mercoledì 5 novembre 2008

LA TERRA DEI FUOCHI: ANCHE LA DOMENICA

02 novembre 2008

ALLARME WWF : '' ABBIAMO GENERATO UN DEFICIT ECOLOGICO ''

Fonte: http://www.metronews.it/news-mondo/allarme-wwf-abbiamo-generato-un-deficit-ecologico.html?Itemid=223%3FItemid%3D139764

«Se la nostra pressione sulla Terra continuerà a crescere ai ritmi attuali,intorno al 2035 potremmo avere bisogno di un altro pianeta per mantenere gli stessi stili di vita». È l’allarme lanciato da James Leape, direttore del WWF Internazionale. 

È il duro monito contenuto nell’ultima edizione del Living Planet Report del WWF, la principale analisi dello stato di salute del pianeta lanciata oggi al livello mondiale. La domanda di risorse naturali è di circa un terzo più di quanto il pianeta possa realmente sostenere. Un grosso “spicchio” di Terra sotto forma di acqua, suolo fertile, foreste, risorse ittiche, che l’umanità consuma freneticamente ma che non fa in tempo a rigenerarsi. Nel 1961 eravamo ancora in “credito” col pianeta, ora siamo in “recessione”.

Sonia Alfano: A breve ricorso al TAR contro l’annunciato “scippo” del mio seggio

fonte: http://www.soniapresidente.it/

Postato il  di nalya

“Sapevamo quanto sfrontati fossero i deputati del Parlamento Siciliano, tranne qualche rara eccezione, ed abbiamo visto in questi anni di quali e quante decisioni criminose si siano macchiati. E’ per questo che la decisione di assegnare il mio seggio ad un membro del PD ci fa indignare ma non desta in noi stupore”. Lo ha affermato Sonia Alfano, candidata presidente alle scorse elezioni regionali siciliane con la lista di Beppe Grillo. “Attendiamo solo che la decisione della Commissione Verifica Poteri dell’ARS venga ratificata per presentare il nostro ricorso al TAR”. Il Parlamento Siciliano sta palesemente violando la legge che attribuisce in modo chiaro ed inequivocabile il seggio al “candidato presidente miglior perdente”. La decisione di attribuire quel seggio ad un membro del PD altro non è che un accordo tra partiti, in violazione della legge, per farmi fuori e non permettere a nessuno di osservarli da vicino e vigilare sui loro accordi sottobanco e sulle loro malefatte. I deputati siciliani sanno perfettamente che io ed i miei 70.000 elettori saremmo in grado di fare la differenza all’interno di quel palazzo ed è per puro timore che hanno deciso di dare quel seggio ad un qualche politicante del PD intento ad occuparsi dei propri affari, di sistemare amici e parenti all’interno della pubblica amministrazione e di arraffare consulenze e denaro pubblico. Chiederemo, immediatamente dopo la ratifica di questa assurda decisione, una sospensiva al TAR e continueremo a vigilare ed a svelare ai cittadini siciliani le vergogne di quel parlamento. Ad Antonello Cracolici, finto oppositore davanti alle telecamere e grande amico del governo nella vita di tutti i giorni, vogliamo annunciare che da oggi il nostro ruolo sarà quello di tenere d’occhio l’opposizione di governo e di svelare ai siciliani gli innumerevoli accordi che il PD ha stipulato con la maggioranza al fine di piazzare i propri membri, e i loro amici e parenti, in barba ai tanti onesti siciliani ormai sdegnati dalla politica, identica, di governo ed opposizione”. La Alfano fa sapere inoltre che sara a Caltanissetta per cominciare a studiare insieme con il Movimento Grilli Nisseni la possibilità di continuare con una lista civica l’esperienza politica alle comunali della prossima primavera.

Europa, l'Efsa approva 3 mais OGM

fonte: http://www.ecoblog.it/post/7097/europa-lefsa-approva-3-mais-ogm

pubblicato: mercoledì 05 novembre 2008 da Marina in: Italia Europa AgricolturaBiotecnologie Politica Alimentazione

Mangeremo mais OGM?L’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) ha detto si a 3 mais OGM, il Mon810 (Monsanto), il Bt11 (Syngenta) e il 1507 (Pioneer-Dow). Ciò vuol dire che un primo passo verso l’autorizzazione alla coltivazione in Europa è stato fatto.

