martedì 10 febbraio 2009

Pornografia

fonte:
http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

10 febbraio 2009, in PETER GOMEZ

Nel pornografico rincorrersi di dichiarazioni politiche sul caso di Eluana Englaro una colpisce più di altre. Quella rilasciata a Cagliari, il 7 febbraio, da Silvio Berlusconi. «A me sembra», ha detto il premier, «che qui non ci sia altro che la volontà di togliersi di mezzo una scomodità». E quando i giornalisti gli hanno ricordato che il padre di Eluana era in attesa da anni di poter «liberare» la figlia, lui ha aggiunto: «Inizialmente pensavo che questa ragazza fosse assistita a casa, ma in realtà è assistita senza aggravio di spese per il padre».

Si tratta di brutte parole. E non tanto per il loro significato letterale che può essere condiviso o meno. Ma perché a pronunciarle, come hanno fatto notare alcuni frequentatori di questo blog, è stato un uomo che il dramma della vita e della morte lo ha dovuto affrontare in prima persona. Proprio Veronica Lario, l'8 aprile del 2005, per spiegare perché sarebbe andata a votare al referendum sulla procreazione assistita, ha raccontato al Corriere della Sera cosa accadde quando nei primi anni '80 rimase incinta del primo figlio (mai nato) di secondo letto del Cavaliere: «Ho avuto un aborto terapeutico. Al quinto mese di gravidanza ho saputo che il bambino che aspettavo era malformato e per i due mesi successivi ho cercato di capire, con l'aiuto dei medici, che cosa potevo fare, che cosa era più giusto fare. Al settimo mese di gravidanza sono dolorosamente arrivata alla conclusione di dover abortire. È stato un parto prematuro e una ferita che non si è ancora rimarginata».

La questione è eticamente troppo delicata per trarre delle conclusioni. Una riflessione però s'impone. Non tanto sul presidente del Consiglio, ma sul mondo della politica e su quello dei media. Pensate davvero che in Usa o in Inghilterra i giornalisti o gli avversari politici avrebbero lasciato cadere il tutto senza fare domande? Io, no.

lunedì 9 febbraio 2009

Madagascar, lutto nazionale per 28 manifestanti morti. Protestavano contro il colonialismo dei biocarburanti della Daewoo

fonte:
http://www.ecoblog.it/post/7781/madagascar-lutto-nazionale-per-28-manifestanti-morti-protestavano-contro-il-colonialismo-dei-biocarburanti-della-daewoo#continua

pubblicato: lunedì 09 febbraio 2009 da Marina



Oggi è lutto nazionale in Madgascar. Sabato scorso la polizia ha sparato sulla folla di manifestanti nella capitale Anatananarivo, causando 28 morti e almeno 2oo feriti (il video qui) perché la gente, guidata da Andry Rajoelina, attualmente ex sindaco deposto dal governo malgascio, ha contestato duramente la Daewoo che ha acquistato in Madagascar 1,3 milioni di ettari di terreno, in pratica oltre la metà della terra coltivabile, su cui avrà pieno diritto per 99 anni per coltivarci mais e palme da olio.

E così che da novembre i malgasci combattono duramente il presidente Marc Ravalomanana annunciando che la loro lotta continuerà fino alla morte, notizia che sui nostri giornali non sta avendo eco.

Invece, la canadese Sherritt International, a 80km dalla capitale, ha iniziato la costruzione di una miniera per l’estrazione di nichel e cobalto, senza che vi sia uno studio indipendente sull’impatto ambientale in un area che ospita 1.400 specie di piante da fiore, 14 specie di lemuri e oltre 100 di rane, la maggior parte delle quali endemiche.

In pericolo però c’è anche la foresta. Ha dichiarato Mr. Hong Manager della Daewoo:

si tratta di terra totalmente non sviluppata, incontaminata. E noi daremo lavoro rendendola coltivabile, e questo è buono per il Madagascar.

Scrive Salva le foreste:

Il Madagascar ospita da solo il 5% delle specie animali e vegetali del mondo, l’80% delle quali sono specie endemiche, ossia si trovano solo sull’isola e in nessuna altra parte del mondo. Fra gli esempi più noti di questa eccezionale biodiversità ci sono la famiglia dei lemuri, tre famiglie endemiche di uccelli, le numerose specie di camaleonti e i tipici baobab.

Tempi orribili: per la sostenibilità, per la democrazia, per la libertà



fonte:
http://www.greenreport.it/contenuti/leggi.php?id_cont=17904

di Renato Cecchi
FIRENZE. In Italia sono tempi orribili. Non solo perché è in atto una crisi economica gravissima, venuta da fuori, come nel 1929, del mercato come istituzione. Ma perché come nel 1929 dell’Italia fascista, alla crisi si risponde con l’inasprimento di misure liberticide. Gli storici dicono che non è corretto fare paragoni tra periodi diversi. Troppi però sono i punti di contatto per ignorarli o non rifletterci, e confrontarsi con quei tempi prodromici della tragedia nazionale consumatasi con la seconda guerra mondiale. 

Non c’è per fortuna una prospettiva di guerra, anche perché l’Europa si è pacificata, ma gli altri ingredienti ci sono tutti: xenofobia e antisemitismo (che pescano a destra e a sinistra in particolare tra i giovani), crisi sociale e dell’occupazione, crisi delle istituzioni repubblicane di cui troppo a lungo si è voluto impedirne il dispiegamento democratico, crisi morale, perdita di prospettiva per le nuove generazioni. 

E come allora eccolo, bello e pronto e confezionato: il “padre della Patria”, frutto anche questa volta, di una grave sottovalutazione del pericolo da parte delle classi industriali e potentati finanziari che come allora pensavano di utilizzarlo e controllarlo per i propri interessi, mentre le forze democratiche si sono divise e impantanate scherzando col fuoco. 

Ecco le leggi liberticide, ecco lo stravolgimento della costituzione (della Carta nazionale che unica ci tiene ancora insieme), ecco le leggi razziste. Ecco il plauso o il silenzio della Chiesa. 

E’ chiaro: dopo 15 anni, dopo che la modernizzazione del paese (degli anni sessanta e settanta) è stata sconfitta e ricacciata indietro di ottanta, si risponde alla più grave crisi economica e sociale del XX secolo e del XXI, appena cominciato, non con politiche di sviluppo sostenibile, nuova occupazione qualificata, lotta allo spreco, distribuzione del reddito più equa, crescita dei diritti degli individui, riforme democratiche, ma con la restrizione delle libertà, cominciando dai più deboli e trasformandoci in delatori come tanti “capicaseggiato”. 

Uno solo che decide per tutti trasformando una democrazia (europea, nonostante tutto) in un “grande fratello” televisivo. Ma non è una facile battuta, è una tragedia.

