lunedì 19 ottobre 2009

Anche le Iene non ridono più

Fonte:
di Peter Gomez, da Il Fatto 18 ottobre 2009

C’erano una volta le Iene, un gruppo di ragazzacci che osava ridere in faccia a Berlusconi, mostrare il razzismo della Lega e sbeffeggiare le leggi ad personam. C’erano, ma non ci sono più.

Oggi la trasmissione diretta da Davide Parenti, coautore con Antonio Ricci degli show-cult degli anni 80, è solo l’ombra del suo passato. È in crisi di ascolti, di creatività.

E, quel che è peggio, è costretta a fermarsi persino davanti a onorevoli di seconda fila, come Gabriella Carlucci.

È successo martedì scorso quando, dopo una serie di telefonate con i vertici Mediaset, non è andato in onda un servizio che raccontava come l’ex conduttrice fosse stata condannata a pagare 10 mila euro di stipendio arretrato alla sua portaborse parlamentare. Stessa sorte era toccata, un mese fa, a un pezzo sull’immigrazione che metteva in imbarazzo il ministro Roberto Maroni.

Per questo, Fedele Confalonieri e Silvio Berlusconi, che fino a ieri citavano le Iene e Enrico Mentana come la prova della libertà di mediaset, oggi parlano d’altro. Le foglie di fico non servono più. Il regime non si nasconde per farsi accettare, ma in televisione mostra il volto peggiore per far paura. I tempi, insomma, sono cambiati. Anche nel 2001 il premier era sotto processo per corruzione. Anche allora c’era un giornalista che pedinava un magistrato considerato nemico del gruppo.

Era la Iena Alessandro Sortino. Ma non seguiva Ilda Boccassini, per mostrare le sue calze o per insinuare che fosse “strana”. Lo faceva per dimostrare che era indifesa e per criticare la scelta del Governo di togliere la scorta a un pm antimafia che aveva osato mettersi contro Berlusconi.

Cose di un altro mondo. Allora i vertici mediaset tolleravano che il solito Sortino inchiodasse il senatore Cirami all’omonima legge ad personam o il ministro Lunardi al suo conflitto d’interessi. Adesso è più probabile vedere una Iena sulla luna che davanti al ministro Angelino Alfano per parlare del suo Lodo. Anche allora Berlusconi inondava l’Italia di propaganda, ma il Trio Medusa osava chiedergli conto del celebre “Presidente operaio”, per poi ridergli in faccia. Anche allora l’onorevole Carlucci ebbe un corpo a corpo con il Trio. Ma quello andò in onda.

Come si è arrivati a questo punto? Per capirlo bisogna ricostruire l’escalation delle censure, partendo dalla prima. Quella subita dal programma nel 2001, quando Marco Tronchetti Provera, per fare un favore a Berlusconi, soffoca nella culla “La 7” che minaccia di danneggiare gli ascolti di Mediaset. Le Iene riprendono Tronchetti mentre balbetta improbabile giustificazioni. Il pezzo però viene fermato. In redazione si mugugna, ma si decide di lasciar correre. Così la situazione peggiora. Tanto che, quattro anni dopo, si arriva a una silenziosa protesta. Quando a essere bloccato è un servizio su Francesco Storace, le Iene si riuniscono a Roma e stipulano una sorta di patto: non diciamo niente, ma questa è l’ultima censura. Era invece l’’inizio della fine.

Oggi il Trio Medusa e Sortino non ci sono più. Alla Iena rossa, nel 2007, i vertici Mediaset avevano cancellato un servizio su Mastella e lui se ne è andato. Confalonieri, infatti, non ha voluto sentir ragioni nonostante che proprio Sortino fosse stato diffamato dal figlio di Mastella con false insinuazioni sulla sua carriera. A Segrate, del resto, Mastella è un intoccabile. Lo sa anche Enrico Lucci che, già prima di Sortino, ha dovuto ingoiare la censura di un pezzo sul medesimo politico. Il perché lo dice la cronaca. Mastella in quei mesi stoppa la legge Gentiloni sulle tv e poi fa cadere il governo Prodi. Una scelta politica, ovviamente. La decisione di un uomo, oggi eurodeputato Pdl, che dice con orgoglio: “Confalonieri? È uno dei miei migliori amici”. E chi trova un amico (di Confalonieri) trova un tesoro. Anche alle Iene.

