni internazionali, il dialogo con il settore privato e la consultazione della società civile.
Si stanno analizzando quattro grandi filoni: regole finanziarie, questioni multilaterali, questioni macroeconomiche e riforma dell’architettura finanziaria globale, al fine di sottoporre una proposta di riforma all’ High-level Conference che si terrà al Palazzo di Vetro dall’1 al 4 giugno.
Banca Etica, attraverso la sua Fondazione Culturale, ha preso parte alla consultazione della società civile, focalizzando il proprio contributo sulla regolamentazione della finanza. Secondo quanto afferma la Commissione, il confronto su questo aspetto ha lo scopo di “capire come riportare la finanza alla sua funzione originaria per sostenere l’economia reale e gestire in rischi in modo più equo; come modificare i sistemi e le strutture di regolazione verso meno speculazione e maggiore stabilità, come sostenere con la finanza gli obiettivi dell’occupazione dignitosa e dell’economia verde”.
Non avevamo la certezza che il nostro parere venisse accolto, in quanto non abbiamo lo status consultivo alle Nazioni Unite, siamo però riusciti a farci ascoltare in virtù della nostra specifica esperienza, che viene espressamente citata nel documento che conclude la consultazione, a cui hanno partecipato circa cento grandi reti e organizzazioni internazionali.
Il documento contiene, per così dire, le ricette della società civile per uscire dalla crisi. Molte sono le questioni sollevate e altrettante le proposte avanzate: dall’abolizione del sistema bancario ombra al divieto di utilizzare i derivati per beni vitali come il cibo e l’energia, dalla canalizzazione delle rimesse per progetti sostenibili all’introduzione di tasse globali per finanziare gli obiettivi del Millennio.
I suggerimenti di Banca Etica riguardano, tra l’altro, l’inclusione nella valutazione del rischio degli aspetti sociali ed ambientali (come fa la nostra Banca con il proprio modello di rating), prevedere negli accordi di Basilea un regime specifico per le imprese sociali e le cooperative, ridurre la portata del segreto bancario, sostenere con una normativa adatta il microcredito e la microfinanza.
Non possiamo prevedere l’esito del processo in corso: navighiamo a vista in un mare in tempesta, dobbiamo decidere se naufragare tutti o salvarci insieme approdando su una nuova terra.

Sabina Siniscalchi 
Fondazione Culturale Responsabilità Etica

Tassa sui rifiuti: come recuperare le spese dell`iva, balzello illegittimo

Fonte:

Tutti i cittadini sono tenuti a pagare la tassa sui rifiuti, ma pochi sanno che spesso, nella bolletta, viene applicata l'Iva (nella misura del 10%) sulle voci di raccolta e smaltimento rifiuti: una voce che, assicura il CODACONS, non è assolutamente dovuta e di cui è possibile richiedere il rimborso immediato.

 

"Se ad esempio paghi una tassa di 900 euro l'anno, il tuo Comune ti sta sottraendo 90 euro di IVA illegittima che, moltiplicati per 10 anni (il massimo che puoi richiedere), sono 900 euro buttati nell'immondizia!" spiega l'associazione dei consumatori, che  specifica come la Corte di Cassazione, in linea con l'orientamento comunitario, abbia stabilito come "il corrispettivo che i cittadini devono pagare per la raccolta e smaltimento dei rifiuti è una tassa e non una tariffa. Se fosse una tariffa l'Iva sarebbe applicabile, ma essendo una tassa questo non è legittimo".

 

Il Codacons offre una consulenza gratuita a tutti coloro che vogliono recuperare il 10% di Iva sulla tassa sui rifiuti pagato negli ultimi anni ai Comuni e/o alle società appaltatrici che per essi gestiscono il servizio.  Occorre semplicemente, quindi inviare:

 

  • un foglio con i propri dati anagrafici, recapiti telefonici, eventuale indirizzo di posta elettronica e codice fiscale;
  • copia dell'atto di richiesta della tassa sui rifiuti per cui richiedere il rimborso e delle relative ricevute di avvenuto pagamento (per tutti gli anni dal 1998 ad oggi).

 

in busta chiusa a:

 

  • CODACONS 
    Azione Iva rifiuti
    Via Filippo Corridoni, 25
    00195 Roma

 

Gli avvocati e i consulenti tributari del CODACONS esamineranno gratuitamente la documentazione, quindi contatteranno chi ha richiesto assistenza per comunicarese sia possibile chiedere il rimborso e la somma a cui si ha eventualmente diritto.

 

Nell'eventualità che l'esito della consulenza fosse positivo, si potrà scegliere liberamente se agire. In questo caso,iscrivendosi come socio aggregato per 2 anni al costo di 100 euro, gli avvocati dell'associazione si incaricheranno della difesa davanti alla Commissione Tributaria territorialmente competente, unitamente agli altri abitanti della Provincia che aderiranno all'azione.