Greenreport.it è un quotidiano che si occupa di ecologia e sviluppo sostenibile e possono apparire fuori luogo discorsi come questi. Ma si tenga presente il fatto fondamentale che lo sviluppo sostenibile, l’equilibrio tra sviluppo umano ed ecosistemi, è possibile solo con la piena crescita e consapevolezza democratica. Un paese impaurito di sé stesso e della globalizzazione, incarognito nei rapporti umani, incolto e videocondizionato, non potrà mai imboccare la strada della riconversione ecologica del sistema sociale e di quello economico. La battaglia per uscire dalla crisi economica, da quella ecologica e dei cambiamenti climatici, dal clima ideologico, da crociata, è prima di tutto una battaglia di democrazia, per la democrazia e la libertà.

Uno spettacolo indecente

Febbraio 9, 2009
Post scriptum

Mentre concludevo questo post ho letto la notizia che alle 20,10 di questa sera Eluana Englaro ha lasciato il corpo. Speriamo che almeno ora possa riposare in pace, perché alla morte si addice solo il silenzio. E troppi hanno speculato sul suo tragico destino. La sua agonia è finita, l’agonia della nostra Repubblica è in pieno svolgimento.

Per quindici anni i “democratici di sinistra” ci hanno insegnato che non bisogna demonizzare l’avversario e che non c’è nessun rischio di regime antidemocratico. Ora Veltroni - che in campagna elettorale non ha mai citato nè la parola Berlusconi nè le parole conflitto di interessi - si è accorto che qualche problema c’è. I “democratici di sinistra” (e a tratti perfino i “liberali” del Corriere della Sera) iniziano a sospettare che l’uomo con cui hanno serenamente dialogato riconoscendone la caratura da statista sia estraneo alla democrazia delle regole. Veltroni arriva a dire l’inosabile: che il personaggio non merita di andare al Quirinale. Meglio tardi che mai? Non vale in questo caso. I “democratici di sinistra” e i “liberali” di via Solferino sono una parte consistente del problema: lo sfascio di cui la volgare strumentalizzazione politica della tragedia Englaro è l’ultimo segno, è il prodotto della loro ignavia.
Sul caso specifico - una tragedia privata (con delicatissime implicazioni filosofiche e morali sulle quali nessun portavoce di partito ci risparmia una dichiarazione in favore di telecamera) trasformata in un brutality show - come non essere d’accordo con chi denuncia l’ennesimo, gravissimo strappo all’ordinamento costituzionale e ai principi di separazione dei poteri e laicità dello Stato, Stefano Rodotà in testa.
Si pretende di cancellare per decreto una sentenza definitiva della magistratura. Si impone alla firma del Capo dello Stato, che preventivamente e in forma riservata aveva reso nota la sua contrarietà, un decreto legge volto unicamente a creare un polverone ideologico. Si attaccano le prerogative della presidenza della Repubblica. Si lanciano gli ennesimi strali contro la Costituzione “di ispirazione sovietica”, da cambiare in fretta in quanto “comunista”, appellandosi direttamente al “popolo”. Si ordina al Parlamento di legiferare a tempo di record, come se le Camere fossero una depandance del Governo e le leggi avessero lo scopo di risolvere casi particolari cavalcando ondate emotive. Si ritiene scontato che il “popolo” degli spettatori - adeguatamente emozionato dalla grancassa mediatica - non distingua e non ricordi nulla: né le disperate richieste di Giuseppe Englaro di una soluzione legislativa equilibrata e valida per tutti, né le sentenze delle autorità giudiziarie nel frattempo intervenute, né la latitanza del potere legislativo verso la necessità di una legge sul “testamento biologico”.
La tragedia di una famiglia diventa caso di Stato in uno Stato ridotto ad affare di famiglia. Il pagliaccesco padrone di questa Repubblica ha deciso che quella tragedia - di cui gli importa meno di nulla, come dimostrano le sue infami esternazioni di questi giorni - può tornare utile per vari motivi:
1 fare un favore a costo zero al Vaticano, che è sempre meglio tenersi buono
2 riaffermare la supremazia del potere esecutivo su ogni altro potere e su ogni altra autorità (naturalmente quando al governo c’è lui, che ormai ritiene di essersi insediato a vita)
3 mettere alla prova e possibilmente esaurire la reattività morale di Giorgio Napolitano verso le imminenti scadenze che davvero gli stanno a cuore: intercettazioni e riforma della giustizia (ritroverà il coraggio di uscire dal silenzio e dire no un’altra volta?)
4 distrarre e rimotivare il popolo dell’audience, che tuttavia - nel merito - per ora sembra non gradire a pieno i diktat vaticani in tema di accanimento terapeutico, almeno stando ai sondaggi pubblicati negli ultimi giorni

Da qualsiasi angolo visuale, lo spettacolo resta indecente: da “regime nichilista” - come osserva Gustavo Zagrebelsky in
QUESTO articolo.

QUI trovate l’appello di Micromega e QUI quello di Libertà e Giustizia.

Nessuno tocchi la casta

fonte:
http://togherotte.ilcannocchiale.it/

9 febbraio 2009

Pubblico la mia intervista curata da Gianluca di Feo e apparsa su l'Espresso di questa settimana.
Bruno Tinti

La riforma della giustizia? È diventata una paradossale lotta di classe. Perché gran parte della classe politica si batte da almeno 15 anni per paralizzare procure e tribunali. Ma è soprattutto una "questione immorale", che ha perso qualunque decenza. Bruno Tinti, fino a tre mesi fa procuratore aggiunto di Torino, ama definirsi "un cantastorie, che scrive e racconta quello che ha imparato": con un linguaggio semplice e diretto spara a zero sui programmi del governo. Tinti non è una toga rossa: piuttosto è una 'toga rotta', per parafrasare il titolo della sua fortunata opera prima, che non risparmia critiche nemmeno ai magistrati. E il suo nuovo libro, 'La questione immorale', è destinato a irrompere nel dibattito sulla riforma della giustizia, demolendo uno a uno gli argomenti del ministro Angelino Alfano. "È dai tempi di Mani pulite che la classe politica, senza distinzioni di partito, lavora per lo stesso obiettivo: conquistare l'impunità. In questi giorni ho ripensato a quando andavo in carcere per interrogare un bandito che voleva collaborare, un rapinatore o un ladro che aveva deciso di fare i nomi dei complici. Assistevo sempre alla stessa scena: mentre il pentito veniva accompagnato al colloquio, tutti i detenuti, non solo quelli che lui avrebbe accusato, lo riempivano di insulti e di minacce. L'omertà era un bene che andava difeso da tutti i delinquenti che avevano un interesse comune: l''infame' va bloccato perché sennò il sistema salta. Ecco, gran parte della politica adotta la stessa logica: non ha importanza quali sono i guai occasionali di questo o quel politico, c'è un interesse comune: l'impunità. Le intercettazioni, ad esempio, non si devono fare perché oggi può toccare a me, domani a te".