Il parere, in 27 pagine, dice che sostanzialmente fino ad oggi non sono state prodotte prove sufficienti a dimostrare che i 3 mais OGM siano dannosi per la salute animale e umana.

Nei 3 OGM è presente il gene Bt che serve a tenere lontane le larve di piralide, mentre nel 1507, c’è in più un gene che rende la pianta resistente a un erbicida totale.

La Commissione europea che si dovrà pronunciare, potrebbe chiedere, ad esempio, alla Francia di ritirare il divieto di coltivazione del Mon810, anche se la maggioranza qualificata può sempre rifiutarsi di accogliere l’indicazione della Commissione e far si che in Francia continui a sussistere il divieto per gli OGM.

Rispetto agli OGM Bt11 e 1507 lo stop era stato imposto dal Commissario all’ambiente Stavros Dimas, che perciò aveva presentato all’Efsa 11 nuovi studi che ponevano in lucce gli effetti negativi di questi due mais sull’ ecosistema. Ma appunto secondo l’Efsa gli studi proposti non riportano novità tali da giustificare un parere negativo.

NUCLEARE: LE CONSEGUENZE DELL’ ACCORDO TRA USA E INDIA

Fonte: http://altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=61325&mode=thread&order=0&thold=0

mercoledì, 05 novembre 2008

di Marco Montemurro

L’accordo di cooperazione nucleare stipulato tra Stati Uniti e India è stato definitivamente approvato. Una delle ultime mosse dell’amministrazione Bush è stata condotta a termine il 10 ottobre quando il ministro degli affari esteri indiano, Pranab Mukherjee, ha firmato ufficialmente il trattato con la presenza del Segretario di Stato statunitense Condoleezza Rice. E’ un evento che sicuramente avrà ripercussioni in futuro nel settore dell’energia nucleare in tutto il mondo. Il trattato tra Usa e India rischia di aprire la strada verso accordi bilaterali tra singoli paesi riguardo la compravendita di materiale nucleare. E’ un precedente che è destinato a porre limiti all’influenza degli organismi sopranazionali. Il nuovo legame mette in discussione i principi di universalità contenuti nel Trattato di Non Proliferazione Nucleare. Lo storico accordo, stipulato nel 1968 per regolare e sorvegliare il possesso di materiale nucleare, si basa infatti proprio sul presupposto che sia necessario porre limiti a tali tecnologie agendo sul piano internazionale e tramite la vigilanza di enti sovranazionali.

La situazione indiana è particolare sia perché è uno di quei pochi paesi che non aderiscono al Trattato di Non Proliferazione (assieme al Pakistan, Israele e la Corea del Nord), sia perché per oltre 30 anni vi è stato un isolamento sul piano internazionale nel settore nucleare. Nel 1974 l’India condusse esperimenti per realizzare la sua prima bomba atomica e da allora vige una sorta di embargo nei confronti del paese riguardo alle tecnologie atomiche. Dal 2006 però l’amministrazione Bush si è mostrata interessata a rimuovere tale divieto e ha cominciato ad avviare trattative per cooperare con il gigante asiatico anche in questo ambito.

L’accordo con gli Stati Uniti sulla cooperazione nucleare, benché ufficialmente si limiti al settore civile, ha suscitato in India forti polemiche. Quando è stato messo ai voti in Parlamento il 22 luglio scorso l’opposizione è stata accesa e il piano è passato con soli 19 voti di scarto (275 a favore, 256 contrari e 10 astenuti). Il trattato è stato approvato, ma ha causato nella coalizione di governo del primo ministro Manmohan Singh, la perdita dell’appoggio del partito comunista indiano, da tempo fortemente critico nei confronti del nuovo vincolo con gli Usa.

Gli Stati Uniti non vogliono perdere la possibilità di fare affari nel settore energetico indiano e il progetto è di vasta portata poiché il paese è deficitario dal punto di vista delle fonti di energia. Attualmente l’India importa il 75% del petrolio utilizzato e il 69% dell'elettricità è fornita dal carbone, risorsa con riserve limitate. In futuro il fabbisogno è destinato a crescere e si stima che il consumo pro-capite di energia elettrica in India triplicherà entro il 2020, con una crescita annuale del 6,3%. Sicuramente il mercato energetico indiano è molto appetibile per gli Stati Uniti, una grande opportunità per le compagnie General Electric, Westinghouse e Bechtel. Il piano inoltre s’inquadra in strategie molto più ampie; è una mossa sia per controbilanciare l’influenza cinese nell’area, sia per limitare il rafforzamento delle relazione estere di Tehran. Nella regione infatti, il governo americano non gradisce il progetto per la costruzione di un gasdotto che colleghi l’Iran con l’India.