 

Nessun altro costo o spesa verrà richiesta dal Codacons, neanche in caso di vittoria del ricorso

L'anima degli esseri senzienti

Fonte:
Spesso ci si chiede che cosa sia l’anima e se la differenza sostanziale tra gli animali e gli uomini dipenda proprio da essa. La visione occidentale pone in netta contrapposizione l’idea di uomo da quella di animale. Secondo l’ecologia profonda, invece, tale problema non sussiste: non esiste alcun confine e alcuna separazione. Scopriamo perché.

di Guido Dalla Casa

anima
Che cos'è l'anima? Sono in molti a chiedersi se la differenza sostanziale tra animali e uomini dipenda da essa
Nella tradizione occidentale, e nell’insegnamento delle religioni giudaico-cristiana e islamica, il termine anima ricopre, in genere, il significato di entità stabile, permanente, autonoma e unitaria. E’ qualcosa che “c’è” o “non c’è”. Viene associata esclusivamente all’essere umano e in senso individuale.

Per il materialismo, che è poi l’ala “ufficiale” della scienza meccanicista ed ha oggi un notevole séguito in Occidente, l’anima non esiste ed il pensiero si riduce a una specie di prodotto del cervello: nessuna considerazione per la mente cellulare-sistemica conseguente alla persistenza temporanea di un sistema altamente complesso, anche dopo una degenerazione cerebrale.

Tali concezioni richiedono come necessaria la definizione precisa del momento della morte, cosa di cui oggi la scienza medica dubita fortemente.

Alla luce delle conoscenze attuali della scienza -cioè della psicologia interpersonale, della teoria dei sistemi e della fisica quantistica- entrambe le posizioni sono piuttosto insostenibili. Si tratta, come al solito, di quelle concezioni contrapposte tanto comuni nella nostra civiltà attuale.

Oggi sembra più logico pensare in termini di mente-psiche-spirito: un’entità variabile e senza confini definiti, che si modifica nel tempo ed è caratteristica di tutti i sistemi oltre un certo livello di complessità. Sarà bene anticipare subito che tutti i sistemi viventi hanno un livello di complessità molto elevato. E’ evidente che, in questo quadro, affermare che l’uomo ha l’anima e gli animali “non ce l’hanno” è privo di qualunque significato. Tutti i viventi sono senzienti e tali sono anche molte entità naturali (ecosistemi, complessi di viventi, esseri collettivi, ecc.).

Nel quadro di una visione del mondo ispirata all’ecologia profonda, il problema della contrapposizione uomo-animali non esiste perché l’uomo è un animale a tutti gli effetti: non c’è alcuna separazione, né confine.

Recentemente è stato pubblicato in italiano il libro di uno scienziato olandese (R.Corbey – Metafisiche delle scimmie – Bollati Boringhieri, 2008), in cui, peraltro, si ricerca quali possano essere le caratteristiche che dividono l’umano dall’animale. In un recente passato si è sempre dovuto spostare questo confine, man mano che si accumulavano nuove scoperte e nuovi studi, ma infine il tentativo di mantenere comunque una divisione è fallito: il confine non esiste.

scimmie
Gli altri animali giocano, soffrono, amano, hanno emozioni profonde, tengono un comportamento del tutto paragonabile a quello umano
Gli altri animali giocano, soffrono, amano, hanno emozioni profonde, tengono un comportamento del tutto paragonabile a quello umano.

In questo quadro anche il problema etico del riscatto dalla sofferenza da parte degli esseri senzienti non-umani non esiste. Il riscatto dalla sofferenza avrà la stessa storia per gli umani e per i non-umani, essendo della stessa natura. Gli altri esseri vivono la nostra stessa avventura. Niente scompare, tutta la sofferenza dovrà risolversi, i conti torneranno per tutte le entità naturali. Questo dà anche ragione di una forma direincarnazione, anche se di tipo non necessariamente individuale, l’unico che la cultura occidentale attuale sembra disposta a comprendere, attribuendolo di solito a concezioniorientali o esotiche. Del resto, se ci si interroga su cosa ci accadrà dopo la morte, è logico anche domandarsi cosa eravamo prima della nascita.

Viene comunque spontaneo chiedersi se sia più materialista una visione del mondo in cui tutto è soltanto materia inerte, tranne una sola specie “privilegiata”, o un sottofondo di pensiero in cui qualunque entità naturale evidenzia lo spirito, la mente o l’Anima del mondo.

E’ nota la grande influenza sulla mentalità occidentale del pensiero diCartesio, che ha aggravato notevolmente la visione del distacco totale fra spirito e materia, fra umani e mondo naturale.