Ogni riforma creata per aumentare lo scudo a protezione dei potenti non incide solo sui loro processi: aumenta l'inefficienza dell'intero sistema, fa lievitare la montagna di fascicoli arretrati e reati dimenticati. A leggere il libro nasce un sospetto: questa paralisi è un danno collaterale o c'è la volontà di creare un'impunità di massa? "È un effetto sicuramente voluto nella parte in cui fa riferimento a singoli interventi. La riforma dell'interesse privato in atti d'ufficio e dell'abuso d'ufficio ha reso praticamente impossibile punire i reati commessi dagli amministratori pubblici. La riforma delle intercettazioni renderà impossibile farle. In questi casi la volontà politica è evidente: il malaffare non deve essere scoperto. E, se proprio viene scoperto, non deve essere conosciuto dai cittadini. Insomma, l'inefficienza è cercata, perseguita e voluta. Ci sono poi altre situazioni in cui l'estensione dell'impunità è un effetto secondario. Come la riforma del falso in bilancio: ciò che interessava era fermare un singolo processo, poi la legge è rimasta lì e ora non c'è modo di punire condotte terribili per l'economia del paese". Di controriforma in controriforma, il rischio è quello di svuotare la Costituzione. Ma nell'elenco delle demolizioni in corso da parte del governo, c'è un progetto che lei considera più pericoloso per la democrazia? "Metterei sullo stesso piano la riforma delle intercettazioni e l'inasprimento delle pene per i giornalisti e gli editori: il pericolo più grande per la democrazia è il bavaglio all'informazione. In realtà, con le ultime novità, non ci sarà bisogno di imbavagliare l'informazione: semplicemente non si faranno più intercettazioni e alla fine non si faranno nemmeno i processi".

E le riforme possibili? Ci sarà qualcosa che si può fare per rendere più rapidi i processi? "Sono riforme solo teoricamente possibili. Perché la politica non vuole che la giustizia funzioni". Ma mettiamo che all'improvviso l'Italia fosse obbligata ad adottare alcuni interventi, quali indicherebbe? Tinti mette al primo posto la razionalizzazione delle circoscrizioni: in pratica, eliminare i tribunali troppo piccoli e frazionare quelli troppo grandi. Seguita subito dalla riforma delle notifiche. Oggi gli imputati devono essere avvertiti di ogni fase del processo; se non lo sono, tutto nullo. Fino al 2005 se ne potevano occupare anche le forze dell'ordine, poi questo è stato vietato e il compito è stato riservato alle poste o agli ufficiali giudiziari. Risultato: il numero di udienze andate all'aria è moltiplicato. "Ma non è solo questo il problema: la vera riforma è concettuale. Un cittadino sottoposto ad indagine deve essere subito avvertito: 'Guarda che ti facciamo un processo', poi l'onere di informarsi di quello che accade dovrebbe essere suo. Non è possibile che lo Stato debba andarlo a cercare dappertutto. Occorre una inversione logica: una volta che l'imputato abbia nominato il suo difensore o ne abbia ricevuto uno d'ufficio, le notifiche dovrebbero essere fatte solo all'avvocato. E se il cliente si rende irreperibile peggio per lui. Ma questa riforma non si farà mai: le si oppongono sia l'ideologia delle garanzie, vere o finte che siano; sia l'interesse degli avvocati. Per gli avvocati le notifiche sono una manna: i processi si fanno saltare con le nullità delle notifiche; e così passa il tempo e si raggiunge la prescrizione".

E i magistrati? Il libro non li risparmia. "Certo, la magistratura ha molte responsabilità. Ma non c'è la volontà di opporsi alle riforme che farebbero funzionare il processo. La mia critica verso i magistrati riguarda le logiche con cui vengono gestite le nomine dei capi degli uffici. O la strumentalizzazione dei rapporti di potere interni che viene fatta da alcuni per garantirsi carriere parallele: i posti di prestigio accanto a ministri e deputati; l'elezione a parlamentare, il 'fuori ruolo' che da venti anni non fa il giudice ma sta in mezzo alla gente che conta. Logiche non trasparenti, talvolta inaccettabili e spesso anche immorali, con cui viene gestita la carriera dei magistrati".

Il volume ha una conclusione cupa. Tinti ammette di non essere riuscito a far nulla per migliorare la giustizia. "Dal punto di vista concreto hanno vinto loro. È illusorio sperare che una classe politica in gran parte fondata sul malaffare ponga mano a una riforma concreta. A loro interessa solo quello che porta acqua al mulino dell'impunità. Ma sono anche ottimista. Perché c'è sempre più gente che comincia a spiegare all'esterno: 'Guardate che vi stanno mentendo'. E c'è sempre più gente che sta rendendosi conto...". Piercamillo Davigo parla spesso della teoria del pendolo: ci sono momenti storici in cui fattori esterni, come la crisi economica o la congiuntura internazionale, determinano una richiesta di giustizia che non può più essere negata. A quel punto si torna a dare incisività all'azione penale. "Ma questo significherebbe che il Paese è arrivato alla bancarotta. Però è vero, forse quando avremo toccato il fondo ci sarà un ricambio". E infatti Tinti conclude ricordando il crollo dei Muro di Berlino: "Nessuno sa bene perché è crollato; però è successo e tutti cantavano ed erano felici. Un giorno anche la giustizia italiana cambierà; come è successo per il Muro".

La terza repubblica di Berlusconi

fonte:
http://www.beppegrillo.it/

domenica 8 febbraio 2009

Morte in diretta

fonte:
http://temi.repubblica.it/micromega-online/

CAPONETTI (ANTIRACKET): ANCHE I VIGILI URBANI CHIEDEVANO IL PIZZO

fonte:
http://www.addiopizzo.org/public/tg10_06-02-2009.pdf

di Giuseppe D′Onchia

A Gela anche i vigili
urbani chiedevano
la tangente. Ne sarebbe stato
vittima Renzo Caponetti (nella foto),
commerciante all’ingrosso di
prodotti alimentari ed attuale presidente della locale
associazione antiracket “Gaetano Giordano”. Era il 2004.
Lo racconta lo stesso Caponetti nel libro di
prossima uscita che si intitola “No al pizzo,
imprenditori siciliani in trincea”. Il volume curato da
Gabriella De Fina e pubblicato da Thor Editrice, si
compone di 224 pagine e raccoglie le testimonianze di
chi, in Sicilia, si è ribellato al pagamento della
tangente. La presentazione è affidata a Ivan Lo Bello,
presidente di Confindustria regionale. Tra coloro i
quali hanno voluto denunciare, attraverso il proprio
racconto, le vessazioni di cui sono state vittime, negli
anni, due gelesi: oltre a Renzo Caponetti, anche
Rosario Amarù, titolare di un’avviata azienda leader
nella meccanica di precisione ed attuale vice
presidente di Confindustria Caltanissetta. Caponetti
racconta fatti sempre segreti, tra cui quello dei due
vigili. I due agenti di polizia municipale, in divisa, si
presentarono al deposito di Caponetti e con fare
minaccioso gli chiesero il pagamento dei soldi. La
vittima denunciò tutto alla Polizia. I due vigili furono
sospesi per un po’, ma come afferma lo stesso
presidente dell’Antiracket, adesso sono in servizio,
regolarmente. Nel libro, Caponetti sostiene che quanto
racconta è’ quasi uno sfogo, perché qualcuno deve
sapere tutto quello che ho passato. Il presidente
dell’antiracket, chiarisce che non ha mai pagato alle
bande estorsive che si sono puntualmente presentate,
perché ha sempre vissuto in un mondo dove la legalità
era al centro dell’attenzione. Ha sempre denunciato
tutto agli investigatori, facendo nomi e cognomi. Gli
hanno chiesto anche 50 milioni subito e un pagamento
regolare di un milione al mese. Per registrare le
telefonate intimidatorie, in quegli anni, si serviva di
una ventosa sull’apparecchio collegata ad un
registratore. I delinquenti gli hanno bruciato tre
autovetture. E se non potevano prendersela con lui
(che girava sempre armato, più per passione che per
altro) gli estorsori minacciavano i commercianti che
acquistavano i suoi prodotti. Un suo cliente fu
picchiato selvaggiamente. Tutto questo avveniva nel
periodo compreso tra il 1986 e il 1988. Poi, dice
Caponetti, scoppiò la guerra di mafia ed alcuni che mi
chiedevano i soldi, furono ammazzati. Caponetti,
conclude il suo lungo racconto, svelando anche un
retroscena tragico che non ha mai rivelato a nessuno,
neanche ai familiari. Il 30 maggio del 2004, qualche
mese dopo essere stato nominato presidente
dell’antiracket, mentre transitava in pieno centro, fu
aggredito da sconosciuti, armati di catena. Stramazzò
al suolo e fu ricoverato: i malviventi gli ruppero due
costole. L’anno dopo, volevano ucciderlo. Era in sella
alla sua moto, quando si accorse che dietro di lui, su
un’altra moto, un ragazzo stava per prendere una
pistola. Caponetti si buttò a terra e le costole che si
erano appena saldate si riaprirono. Estrasse la pistola
e si difese. Da quel momento vive sotto scorta.