Gli Stati Uniti non sono il solo paese a mostrarsi interessato a trarre profitto dal settore energetico nel subcontinente. Subito dopo il recente accordo di cooperazione firmato a Washington, il governo francese ha annunciato la realizzazione di un contratto per la fornitura di tecnologia nucleare civile in India e almeno due reattori saranno costruiti dalla compagnia Areva. Inoltre ultimamente anche la Russia si è dichiarata interessata a stipulare accordi con l’India nel settore energia nucleare.

Preoccupato dal recente trattato tra Usa e India è invece il vicino Pakistan, storico paese rivale. A seguito della ratifica, il governo guidato dal presidente Zardari infatti si è dichiarato interessato a stipulare un accordo di cooperazione nucleare con la Cina. Questa scelta è rilevante poiché sia il Pakistan che la Cina tra i loro armamenti dispongono di ordigni atomici.

L’accordo condotto dall’amministrazione Bush sembra pertanto mostrare una pericolosa situazione, che potrebbe generare la fine delle politiche comuni a livello internazionale riguardo lo sviluppo della tecnologia nucleare e l’avvio di iniziative condotte da singoli paesi. La perdita d’influenza delle Nazioni Unite e l’emergere di un mondo multipolare, sono fattori portatori di cambiamenti anche riguardo a tale settore. Il 1968, anno del Trattato di Non Proliferazione, si mostra ormai lontano. Sembra adesso che sia stato accantonato l’obiettivo di limitare la produzione di tecnologia nucleare, che siano abbandonate le linee guida universali. Si segue ora la strada degli accordi bilaterali nella quale ogni singolo paese si sceglie l’alleato a lui più conveniente, anche nel settore dell’energia nucleare.

lunedì 3 novembre 2008

Somalia: la ragazza lapidata a morte aveva 13 anni, rivela Amnesty International


CS142: 03/11/2008

Contrariamente a quanto riferito da precedenti resoconti di stampa, la ragazza giudicata "colpevole" di adulterio e lapidata a morte la scorsa settimana in Somalia aveva 13 e non 23 anni.

Aisha Ibrahim Duhulow è stata uccisa lunedì 27 ottobre da un gruppo di 50 uomini che l'ha lapidata a morte. L'esecuzione è avvenuta all'interno di uno stadio della città meridionale di Chisimaio, di fronte a un migliaio di spettatori. Alcuni dei giornalisti locali, che avevano parlato di una donna di 23 anni, hanno raccontato ad Amnesty International di essere stati tratti in inganno dall'aspetto fisico della ragazza.

Aisha Ibrahim Duhulow era arrivata a Chisimaio tre mesi fa, proveniente dal campo profughi di Hagardeer, in Kenya. Nella città portuale somala, Aisha Ibrahim Duhulow era stata stuprata da tre uomini e si era rivolta ai miliziani di "al Shabab", che controllano la zona, per ottenere giustizia. La sua denuncia aveva ottenuto come risultato l'arresto, l'accusa di adulterio e la lapidazione. Nessuno dei tre stupratori è stato arrestato.

Un uomo, che si è qualificato come lo sceicco Hayakalah, ha dichiarato a Radio Shabelle, un'emittente somala: "Lei stessa ha fornito le prove, ha confessato ufficialmente la sua colpevolezza e ci ha detto che era contenta di andare incontro alla punizione della legge islamica".

Secondo i testimoni oculari raggiunti da Amnesty International, invece, Aisha Ibrahim Duhulow ha lottato contro i suoi carnefici ed è stata trascinata a forza nello stadio. Qui la ragazza è stata interrata e i 50 uomini addetti all'esecuzione hanno iniziato a colpirla, usando le pietre appena scaricate da un camion. A un certo punto, è stato chiesto ad alcune infermiere di verificare se la ragazza fosse ancora viva; fatto ciò, la lapidazione è ripresa fino alla morte della ragazza.