Le merci non salgono sul treno

Fonte:

In Italia, nonostante i proclami e le ipotesi di fantasia, negli ultimi anni le merci “sul treno” continuano a non salire: la percentuale di quelle trasportate su ferrovia nel nostro paese è del 9,9% , nettamente inferiore a quella degli altri paesi europei. Questo, sostanzialmente, a causa dell’assoluta mancanza di volontà, da parte delle Ferrovie di Stato, di costruire un servizio di trasporto merci efficiente, che sia in grado di rivelarsi competitivo rispetto alla gomma.


di
Marco Cedolin

treni
In Italia negli ultimi anni le merci “sul treno” continuano a non salire
L’aspirazione di spostare la movimentazione di una parte delle merci circolanti in Italia dalla gomma al ferro è stata, nell’ultimo decennio, un proposito tanto propagandato (dalle fonti più svariate) quanto scarsamente messo in pratica.

La velleità di operare il trasferimento modale gomma/ferro è stata il cavallo di battaglia usato dalle FS di Moretti (con la complicità di alcune associazioni ambientaliste) per tentare di giustificare la costruzione di nuove linee ferroviarie per i treni ad alta velocità. Linee pagate a peso d’oro, sulle quali (Moretti lo sa bene) le merci non transiteranno mai per tutta una serie di ragioni tecniche economiche e logistiche.

Il trasferimento modale gomma/ferro è stato il fulcro intorno al quale, attraverso il Libro Bianco dei trasporti del 2001, la UE ha costruito la politica dei trasporti dei decenni futuri, costituita da un lungo elenco di cementificazioni indiscriminate, unito a qualche soluzione interessante concernente il migliore sfruttamento delle vie d’acqua.

In Italia, nonostante i proclami e le ipotesi di fantasia, negli ultimi anni le merci “sul treno” continuano a non salire, anzi sembrano perfino scendere in maniera sempre più marcata, come accaduto in Sardegna dove dallo scorso 24 luglio è stato soppresso il servizio di trasporto merci (treno più nave) da e per l’isola, consegnando di fatto l’intero traffico merci nelle mani delle ditte di autotrasporto privato e compromettendo il futuro di oltre 300 lavoratori.

treno merci
La percentuale delle merci trasportate su ferrovia nel nostro paese è del 9,9%, nettamente inferiore a quella degli altri paesi europei
Un recente articolo comparso su Repubblica, all’interno del quale viene annunciata la due-giorni dal titolo “Mercintreno” che Federmobilità organizzerà a Roma il 19 e 20 novembre, fotografa in maniera abbastanza corretta la situazione.

La percentuale delle merci trasportate su ferrovia nel nostro paese è del 9,9%, nettamente inferiore a quella degli altri paesi europei (Inghilterra 11,8%, Francia 15,7%, Germania 21,4%, media europea intorno al 17%) e risulta essere progressivamente in calo.

Questo, sostanzialmente, a causa dell’assoluta mancanza di volontà da parte delle Ferrovie di Stato di costruire un servizio di trasporto merci efficiente, che sia in grado di rivelarsi competitivo rispetto alla gomma consentendo alla ferrovia di raggiungere il 20/25% dell’intero volume di merci trasportate, limite massimo raggiungibile secondo il parere degli esperti per il trasporto merci su ferro in Italia, a fronte di un’offerta di servizio ottimale.

Assoluta mancanza di volontà che, nonostante convegni e seminari organizzati sulla falsariga di “Mercintreno” tentino in qualche misura di offrire spunti in direzione differente, sembra perdurare anche in propensione futura all’interno delle FS.

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L’efficienza del servizio merci prescinde completamente dai progetti concernenti l’alta velocità
Anche se le prospettive non sembrano certo rosee, non ci resta comunque che auspicare un profondo ripensamento da parte diMoretti riguardo all’impegno da profondere nella costruzione di un servizio merci efficiente e competitivo.

Ci preme però sottolineare come l’efficienza del servizio merci prescinda completamente dai progetti concernenti l’alta velocità altrimenti si finisce per fare confusione, correndo il rischio di equivocare, così come intervistato nel succitato articolo di Repubblica, ha evidentemente equivocato il responsabile trasporti di Legambiente Edoardo Zanchini. Quando afferma “in Italia non si è fatto e non si fa nulla. La Francia ha invece intenzione di investire sulle merci per ferrovia, tanto che alcuni treni Tgv sono stati appositamente adibiti per garantire alle derrate stesse viaggi rapidi ed efficienti.”

Per onore d’informazione occorre infatti ricordare, a Legambiente ed a Zanchini, come sia le zucchine che i container non hanno certo necessità di viaggiare ai 300 km/h, bensì di essere gestiti durante l’intera loro movimentazione in maniera efficiente, sicura e puntuale. E come (documentato in articolo della stessa Repubblica) l’azienda ferroviaria francese Sncf, da lui presa a mo di esempio, si trovi attualmente in gravi ambasce proprio a causa della mancanza di utili derivanti dall’alta velocità.

Gravi ambasce che sembra non le permettano di rinnovare, come sarebbe invece necessario, il materiale rotabile relativo ai Tgv e si trovi pertanto al momento indisponibile ad ospitare sugli stessi Tgv derrate alimentari di qualsivoglia sorta.