Impregilo-monnezza, affare da 700 milioni

fonte:
http://www.danielemartinelli.it/

Officina Creativa

fonte:
http://www.comunivirtuosi.org/


Desideriamo presentare Officina Creativa, s.c.s. non a scopo di lucro, ed in particolare un’iniziativa di successo che ha dato vita ad un nuovo marchio: Made in Carcere®.
Un nuovo modello di sviluppo sociale, cioè “stare” sul Mercato e nella Società, in maniera responsabile, fornendo valore aggiunto per la Comunità.
L’ambizione è quella di far diventare la busta di tessuto (Shopper bag) un simbolo ed una testimonianza della possibilità di creare sviluppo sostenibile, risparmiando il consumo della plastica a vantaggio del riciclo dei materiali di scarto o dei futuri rifiuti.
Sono confezionati da donne ai margini della società, quali le 12 detenute della Casa Circondariale di Borgo San Nicola a Lecce; che, oltre ad imparare un mestiere, costruiscono un percorso di riavvicinamento al mondo reale…
Sono utilizzati materiali di scarto attraverso le fasi di recupero del materiale da riciclare presso le diverse Aziende del territorio pugliese sensibili all’iniziativa. ...l’unico limite è la fantasia: infatti le 12 detenute hanno realizzato borse e cappellini di tendenza originalissimi usando al meglio gli scarti.
Il risultato è una linea di accessori dallo stile giovanile e originale, sfiziosa e accattivante, per una donna d’avanguardia, attenta all’eleganza ma anche al sociale, capace di leggere il futuro in modo innovativo e che soprattutto creda fermamente nell’idea che “non occorre produrre altro, è possibile rigenerare ciò che già c’è".
Ad oggi sono state vendute oltre 40.000 Shopper Bags, realizzate nel carcere di Lecce con gli scarti raccolti in Puglia e lasciate viaggiare libere nel mondo (Milano, New York, Stoccarda, Londra, Sofia,Berlino, Mosca etc.) diffondendo, attraverso ingegno e creatività, un messaggio importante: la filosofia delle seconda opportunità: un’altra chance alle detenute ed una doppia vita a tessuti ed oggetti.
Vi invitiamo a “testare” e sostenere la nostra iniziativa che mira a raggiungere l’obiettivo di lanciare, attraverso un marchio, un nuovo stile di vita, una nuova filosofia.

Un sorriso. Luciana Delle Donne
Per informazioni: http://www.o-c.it

Riflessioni sul turismo di massa

fonte:
http://www.ilconsapevole.it/articolo.php?id=8831

di Chiara Meriani
“Dovunque tu vada, vacci con tutto il cuore!”. Questo antico proverbio cinese racchiude il senso di un nuovo modo di fare turismo: responsabile, sostenibile, rispettoso.

Se si escludono le attività illegali (droga e armi) soltanto l’industria del petrolio supera in fatturato quella turistica: secondo i dati raccolti dalla WTO (World Tourism Organization, Organizzazione Mondiale del Turismo, www.unwto.org) nel 2006 il mercato turistico ha creato un fatturato di 733 miliardi di dollari, ovvero due miliardi al giorno. Quasi un miliardo di turisti muovono ogni anno non solo se stessi, ma anche molto denaro, e le cifre sono in crescita. L’Organizzazione Mondiale del Turismo prevede che nel 2020 oltre un miliardo e mezzo di viaggiatori varcheranno i confini del proprio paese. Un mercato sempre in crescita, uno dei pochi che continua a produrre denaro e posti di lavoro, nonostante crisi economiche, instabilità politiche e catastrofi naturali.
La domanda è: dove, per chi e soprattutto a quale prezzo si muove il turismo? In due parole: chi ci guadagna e chi ci rimette? L’80% dei turisti appartiene solo a una ventina di paesi, dislocati nel Nord del mondo. Chi è nato in un paese povero non viaggia. Spesso non può nemmeno godere del luogo dov’è nato: in Tailandia come a Santo Domingo (e la lista potrebbe continuare) molte delle spiagge, spesso la maggioranza, sono di proprietà di grandi alberghi e villaggi turistici: la popolazione locale non vi può accedere. Niente mare, per chi ha avuto la sfortuna di nascere in un paradiso tropicale.

Impatto economico
I benefici apportati dal turismo ai Paesi in via di sviluppo sono limitati: solo la minima parte del reddito vi rimane, mentre il 70-80% finisce nelle tasche degli imprenditori stranieri, soprattutto nei casi di vacanze all inclusive, villaggi turistici e crociere. Questi modelli di turismo non permettono alcun contatto – se non rapido e superficiale – con la popolazione (e l’economia) locale. Nei casi migliori, ai Paesi di destinazione rimane il 50-60% del reddito creato dal turismo.
Ma non è soltanto una questione economica: il turismo, com’è stato concepito e realizzato fino ad ora, ha spesso “consumato” i luoghi in cui ha messo piede, creando false aspettative, conoscenza fittizia, immagini stereotipate. Certo, modificare è inevitabile: ma perché modificare in peggio? Spesso gli effetti di uno sviluppo abnorme e deregolamentato del turismo sono stati deleteri per la natura, le tradizioni e la cultura dei “paradisi incontaminati”.