"Questa ragazza è andata incontro a una morte orribile, ordinata dai gruppi armati di opposizione che controllano Chisimaio: un altro degli oltraggi ai diritti umani perpetrato dai protagonisti del conflitto somalo, che dimostra ancora una volta l'importanza che la comunità internazionale agisca, attraverso una Commissione internazionale d'inchiesta" - ha dichiarato Amnesty International.

FINE DEL COMUNICATO                                                 Roma, 3 novembre 2008 


Fonte: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1454

ANNOZERO SCONTRI PIAZZA NAVONA

L' altra crisi

LUNEDÌ 3 NOVEMBRE 2008

Fonte:  http://ilcorrosivo.blogspot.com/



Marco Cedolin

Secondo i dati diffusi dall’INPS l’incremento della cassa integrazione nell’ultimo anno ha sfiorato il 70% e nell’ultima mensilità oggetto di rilevazione, quella fra agosto e settembre, l’aumento medio è stato del 53% con una punta massima del 113,79% per quanto riguarda gli impiegati.
Le aziende che stanno ricorrendo alla cassa integrazione appartengono a tutti i settori, da quello industriale con nomi altisonanti come Fiat, Ilva, Electrolux, Aprilia, Skf, Pininfarina a quello dei servizi dove perfino Carrefour, fra i leader della grande distribuzione, ha messo in cassa integrazione a Milazzo una quarantina di dipendenti.
In alcune zone, come il torinese, le aziende che stanno sfruttando la cassa integrazione rappresentano ormai la maggioranza e nella sola Bertone 1.200 dipendenti sono in questa situazione da ben 5 anni.

Accanto ai lavoratori in cassa integrazione ce ne sono anche altri molto più sfortunati, come i dipendenti delle aziende che stanno fallendo o comunque chiudono definitivamente i battenti, i lavoratori delle piccole e piccolissime aziende per i quali la cassa integrazione non è contemplata, i milioni di precari del pubblico e del privato che sono esautorati da qualsiasi genere di tutela.
In provincia di Torino perfino le oltre 300 agenzie interinali, abituate a 
costruire profitto sulle spalle dei precari, dopo alcuni anni d’incremento del proprio fatturato iniziano a trovarsi in profonda difficoltà a causa del mancato rinnovo dei contratti da parte delle aziende alle quali i lavoratori venivano “affittati” e alla crescenti richieste di rimandare indietro i lavoratori prima della scadenza, anche a fronte del pagamento di cospicue penali.

La pesantissima crisi occupazionale, della quale queste sembrano essere solamente le prime avvisaglie, sarà destinata ad acuirsi notevolmente nei prossimi mesi (molti fra i quali Giuliano Amato parlano di 1 milione di posti di lavoro a rischio) non solamente in virtù delle conseguenze della crisi dei mercati finanziari ma anche e soprattutto a causa dell’inadeguatezza di un modello di sviluppo che ormai sta mostrando tutti i propri limiti.
Se da un lato la delocalizzazione delle imprese nei paesi a più basso costo di manodopera intervenuta negli ultimi 2 decenni (con la conseguente emorragia di un sempre più elevato numero di posti di lavoro) e la progressiva perdita del potere di acquisto di salari e pensioni alla quale neppure il ricorso al credito riesce più a fare fronte, stanno determinando un ridimensionamento dei consumi, prodromico di nuove riduzioni dell’occupazione, dall’altro tutto il nostro sistema economico fossilizzato sull’asse produzione/consumo di merci e servizi non sembra in grado di offrire alcun tipo di risposta che possa, anche solo potenzialmente, spezzare il circolo vizioso. Manca sia nel breve che nel medio periodo qualsiasi prospettiva finalizzata a 
ripensare la società e l’economia in chiave diversa da quella imposta dal modello della crescita e dello sviluppo. Manca la volontà di confrontarsi col futuro reinterpretandolo alla luce di una ritrovata sensibilità che sappia introiettare un nuovo senso del limite. Manca qualsiasi proposta concreta che ci consenta di guardare al domani con un minimo di speranza.
In compenso il governo sembra intenzionato a continuare a finanziare con il denaro pubblico, sia il sistema bancario che quello industriale, nel tentativo d’incrementare in maniera schizofrenica la produzione di 
automobili ed elettrodomestici, senza preoccuparsi del fatto che nei prossimi anni nessuno sarà più in grado di acquistarli.