Interessante è poi questo pensiero di Diderot, soprattutto perché proviene dal periodo dell’Illuminismo:

“Vedi questo uovo? Grazie a lui si possono rovesciare tutte le scuole di teologia e tutti i templi della Terra. Che cosa è questo uovo? Una massa insensibile prima che il germe vi si sia introdotto… Come farà questa massa a passare ad un’altra organizzazione, alla sensibilità, alla vita? Col calore. Ma chi produrrà il calore? Il moto? Quali saranno gli effetti successivi di questo moto? Invece di rispondermi, siediti, e seguiamoli attimo per attimo con i nostri occhi.

Dapprima c’è un punto che oscilla, un filetto che si estende e si colora; si forma della carne, un becco, la punta delle ali, occhi, zampe che cominciano ad apparire; una materia giallastra che si divide e produce degli intestini; è un animale… Cammina, vola, si irrita, fugge, si avvicina, si lamenta, soffre, ama, desidera, gioisce; ha tutte le tue caratteristiche; compie tutte le tue azioni.

homo sapiens
Quando si esaminano le affinità fra umani e altri animali, di solito ci si limita a parlare di esseri senzienti a noi molto simili ma tuttora viventi
Vorresti, con Descartes, che esso sia una pura macchina imitativa? Ma ti prenderanno in giro pure i bambini e i filosofi ti replicheranno che, se quella è una macchina, tu ne sei un’altra. Se confessi che, tra te e l’animale, ci sono soltanto differenze di organizzazione, mostrerai buon senso e ragionevolezza, sarai in buona fede; ma si potrà concludere contro di te che, con una materia inerte, disposta in un certo modo, impregnata con un’altra materia inerte, con un po’ di calore e di movimento, si ottiene sensibilità, vita, memoria, coscienza, passioni, pensieri…

Ascolta e avrai pietà di te stesso; capirai che, per non ammettere una supposizione semplice che spiega tutto, la sensibilità, proprietà generale della materia, o prodotto dell’organizzazione, rinunci al senso comune e ti sprofondi in un abisso di misteri, contraddizioni, assurdità”. (Da La Nuova Alleanza, di Prigogine-Stengers).

“La visione ideologica che ci fa credere unici e diversi cioè inconfondibili e migliori di tutti gli altri esseri viventi sul pianeta, è solo un curioso delirio di grandezza”. (Fabio Ceccarelli)

Quando si esaminano le affinità fra umani e altri animali di solito ci si limita a parlare di esseri senzienti a noi molto simili ma tuttora viventi. Se consideriamo anche esseri del passato (Homo habilis, uomo di Neanderthal, ecc.), le assurdità delle concezioni correnti diventano ancora più evidenti.

Esseri come gli Australopiteci o l’Homo erectus si sono estinti da poche centinaia di migliaia di anni, tempo insignificante nella scala complessiva della Vita. Il fatto che questi ominidi siano scomparsi è del tutto contingente. Se fossero viventi, la nostra cultura, a seconda del parere di qualche istituzione,potrebbe considerare la caccia a questi esseri come uno sport, o chiuderli nelle gabbie degli zoo, oppure vedere l’uccisione di un ominide come omicidio volontario.

evoluzione
Esseri come gli Australopiteci o l’Homo erectus si sono estinti da poche centinaia di migliaia di anni, tempo insignificante nella scala complessiva della Vita
Ma anche se ci limitiamo alle specie ora viventi, si può notare che più aumentano le nostre conoscenze sul comportamento dei Primati, piùdiminuiscono le differenze fra primati umani e non umani. L’idea di uomo, nel pensiero dell’Occidente, è costruita in contrapposizione all’idea di animale: umanità e animalità vi appaiono come termini antitetici, sia nella concezione biblica che nell’idea scientifica di derivazione baconiana. Ma si tratta di una contrapposizione largamente mitica e scientificamente insostenibile.

Anche il linguaggio abituale è improprio perché l’uomo è un animale.

Il bonobo, o Pan paniscus, dovrebbe chiamarsi Homo paniscus: le differenze con l’Homo sapiens sono minime. Dobbiamo liberarci da quell’antropocentrismo che caratterizza la nostra cultura ed è una delle cause a monte che hanno provocato la spaventosa situazione ecologica del Pianeta.

Gli altri animali soffrono, amano, sono coscienti. Qual è la facoltà che consente di attribuire dei “diritti soggettivi”? Se si trattasse di qualche forma di coscienza o consapevolezza, non si spiegherebbe con quale logica vengono riconosciuti diritti alle persone in coma o agli embrioni umani e, invece, non si reputa degno di considerazioni morali soggettive un essere consapevole e senziente come un orango o un delfino.

E’ evidente poi che la storiella che veniva raccontata ai bambini una cinquantina di anni fa, che cioè la nostra specie ha l’intelligenza mentre gli animali hanno soltanto l’istinto, è qualcosa che fa sorridere, anche alla luce di studi recenti sulle emozioni, i sentimenti, il comportamento e la struttura delle società di tanti esseri viventi.