… e impatto culturale
E non si tratta soltanto della barriera corallina in pericolo o dell’estinzione di qualche rara specie animale: l’impatto del turismo è stato, e continua ad essere, violento anche sull’uomo. Il benessere che trasuda da un turista in vacanza non può lasciare impassibile chi vive in povertà. L’impatto della cultura occidentale – nei suoi aspetti consumistici che la vacanza mette in risalto – può portare alla distruzione dell’identità di un popolo o al peggioramento delle sue condizioni di vita. Non avendo la possibilità di guadagnare in modo lecito dall’economia del turismo, molte persone cercano di ottenere comunque dei vantaggi immediati, anche rubando. Chiunque sia andato a fare un viaggio in un paese povero sarà stato “assaltato” da bambini con occhi tanto furbi quanto supplicanti. Per non parlare di conseguenze ancora peggiori: alcune zone del sud-est asiatico sono diventate tristemente famose per il turismo sessuale, anche a scapito dei bambini. Le popolazioni che dovrebbero essere padrone in casa propria, meta di tanti turisti, hanno il diritto di essere prima di tutto tutelate e aiutate a sviluppare la propria economia. O forse dovrebbero essere semplicemente lasciate libere di gestire le proprie terre e le proprie risorse, anche quelle turistiche. Ecco dunque la necessità di trovare un’alternativa al turismo di massa e di viaggiare senza mai lasciare a casa il rispetto. Il turismo responsabile dunque propone di viaggiare in modo più consapevole, favorendo un turismo sostenibile, che appoggi l’economia locale e stimoli lo sviluppo sociale. Un turismo non solo rispettoso della natura, ma anche delle abitudini, delle tradizioni, della cultura di un paese, che proponga un rapporto autentico con i luoghi e le popolazioni, senza barriere come i cancelli “dorati” dei villaggi turistici.
Un turismo vissuto come opportunità di conoscenza reciproca, arricchimento culturale ancor prima che economico. Un turismo che offra, a visitati e visitatori, soddisfazioni più grandi e risultati più duraturi.

Adesso, per favore, basta dialogo

fonte:
http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

8 febbraio 2009, in MARCO TRAVAGLIO

Alla fine, buon ultimo, con una quindicina d’anni di ritardo, è arrivato anche il Corriere della sera. Il giornale vicediretto da Pigi Battista, che ancora giovedì sera ad Annozero domandava allibito: “Siamo forse un paese a sovranità limitata?”. Gli ha risposto Antonio Tabucchi, che vivendo tra Parigi e Lisbona riesce a cogliere meglio l’anomalia italiana, e ha ricordato lo spaventoso conflitto d’interessi berlusconiano. Che non dipende soltanto dal possesso di tv, giornali, banche, assicurazioni e tutto il resto. Ma dal fatto che Silvio Berlusconi è incompatibile con la Costituzione. Ieri il Corriere ha scritto che il premier è andato “oltre ogni misura” definendo “sovietica” la Costituzione sulla quale ha giurato. Ma l’aveva già detto a Torino il 12 aprile 2003: solo che all’epoca tutti fecero finta di niente. Come sempre. Come quando, tre mesi dopo, il Cavaliere iniziò a violentare la Carta col lodo Maccanico-Schifani, proseguendo poi col falso in bilancio, col decreto salva-Rete4 (che, come quello contra Eluana, cancellava la sentenza del ’94 della Consulta su Rete4, ma fu frettolosamente firmato dal capo dello Stato), con la legge Pecorella che aboliva l’appello solo per i pm, con la devolution concepita in una baita del Cadore, e ultimamente con il dolo Alfano, con l’ennesima controriforma della giustizia e con la porcata sulle intercettazioni.

Una guerra quotidiana alla divisione dei poteri, cambiando le leggi a propria immagine e somiglianza. Sono 15 anni che Berlusconi, ogni giorno che Dio manda in terra, va “oltre ogni misura”. E se - come scrive il Corriere - siamo a “uno dei più duri scontri istituzionali del dopoguerra repubblicano”, dipende esclusivamente dal fatto che solo oggi il caudillo di Arcore s’imbatte in un No chiaro e netto del Quirinale. Le altre volte l’han sempre, o quasi, lasciato fare. Per quieto vivere, nella speranza che fosse l’ultima volta. Invece era sempre la penultima. Vedremo se questa sarà finalmente l’ultima. Ma c’è da dubitarne. Nemmeno stavolta il Corriere trae dalla svolta eversiva del premier le dovute conseguenze (quelle tratte da Scalfari, che evoca la svolta autoritaria mussoliniana del 3 gennaio 1925) e torna a indossare i panni del pompiere: “auspica” una “ricucitura”, per “ricreare un clima meno tempestoso tra Palazzo Chigi e Quirinale” e “sanare una grave fattura tra le istituzioni”. Questa maledetto vizio di presentare gli attacchi berlusconiani alla Giustizia e alla Costituzione come “scontro fra poteri” non fa che il gioco di Berlusconi. Perché qui non c’è nessuno “scontro”. Qui c’è un signore che da 15 anni aggredisce e qualcun altro che ogni tanto, troppo raramente, difende le istituzioni aggredite. Berlusconi non fa cose incostituzionali: è lui, ontologicamente, incostituzionale. Un’opposizione degna di questo nome avrebbe già occupato il Parlamento in segno di protesta. E’ troppo chiedere che, almeno, la nostra opposizione abolisca per sempre la parola “dialogo”?

Una vergogna di condanna

fonte:
http://www.danielemartinelli.it/

Febbraio 8th, 2009

Un giudice di Treviso ha condannato la signora Ada Stefan «per avere offeso l’onore e il prestigio del consiglio comunale di Vittorio Veneto dicendo ad alta voce, rivolta al loro indirizzo, “Vergognatevi”».
Già, nella Treviso dell’ex sindaco Giancarlo Gentilini che vuole “eliminare i bambini dei rom” e invoca la “pulizia etnica dei culattoni” e lancia proclami contro «efebi, putane, grigi e recioni»? Nelle terre in cui Vittorio Sgarbi definì i veneti che non lo hanno votato “deficienti, egoisti, stronzi, destrorsi, unti, razzisti, evasori teste di cazzo”

All’origine di tutto c’è una licenza edilizia concessa dal Comune di Vittorio Veneto alla società «Victoria Sport» perché edificasse in un’area del piano regolatore destinata a un grande «polo sportivo d’interesse nazionale» con un impianto di pattinaggio a rotelle con tribune, palestre, foresterie, due campi di calcio, parcheggi e un mucchio di altre cose compresi un po’ di «spazi commerciali accessori». Un progetto ambizioso, tanto che il Comune aveva dovuto autorizzare una deroga a superare il tetto massimo di 48 mila metri cubi e salire addirittura a 68 mila.
Peccato che qualche anno dopo risultassero costruiti, come spiega una denuncia degli abitanti della zona, «solo gli ambiti destinati a spazi commerciali accessori». E gli impianti sportivi? Calma, pazienza, deroghe. Finché, davanti alla richiesta di demolire tutto, visto che il progetto originale stravolto risultava tutto abusivo, l’amministrazione comunale a guida leghista dice che «l’esigenza del ripristino della legalità non è sufficiente a giustificare la demolizione richiesta, occorrendo comparare l’interesse pubblico alla rimozione con l’entità del sacrificio imposto al privato».