domenica 2 novembre 2008

Rispettare Kyoto conviene

30/10/2008
di Claudio Martini

FIRENZE. Investire sulla difesa del pianeta conviene e il protocollo di Kyoto va applicato. E’ questo quanto emerge dal vertice di Saint-Malo "Climate change: regions in action" a cui partecipano 600 rappresentati da 140 regioni di 60 Paesi del mondo. Le regioni vogliono contribuire ai grandi dibattiti europei e mondiali, nel momento in cui viene negoziato l´accordo finale sul pacchetto "energia-clima" dell´Unione Europea e in cui le discussioni internazionali subiscono un´accelerazione in vista della Conferenza di Copenaghen del 2009 che porrà le basi del dopo-Kyoto. Le regioni hanno competenze sul governo del territorio, sulla programmazione, sulla difesa dell’aria, acqua, uso e smaltimento dei rifiuti, produzione di energia da fonti rinnovabili. Possono quindi attivare azioni importanti per realizzare gli obbiettivi della direttiva 20 – 20 - 20: quella per cui per cui l’Europa entro il 2020 deve giungere all’abbattimento delle emissioni di gas serra del 20%, alla riduzione dei consumi energetici del 20% e all’incremento della produzione di energia da fonti rinnovabili di un altro 20%. In Spagna le regioni lavorano insieme al governo e contribuiscono al rispetto di questo impegno con loro iniziative. In Francia hanno scelto di destinare i finanziamenti comunitari solo ai progetti che prevedono una riduzione delle emissioni. Le regioni italiane presenti al summit condividono l’obiettivo dell’Ue e sono pronte a fare la loro parte. Siamo in sintonia con l’Europa e in controtendenza con il governo nazionale. Abbandonare il pacchetto dell´Unione Europea è irresponsabile. Il governo sostiene che il pacchetto europeo su energia e ambiente sarebbe troppo gravoso, addirittura insostenibile per le industrie italiane. Secondo il governo adempiere agli obiettivi previsti costerebbe all´Italia una cifra compresa tra i 18 e i 25 miliardi l´anno, pari a circa l´1,14% del Pil, mentre i numeri forniti dalla commissione Ue sono assolutamente diversi. I calcoli del Governo non tengono in considerazione che se l’Italia imbocca la strada di una maggiore efficienza energetica e di una maggiore autonomia dal petrolio avremo un risparmio di 7,6 miliardi l´anno nel taglio delle importazioni di idrocarburi e di 0,9 miliardi di euro nei costi per contrastare l´inquinamento. I costi effettivi pertanto scenderanno fino a trasformarsi in un guadagno netto di 600 milioni di euro l´anno. Puntare a una politica di efficienza per edifici, fabbriche, mezzi di trasporto ed elettrodomestici e crescere sul versante delle rinnovabili significherà sviluppo sostenibile e occupazione. E soprattutto significa tutelare la salute del pianeta e garantire un futuro ai nostri figli.

fonte: http://www.greenreport.it/contenuti/leggi.php?id_cont=16304


Ambiente in Comune



Scritto da Administrator   
Sabato 24 Maggio 2008 15:14

E' finalmente on-line (e liberamente scaricabile) la guida promossa da Ancitel in collaborazione con l'Associazione dei Comuni Virtuosi, che raccoglie alcune delle più significative buone prassi in corso di sperimentazione in giro per l'Italia, da parte di enti locali impegnati quotidianamente nella riduzione complessiva della propria impronta ecologica. Di seguito riportiamo un brano della presentazione di Gianluca Fioretti, sindaco di Monsano e presidente dell'associazione.

Questa guida è uno strumento in più a disposizione di quanti intendano sperimentare percorsi sostenibili e azioni pratiche di riduzione dei consumi e di efficienza. Buona lettura!  

Da Kyoto a Bali da Padova a Bisignano da nord a sud, cambiano i punti cardinali, cambiano i riferimenti, cambiano i contesti. Non cambiano invece i contrasti ambientali che accomunano il Nord ed il Sud del mondo.

Le emissioni di gas serra sono praticamente incontrollate, i cambiamenti climatici, sottovalutati per anni, sono entrati con grave ritardo nell’agenda internazionale e stanno incidendo, anzi erodendo, tutte quelle certezze che fino a poco tempo fa sembravano irremovibili nell’immaginario collettivo di un mondo sempre più globalizzato e interdipendente.

La crisi del modello economico basato sulla rincorsa allo sviluppo (parola abusata in tutte le sue accezioni) e sullo sfruttamento illimitato delle risorse primarie, prima su tutte le fonti fossili per la produzione di energia, scuote i centri di potere e le grandi multinazionali, rendendoli finalmente consapevoli che è giunto il momento, se non di fermarsi, di cercare almeno nuovi modelli di sviluppo economico eticamente compatibili.

Antica “culla dell’Occidente”, in questo terzo millennio la nostra Europa può assumere il ruolo di leader di un nuovo modello di sviluppo, basato su nuove linee guida, nuove politiche e sui cambiamenti culturali per migliorare il futuro del nostro pianeta, affrontando quella che è già diventata la nuova grande sfida dell’umanità in questo secolo.

Le possibilità offerte dalle nuove tecnologie, la diffusione della conoscenza e un rinnovato spirito di iniziativa, stanno portando decine di comuni a realizzare progetti concreti e di grande impatto ambientale, in grado di influire positivamente sui bilanci comunali e soprattutto, di creare nuove consapevolezze, nuovi orizzonti e stili di vita tra i cittadini.

In questa direzione si collocano iniziative quali: l’efficienza energetica degli edifici comunali; la raccolta dei rifiuti “porta a porta”; i bandi pubblici per la gestione di servizi attraverso il ricorso alle ESCO (Energy Service COmpany); la certificazione ambientale del Comune secondo il regolamento europeo EMAS; i regolamenti edilizi comunali e gli strumenti di partecipazione attiva per una gestione diretta e compatibile del territorio; i nuovi stili di vita ed una nuova impronta ecologica comunale.

Con oltre nove secoli di storia alle spalle, il Comune italiano, il nuovo “comune virtuoso”, può invertire la tendenza partendo dal basso, con iniziative di grande impatto politico e ambientale verso i suoi cittadini e verso il territorio.

Questa nuova sensibilità è stata colta da Ancitel, che ha creato recentemente una società dedicata, Ancitel Energia e Ambiente, e ha realizzato una Guida ADL dalla quale i Comuni italiani potranno trarre ispirazione.

L’Associazione Nazionale dei Comuni Virtuosi offre il suo contributo, ringraziando Ancitel, i suoi Comuni soci e gli altri Comuni italiani che con le loro buone pratiche stanno aprendo la strada ad un futuro più sostenibile ed armonico con le esigenze della natura.

Gianluca Fioretti, Sindaco di Monsano (AN)
Presidente Associazione Comuni Virtuosi

Marco Boschini, Coordinatore Comuni Virtuosi - www.marcoboschini.it 

fonte: http://www.comunivirtuosi.org/

Il clima nell´ultima provincia dell´impero




24/10/2008
di Mario Tozzi
In un contesto in cui a problemi complessi si danno soluzioni semplici (e apparentemente di buon senso), anche la risposta italiana alla crisi climatica mondiale è una semplificazione di un problema enorme e complicato, ma con l´aggiunta di elementi che, se dati in buona fede, dimostrano un´ignoranza sui temi ambientali che fa restare allibiti. L´Italietta alza la voce dalle regioni remote dell´impero e costituisce un asse di ferro nientemeno che con Polonia e qualche ex provincia sovietica per una battaglia che più di retroguardia non si può. Un provincialismo che parte dall´Alitalia, passa per le impronte digitali ai minori rom e trova la sua degna conclusione nelle tematiche ambientali. E poco importa se l´ultimo stato di avanzamento dell´IPCC ricorda che il cambiamento climatico sarà "stronger, faster and sooner", cioè che avverrà più velocemente di quanto gli stessi scienziati avessero già previsto nel rapporto 2007. Come a dire che non si dovrebbe perdere altro tempo e ridurre le emissioni clima alteranti dal 25 al 40% entro il 2020, mentre, invece, le obiezioni opposte al pacchetto energia dell´Unione Europea dall´Italia vogliono procrastinare ogni decisione. Sono obiezioni di tre tipi, di costi, di adesione ai trattati internazionali e dei rapporti fra economia e ambiente.