L’avvocato Daniele Bellot, legale degli abitanti della zona, seppellisce la giunta con un mucchio di sentenze di sette o otto Tar (compreso quello Veneto) e del Consiglio di Stato unanimi: in casi del genere l’abuso edilizio va abbattuto. Niente. E’ a questo punto che, durante un consiglio comunale, la signora Ada Stefan sbotta: «Vergognatevi! ». Non l’avesse mai detto! Il leghista Mario Rosset si indigna. E’ lo stesso collega di partito di quel Bossi che ha bollato Berlusconi come “un brutto mafioso che guadagna i soldi con l’eroina e la cocaina” i neri “bingo bongo” le sinistre “nazicomunisti” e papa Wojtyla un “papa extracomunitario” alla guida di un Vaticano che «le camicie verdi affogheranno nel water della storia».
Quegli insulti, per lui e la magistratura, erano, evidentemente, «normali». Dire «vergognatevi» no. Che vergogna!

Ecco cosa finisce a tavola

fonte:
http://www.laterradeifuochi.it/

17 Gennaio 2009 La Terra dei Fuochi - Ecco cosa finisce a tavola - Giugliano (NA) ore 12

sabato 7 febbraio 2009

Miracolo al quirinale

fonte:
http://www.vauro.net/gen09store.html

La mano tesa a chi subisce intimidazioni

fonte:
http://www.addiopizzo.org/news.asp?id_news=83

29/01/2009

Si moltiplicano a Palermo i casi di attak nei lucchetti dei negozi, un inequivocabile messaggio dalle cosche mafiose. Molti hanno già dato la risposta migliore: hanno contattato le forze dell'ordine e le associazioni antiracket. Anche i cittadini possono incoraggiarli a non arrendersi alla prevaricazione e a scegliere di continuare a lavorare da imprenditori liberi.

Al fine di costringere i commercianti a pagare il pizzo, in questi ultimi mesi a Palermo si è verificato un incremento delle intimidazioni mafiose. Tutte le settimane abbiamo registrato casi di denunce per colla nei lucchetti, danneggiamenti o incendi.

In passato quasi tutti gli imprenditori andavano a cercare un "amico" per "mettersi a posto" ed ottenere un sconto, oggi in molti hanno chiamato immediatamente Polizia o Carabinieri. Se tutti facessero come loro il fenomeno del pizzo non sarebbe così diffuso.

Addiopizzo e Libero Futuro hanno inviato, a molti commercianti, una lettera di aiuto e sostegno. Vi chiediamo di aiutarci a diffonderla. Stampatela, consegnatela ed inviatela, anche via mail, ai vostri contatti e soprattutto ai vostri amici commercianti.

Caro collega, caro imprenditore,
negli ultimi anni le azioni delle forze dell’ordine e della
magistratura hanno decapitato l’organizzazione mafiosa e tutto
fa sperare che l’azione di contrasto continuerà nel tempo.
Molti imprenditori e commercianti vittime del racket del pizzo
stanno decidendo di cogliere questo momento favorevole per
liberarsi definitivamente del peso del ricatto mafioso e
dell’umiliazione di pagare l’organizzazione criminale. Peraltro,
anche lei converrà che soltanto uniti potremo vincere la piaga
del racket delle estorsioni.
Si dice che a Palermo l’ottanta per cento degli imprenditori
paghi e in quest’ultimo periodo si è registrata anche una
recrudescenza del fenomeno attraverso intimidazioni varie ed
“attack” nei lucchetti. Per questa ragione abbiamo deciso di
scriverle manifestandole la nostra vicinanza. L’associazione
antiracket, infatti, ha lo scopo di assistere, consigliare e tutelare
gli imprenditori nel massimo della riservatezza.
Abbiamo aiutato già molti imprenditori ad uscire dal tunnel del
racket in modo sicuro, senza conseguenze ed anche senza
clamore. Le garantiamo la riservatezza e qualora decidesse di
accettare il nostro aiuto (naturalmente gratuito) ci impegniamo
sin d'ora ad evitare esposizioni mediatiche in modo da ridurre al
minimo gli eventuali rischi.
Le recenti operazioni delle forze dell'ordine hanno
sostanzialmente destrutturato l'organizzazione mafiosa
palermitana, ma se non ci sarà anche la ribellione dei tanti
commercianti taglieggiati, in breve tempo, nuovi estortori si
presenteranno per riaffermare la propria signoria territoriale
sulla sua zona e sulla sua attività economica.
Si tratta di una scelta di libertà, quella libertà di cui ogni essere
umano ha diritto anche nell’esercizio della propria attività
d’impresa. Questo periodo di difficoltà potrebbe quindi divenire
per lei l’opportunità di una svolta vincente e decisiva.

Fermiamo l’assalto alla Costituzione

fonte:
http://temi.repubblica.it/micromega-online/6022009-fermiamo-lassalto-alla-costituzione/

06/02/2009

Il presidente Napolitano non firmerà il decreto per sospendere la sentenza relativa a Eluana Englaro. Silvio Berlusconi ha annunciato la sua intenzione di convocare le camere d’urgenza, far approvare una nuova legge e se dovesse essere necessario cambiare la Costituzione.
Appena qualche ora prima la maggioranza berlusconiana aveva approvato una legge che ha recepito nell’ordinamento repubblicano elementi di razzismo e xenofobia, sino a regolarizzare le ronde padane e a imporre la delazione ai medici. Persino nelle fila della destra si sono udite voci preoccupate e sdegnate da quella del presidente della commissione antimafia Pisanu a quella del presidente della regione Veneto Galan.
Non sappiamo se Gianni Letta costringerà Berlusconi alla solita finta rettifica, ma quanto sta accedendo corrisponde ad una scelta lungamente meditata e premeditata.
Con questa mossa il presidente del consiglio cerca di stringere una santa alleanza con le gerarchie vaticane e di lanciare l’assalto finale nei confronti del presidente Napolitano che rappresenta l’ultimo ostacolo sulla strada di una repubblica presidenziale a reti unificate di tipo plebiscitario. Per queste ragioni non ci hanno mai convinto le campagne tese a colpire l’arbitro e il supremo garante della Costituzione.
La vita e la morte di Eluana, la sua sofferenza, la disperazione del padre e dei familiari non hanno alcun posto in questa brutta, lurida, cinica scelta politica:
“Sconcertante, stanno manomettendo la costituzione, tentano di sospendere per decreto una sentenza”, questo il commento del professor Stefano Rodotà alla decisione del governo.
Si tratta di un vero e proprio assalto alla costituzione che va ben oltre il caso Englaro
Berlusconi, in modo irresponsabile, sta tentando di giocare la carta della guerra di religione, della contrapposizione tra credenti e non credenti. Guai a cascare in questa trappola!
Bisogna, invece, lavorare alla costruzione di un grande fronte che unisca quanti hanno a cuore lo stato di diritto, la divisione dei poteri, la legalità repubblicana e costituzionale. Di fronte al torbido quadro che si sta configurando è forse giunto il momento di riunire e tutte le forze politiche di opposizione, presenti o meno nel parlamento nazionale, e di concordare una serie di inziative comuni sino alla convocazione di una grande manifestazione unitaria che metta insieme tutti quegli italiani che non intendo alzare bandiera bianca di fronte alla prepotenza e all’arbitrio.
Ci sono dei momenti nei quali bisogna essere capaci di mettere da parte rancori, gelosie, narcisimi di varia natura, prima che sia troppo tardi.
Questo è uno di quei momenti.