A prescindere dal balletto delle cifre su quanto effettivamente pagherà l´Italia per il pacchetto riduzione delle emissioni, la vera domanda è se costerà troppo e la risposta è comunque no. Ci sono ormai decine di calcoli che dimostrano che è il non fare nulla per opporsi al deterioramento climatico ad avere costi che saranno insostenibili: i danni derivati saranno presto pari al valore totale di tutto ciò che l´umanità produce in un anno. E ci sono diversi esempi di aziende, importanti, presumibilmente come le nostre, che in tutto il mondo si riconvertono evitando emissioni inquinanti e guadagnandoci pure, perché risparmiare combustibili fossili è ormai più conveniente che acquistarli. La Du Pont ha aumentato la sua produttività del 30% negli ultimi dieci anni riducendo del 7% il consumo di energia e del 72 % (!) le emissioni di gas-serra, mentre IBM e Bayer hanno risparmiato oltre due miliardi di dollari abbassando le emissioni del 60%. Perfino BP ha risparmiato costi energetici per 650 milioni di dollari abbattendo le emissioni di anidride carbonica del 10%. Uno studio dell´Università di Tor Vergata (e di Angelo Bonelli) computa a 22 miliardi di euro i costi economici, sanitari e sociali dell´inquinamento e del cambiamento climatico (1,3% del PIL) e che comprendono: ritardo per l´applicazione del protocollo di Kyoto (2 M euro/anno), malattie da inquinamento atmosferico (6), costi esterni del trasporto (8), carenza di acqua e desertificazione (3), dissesto idrogeologico (2,5), 

A scala mondiale, se riducessimo le emissioni globali del 40% (portandole a 12 miliardi di tonnellate/anno di anidride carbonica) i 220 miliardi di dollari all´anno teoricamente necessari corrisponderebbero allo 0,3-0,5% del pil mondiale fino al 2030. La spesa mondiale per rimediare ai danni del cambiamento climatico corrisponderebbe, nello stesso periodo, a una cifra ben superiore, fra il 5 e il 20% del pil.

Quando diventerà conveniente, si dice, e si faranno affari sulla mitigazione del cambiamento climatico, allora il libero mercato sistemerà le cose e si darà inizio alla ristrutturazione ecologica del pianeta. Inutile per questo ottemperare agli accordi di Kyoto che non si addicono alla crescita economica mondiale, soprattutto in un momento di crisi. Il problema è, però, quel "quando": se le corporation che governano di fatto i Paesi ricchi non si sono ancora fatte convincere dai dati degli scienziati, cosa le convincerà mai ?

Il protocollo di Kyoto non ha risolto certo la crisi climatica, ma almeno fissa vincoli di legge e crea un diritto internazionale dove prima c´era solo deregulation selvaggia e poi consente uno sviluppo significativo delle energie rinnovabili. Rinegoziare Kyoto al ribasso perché gli Stati Uniti non hanno ratificato il protocollo o perché non l´hanno fatto ancora Cina e India è paradossale: i Paesi effluenti vanno aiutati dagli sforzi economici e tecnologici di chi per secoli ha depredato il pianeta inquinandolo e oggi scopre, guarda un po´, che anche gli altri vorrebbero svilupparsi. Evitiamo almeno che facciano gli errori degli Stati Uniti dove il 5% della popolazione mondiale consuma il 40% delle risorse e inquina per il 35%: metà della produzione di energia elettrica di quel paese viene prodotta ancora con il carbone come un secolo fa. 

Chi sostiene che l´economia viene prima dell´ambiente dovrebbe ricordare che qualsiasi sistema economico è un sottosistema della biosfera, che è sempre esistita anche senza l´economia, mentre è impossibile che avvenga il contrario. Il capitale economico matura proprio a spese del capitale naturale, che, però, purtroppo, è limitato nei fatti: per quanto ancora seguiremo l´incantamento della crescita esponenziale, per definizione impossibile? Insomma, senza un ambiente in buona salute non ci sarà nessuna attività produttiva, almeno non su questo pianeta. A chi lamenta che il prezzo non dovrebbero accollarselo le industrie già fiaccate dalla crisi finanziaria è facile ricordare che è proprio chi è responsabile del danno che dovrebbe pagarlo, a meno di non volerlo ridistribuire fra i cittadini, sulla cui incazzatura converrà cominciare a contare.