Giuseppe Giulietti

Bob Kennedy e il PIL

Bambini malati di città

fonte:
http://www.terranauta.it/a760/l_urlo/bambini_malati_di_citta.html

di Valerio Pignatta

Da una recente indagine psicologica condotta su bambini di aree urbane, sembrerebbe che circa il 10% di quelli compresi tra gli 11 e i 14 anni manifesti problemi psicologici e disagi emozionali.
Ne abbiamo già parlato in un precedente articolo, ma questa volta vogliamo soffermarci su un aspetto diverso: questa ricerca è stata condotta su preadolescenti di zone urbane. Città.

Sorge allora spontanea una domanda: ci vuole molto per un adulto, sensibile, un minimo informato e dotato di comune buon senso, afferrare istantaneamente la situazione e inquadrare questi bimbi nel loro contesto? Non credo.

Proviamo a descrivere la giornata tipo di uno di questi bimbi, ovviamente senza voler assolutamente generalizzare.

Sveglia al mattino intorno alle 7-7:30, con gli occhi arrossati e la mente ottenebrata dal poco riposo per il film della sera prima durato sino a tardi. Quindi, dopo la vestizione (è firmata? è abbastanza alla moda?), prima dose di cartoni animati in vena oculare che porta direttamente al cervello, mentre allo stesso tempo si provvede a fleboclisi orale di succhi o bevande pronte e merendine di plastica, inventate ad hoc per l'ingrasso dei consumatori d'allevamento.

Poi una sistemata generale (denti, capelli, zaino-alla-moda), uno sguardo al cellulare e si parte.

Mamma e papà si sono salutati prima con qualche borbottio gutturale di non chiara comprensione e provenienza. Uno dei due, dopo spigolosa discussione o fortunoso pari e dispari, scarrozza il piccolo a scuola, scappando poi di fretta al proprio lager di destinazione professionale per la gloria della crescita del PIL della nostra amata nazione.

Il bimbo entra a scuola (anzi vi è già entrato prima accompagnato, per evitare imprevisti drammatici) e avvicinandosi alla porta della sua classe, e prima che inizi la lezione, si confronta con gli ultimi ritrovati tecnici del giorno, nuovi gadget, nuovi look, nuovi programmi tv, nuova informatica, nuove firme, nuovi Grandi Fratelli e nuove idiozie.

L'insegnante nel suo trucco sfavillante arriva tacchettando ed è ben conscia di tutte le “sacre novità” del giorno. È televisivamente aggiornata, ama/odia il suo lavoro e spera di andare presto in pensione.

Seguono ore di competizione dallo sfrenato al patetico, induzione di concetti astrusi, memorizzazione sterile, indottrinamento “democratico” e consumistico e soprattutto esercitazioni forzate all'obbedienza.

Poi, mensa sì mensa no. Dipende. Non saprei dire qual è il bimbo più fortunato, se quello che mangia chimico alla mensa o quello che riesce ad andare a casa per un fast food condominiale in famiglia, tra il serio e il faceto, e qualche immancabile telefonata che si risucchia tutto. Sempre ammesso che questa non entri in colluttazione con la tv-prandiale. Allora è proprio meglio la mensa dei Findus. Perlomeno qualche organo, come il cervello, riesce ad avere i suoi minuti di gloria sfogandosi tra i propri simili.

Poi di nuovo in gabbia sino all'uscita. Arriva il genitore di turno. Si torna all'alveare.

In cortile non si può andare a giocare. Il regolamento condominiale lo vieta.

Andare a fare un giro? Prima i compiti e poi mamma oggi non può. Martedì e giovedì si va a karate. Sabato chitarra. Oggi ha da fare. Andare da soli? Sarebbe un thriller.

Che fortuna! C'è la play station e poi anche la tv! Meno male. E le patatine.

E mamma si incastra con qualcuno al telefono e ora deve andare a fare delle compere... Ma chi sarà al telefono? Arriva papà tra poco e la cena è già pronta. Prontissima, color panna, quest'anno è di moda. Non c'è nemmeno da masticarla, basta trangugiarla di fronte alla suspence dell'ultimo programma a quiz.

Hanno pensato proprio a tutto. E poi si può sognare di guadagnare milioni di euro indovinando qualche risposta da Pico della Mirandola dei beoti e di andare alle Maldive, che i Rossi ci sono già andati l'anno scorso e noi no.

Ora finalmente sono tutti lì riuniti, papà si incolla alla tv o al computer e mamma attacca con le solite requisitorie sulle vacanze, sulle sue cure al centro estetico e sul suo guardaroba che piange miseria.

La parola giusta. Miseria: culturale, spirituale.

Riparte il film di prima serata. E si ricomincia.

Tutto normale. Tutto fantastico.

E poi ci si stupisce se una ricerca rivela che i bimbi hanno problemi psicologici o soffrono di disagi emozionali?

Meno male! Credevo fossero dei robot. Allora c'è ancora una speranza.

Neanche nei paesini e in campagna le cose sono molto diverse. La tv, i supermarket, Internet, le autostrade hanno omologato tutto. Forse però per qualche volenteroso c'è qualche possibilità in più. Le maglie del sistema sono più ampie ed è possibile trovare qualche spazio per un'azione non conformata.

Un pezzo di terra in cui giocare si può ancora trovare, senza bisogno di fare la spola coi propri figli tra palestra, ludoteca, corso di danza, nuoto ecc. Un giro in bicicletta si può fare senza pericoli. Un anziano contadino ti può raccontare qualche vecchia storia. Un cane, un cavallo, una capra, un gatto o un asino possono farti compagnia e darti amore.

La scuola ha un cortile verde dove è possibile in primavera uscire a giocare e a raccogliere i fiori. Le insegnanti sono persone abbastanza semplici (hanno scelto di decentrarsi), sempre televisivamente informate, ma magari fanno l'orto, il marito ha le pecore e fa il formaggio e fanno parte dell'Associazione culturale del paese. Della serie “fare di necessità virtù”.

Il ritmo è ancora quasi umano. Se vogliono, i genitori un po' di tempo per i loro figli ancora riescono a trovarlo, dato che non ci sono le grandi “distrazioni” della metropoli che si vanno a insinuare come cunei destabilizzanti nella vita familiare.

Ripeto, con questo non è che si possa generalizzare. Ci saranno famiglie di campagna perfettamente teledipendenti che sbavano per l'ultima griffe della moda, soffrendone se non possono procurarsela e invece famiglie di città impegnate nel sociale, sostanzialmente sobrie e che si danno da fare per evitare le trappole del sistema per loro stesse e i propri figli.

In generale però è un dato di fatto che il disagio minorile (e direi anche degli adulti) è una caratteristica delle aree urbane e soprattutto di quelle industriali del centro-nord.

Le solite classifiche delle città italiane sulla qualità della vita vanno probabilmente rivedute se non capovolte. Ora sono pensate solo quasi in termini di produttività, PIL e competitività.

Secondo un'indagine annuale del Sole 24 Ore sulla vivibilità nelle città italiane (pubblicata il 17 dicembre 2007)

Trento risulta essere la città al primo posto. Seguono Bolzano, Aosta, Belluno e Sondrio. Fanalini di coda: Catanzaro, Catania, Foggia, Benevento, Agrigento.

Se però prendiamo in considerazione i dati dei suicidi nelle stesse aree, forse qualche dubbio su graduatorie di tal genere ci potrebbe venire. Pensiamo ai suicidi come massima espressione dell'infelicità dell'essere umano (le cause psicologiche e depressive sono statisticamente le più influenti sulle decisioni di suicidio).


I dati disponibili dell'ISTAT sui suicidi risalgono al 2007 e sono un chiaro indicatore di come vanno realmente le cose.
Credo che questo tipo di confronto tra i dati ISTAT e quelli sulla vivibilità delle città si possa ritenere valido ogni anno (ho provato a farlo anche per il 2004 e i risultati sono quasi uguali). Vediamo qualche esempio.

La percentuale di suicidi riferita alla provincia di Sondrio (la più alta nelle prime cinque posizioni) è del 13,8% (si considerano qui quozienti per 100.000 abitanti). Quella di Bolzano è del 7,9%. Quella di Aosta del 6,4% e Belluno 9,8%. E Foggia? 5,1%. Quasi un terzo dei suicidi di Sondrio. Agrigento 7%, Benevento 5,5%, Catania 3,6%, Catanzaro 2,7!

Al Nord complessivamente la percentuale è del 6,2% mentre al Sud è del 4,1%.

Non dico che sia facile interpretare tutte le varianti che interessano un fenomeno di questo genere. Sicuramente però si possono iniziare a sfatare alcuni miti legati all'industrialismo e alla crescita economica, e cercare di capire cosa stanno patendo i nostri figli urbanizzati e industrializzati.

Se si esclude il caso anomalo di Trento per il 2007 (tasso dell’1,4% di suicidi su 100.000 abitanti) - ma nel 2004 ad esempio era identico alle altre città del nord, 7,8% – si può forse ipotizzare che la competitività delle città industriali, il ritmo frenetico, il lavoro come valore finale dell'esistenza veicolano molto stress, senso di solitudine e disistima in chi non regge il passo. Cosa che è probabilmente più sfumata nelle zone marginali del sistema.

Le dinamiche sociali e individuali sono molto complesse e non è il caso di fare semplificazioni superficiali. Però è anche intuitivo che un appartamento-batteria d'allevamento di una metropoli non è paragonabile allo stato selvatico nel bosco.

Persi tra i prodigi high tech, ci dimentichiamo spesso dell'essenza dell'essere umano, e ci scordiamo che la gioia di vivere e l'armonia psicologica sono direttamente e in modo speciale legate alla libertà e all'integrazione nel mondo naturale, da cui proveniamo e da cui dipendiamo. Checché ne dicano cemento, plastica, megaschermi e luci della città.

Catania, all'Università nuove indagini su morti sospette nei laboratori di fisica e matematica

fonte:
http://www.ecoblog.it/post/7775/catania-alluniversita-nuove-indagini-su-morti-sospette-nei-laboratori-di-fisica-e-matematica#continua

pubblicato: sabato 07 febbraio 2009


Si indaga ancora a Catania, alla Cittadella universitaria, nei laboratori di fisica e matematica. Troppe morti sospette nel corso degli anni che hanno riguardato ricercatori e sudenti che probabilmente hanno maneggiato materiale radioattivo o che ci sono venuti a contatto senza saperlo.

Già lo scorso anno la Cittadella fu sede del sequestro del laboratorio di farmacia e dell’apertura di un fascicolo di indagine, che ha portato al processo ancora in corso, dopo che Emanuele Patanè, ricercatore presso il dipartimento di scienze farmaceutiche, in un memoriale, poco prima di morire per cancro, a 29 anni, aveva denunciato le orribili condizioni di lavoro.

A ricostruire un po’ la vicenda nel suo blog, nonchè ad essere uno dei teste interrogati dalla Procura della Repubblica di Catania è Fabrizio Fazzino, ricercatore al dipartimento di Calcolo.

Una prima denuncia arriva, via forum, dal prof. Vincezo Cutello Professore Ordinario di Informatica presso il Dipartimento di Matematica e Informatica dell’Università degli Studi di Catania che scrive:

Mi sembra opportuno e giusto segnalare a tutti, che durante il Consiglio SDAI di oggi 26 novembre, si è avuta una discussione ampia e molto sentita sul problema dei casi di tumore che si sono verificati nel nostro Dipartimento negli ultimi anni. Tale dibattito è stato peraltro sollecitato da un documento dei colleghi Gionfriddo e Milazzo inviato di recente al nuovo Direttore del Dipartimento (e che allego al presente post). Alla fine di tale ampia discussione, si è arrivati alla conclusione che, nelle more di una indagine completa e approfondita sulle cause di tale altissima incidenza, è necessario riflettere ed eventualmente attivarsi per trasferire le attività didattiche presso altra sede, in tempi brevissimi, ovviamente concordando il tutto con le autorità del nostro Ateneo.

E cosa c’è scritto nell’allegato?

La percentuale di incidenza tumorale, in base ai casi oncologici da noi conosciuti nel Dipartimento di Matematica e Informatica dell’Università di Catania è del 11,42%, facciamo notare che tale percentuale, visto le assunzioni fatte, è sottostimata ed inoltre che essa supera per ben più di cinque volte l’incidenza tumorale nazionale, che come detto precedentemente, in tale fascia temporale è del 2%.

I sospetti ricadono sul LNS, i Laboratori nazionali del sud, all’interno dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, dove si trova il tandem, un acceleratore di particelle. Scrive Fabrizio:

Curiosando sul sito si trova un documento PDF intitolato Fasci di ioni radioattivi ai Laboratori Nazionali del Sud che oltre a spiegare le attività relative al progetto mostra uno schema dell’acceleratore di particelle cosiddetto tandem (ma che pare un cannone) corredato dai contorni dell’edificio che lo contiene:

Insomma i sospetti di Fabrizio riguardano proprio il cannone e di questi sospetti ne ha parlato il 16 gennaio scorso in Procura. Scrive Fabrizio:

Ovviamente ho dichiarato ufficialmente di essere un perfetto ignorante in materia di radiazioni e che quindi le mie supposizioni potrebbero solo essere usate per fornire nuovi spunti alle indagini. Per la cronaca, pare che degli eventi al Dipartimento di Matematica e Informatica ufficialmente non si sapesse ancora nulla, neanche del numero anomalo di decessi, quindi almeno questa mia visita dovrebbe servire per far iniziare una seria indagine da parte delle autorità competenti, che a questo punto potrebbero nominare un perito (che pare che il DMI non possa permettersi).