fonte:  http://www.greenreport.it/contenuti/leggi.php?id_cont=16185

SETTE IN CONDOTTA

GIOVEDÌ 30 OTTOBRE 2008




Marco Cedolin

Giornali e telegiornali stanno dando in queste ore il massimo risalto alla notizia che il fronte degli studenti impegnati a protestare contro il decreto Gelmini si sarebbe spaccato, dando origine a violenti scontri fra giovani di destra e di sinistra che non avrebbero resistito alla tentazione di anteporre le proprie rivalità all’interesse unitario della protesta. La cronaca delle varie testate giornalistiche lascia intendere che la responsabilità degli eventi sia da addebitarsi ora all’una ora all’altra parte politica, ma ciò che più conta è che tutto il circo dell’informazione stia puntando il dito in direzione delle divisioni nel movimento studentesco che confermerebbero come in fondo non sia cambiato nulla che i giovani continuino a dimostrarsi totalmente incapaci di condurre la protesta in maniera unitaria.

Alla luce di quanto è accaduto nella giornata di ieri e dell’enfasi con la quale i media hanno rappresentato sotto forma di scontri fra studenti delle opposte fazioni, quella che in realtà è sembrata essere stata una vera e propria aggressione tanto organizzata quanto strumentale nei confronti dell’intero corteo studentesco composto da giovani di ogni colore, sono doppiamente soddisfatto delle mie parole con le quali in un articolo di un paio di giorni fa rendevo merito al nascente movimento studentesco di avere impartito una vera “lezione” consistente nell’avere intrapreso una strada che riuscisse a fare prevalere l’unità d’intenti rispetto alle differenze.
Una strada particolarmente sgradita a tutti coloro che da tempo immemorabile continuano a strumentalizzare i giovani ed i movimenti educandoli a quella strategia della tensione che risulta essere funzionale al mantenimento delle proprie posizioni di potere.

La possibilità che in questo Paese inizino a crescere i movimenti politici e di opinione che proprio facendo tesoro della trasversalità politica riescano a risultare più incisivi e partecipati spaventa da morire chi continua a gestire il potere ed ha fatto del "dividi et impera" la propria parola d'ordine.
Spaventa perché maggiore partecipazione significa contestazioni più dure ed articolate. Spaventa perchè all'interno della trasversalità è presente in nuce il "germe" di una nuova sensibilità che potrebbe scalzare la dicotomia "destra" - "sinistra" all’interno della quale intere generazioni di faccendieri politici hanno costruito le proprie fortune. Spaventa perché se i giovani di destra e di sinistra smettessero di bastonarsi a vicenda e iniziassero a guardare alla realtà che li circonda verrebbe meno il controllo delle segreterie di partito. Spaventa perché movimenti trasversali ed organizzati potrebbero saldare alla protesta contro il decreto Gelmini altri temi altrettanto pregnanti e sentiti nel Paese, come la lotta contro il precariato, contro le grandi opere, contro le basi di guerra americane, contro la globalizzazione ed il neoliberismo dei banchieri.

E allora per scacciare la paura e “normalizzare” gli studenti che a questo punto non servono più a nessuno, dal momento che Berlusconi può ormai vantarsi di avere “sistemato” anche la scuola dopo la munnezza di Napoli e gli alleati Veltroni e Di Pietro si apprestano a diventare gli unici depositari della contestazione attraverso un ridicolo referendum, non resta altro da fare che seguire, magari non proprio alla lettera, gli insegnamenti portati qualche giorno fa da Francesco Cossiga che candidamente suggeriva:
''Maroni dovrebbe fare quello che feci io quando ero ministro dell'Interno. In primo luogo lasciare perdere gli studenti dei licei, perche' pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito...''. ''Lasciar fare gli universitari. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle universita', infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le citta'''. ''Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovra' sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri'', nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pieta' e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano''. ''Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine si'.

Il sette in condotta lo merita una classe politica imbolsita e corrotta, sempre uguale a sé stessa anche nella sua reazione di fronte a qualsiasi novità.Gli studenti? In TV e sulle pagine dei giornali stanno diventando i “soliti violenti”, facinorosi, fascisti e comunisti che spaccano tutto, invasati che cercano ogni pretesto per picchiarsi fra loro, come nel 68, come nel 77, come nel 2008, a meno che gli italiani un giorno di questi decidano che è giunto il momento di dire basta al metodo Cossiga.