Effe Corta, dalle parole ai fatti, il nuovo negozio a filiera corta

Fonte:

Ecologia, sostenibilità... Spesso è difficile rendere concreti concetti molto belli come questi. Filiera corta e prodotti alla spina sono state le prime sperimentazioni insieme ai mercati del contadino, al latte crudo e ai detersivi alla spina, per rendere reali queste idee. Ma trovare realtà commerciali che adottino in modo sistematico questi due principi è un'impresa. Qualcuno che ci sta provando c'è, stiamo parlando di Effe Corta, un negozio di Marlia di Capannori, in provincia di Lucca, uno dei Comuni Virtuosi.


di
Martina Turola

staff effe corta negozio capannori
Lo staff di Effe Corta al lavoro
Dalla distribuzione alla spina di latte crudo, attività in cui creatori di Effe Corta erano coinvolti attraverso un'associazione, al nuovo negozio a filiera corta il passo è stato....non così breve.

In Italia, infatti, non esistevano esempi del genere a cui rifarsi. Ce lo raccontano proprio gli animatori di Effe Corta che siamo andati a trovare assieme ad alcuni membri dell'associazione Movimento impatto Zero di Cesena e della lista civica DestinAzione Forlì.

Il “concept” Effe Corta è associare la vendita dello sfuso alla filiera corta, selezionando quindi solo prodotti di buona qualità provenienti dalla propria area geografica, per quanto possibile. La rintracciabilità dei prodotti è garantita da una cartina appesa al muro, a cui sono stati punzonati spilloni numerati che identificano la provenienza specifica di ogni prodotto.

Il negozio si propone come “un'evoluzione del classico alimentari che non può più vendere le stesse cose della grande distribuzione, che a sua volta non riuscirà mai a fare la filiera corta”.

Essendo un progetto così nuovo, ci sono tante soluzioni da trovare e sperimentare.

cibo alla spina effe corta
Cibo per animali alla spina
Prima cosa: intercettare i giusti contenitori per il negozio, gli erogatori da cui vengono dispensati i vari prodotti. Non ci crederete, ma vengono dall'America, perché inItalia non si reperiscono tanto facilmente.

Ma sono proprio questi contenitori trasparenti, riempiti dei prodotti freschi in vendita - più di 100 in totale - a dare al negozio un tocco di colore e vivacità. Esplorando gli scaffali, troverete, accanto a cereali, vari tipi di pasta, caramelle sfuse, verdure ecc.., anche cibo per animali: cani, gatti, canarini!

Passando alla stanza accanto ci sono invece olio, birra, vino, grappa, detersivi e detergenti per l'igiene personale, biodegradabili e anch'essi a filiera corta (provenienti dal raggio di 70 km). E qui sono arrivati i primi problemi di rodaggio, perché alcuni detersivi non sono compatibili con le pompe che li regolano e poi vanno scelti quelli che non si sedimentano.

Un altro aspetto che deve essere perfezionato sulla base dell'esperienza è lagestione delle scorte, dal momento che bisogna capire quali sono i prodotti che “girano” di più. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, infatti, il negozio non ha un magazzino dove vengono conservate le scorte. Sotto gli scaffali dove vengono esposti i prodotti ci sono dei sacchi che garantiscono un minimo di ricambio mano a mano che il prodotto viene venduto: questo perché si vuole mantenere sempre una certa freschezza con rifornimenti continuida parte dei fornitori.

scorte negozio effe corta
Il sistema di scorta di Effe Corta
C'è anche uno sportello ambiente, in cui vengono esposte le offerte di un'azienda locale che effettua interventi di riqualificazione energetica, di installazione di impianti fotovoltaici ed eolici e altre soluzioni tipiche di questo settore. Per ogni nuovo cliente acquisito attraverso il negozio, l'azienda energetica riconosce una piccola percentuale ad Effe Corta.

Risulta abbastanza evidente che il lavoro dietro a tutto questo è molto. Non per niente vi sono coinvolte 6 persone, anche se per 5 di esse Effe Corta rappresenta un doppio lavoro che permette di sfruttare le competenze acquisite attraverso la propria occupazione principale. Quali? Cercare bandi di concorso, attivarsi sui permessi, sviluppare strategie promozionali, creare un sito web.

Quello su cui c'è ancora molto da lavorare è l'aspetto normativo, non per incompetenza di Effe Corta, ma più che altro per la mancanza di norme specifiche che regolano alcune attività del negozio, così nuove nel loro settore da non essere state mai coperte neanche dalle autorità competenti.

L'imbottigliamento dell'olio, ad esempio, o le bottiglie di vino che i clienti riportano per essere riempite, che necessitano di essere pulite e “sanificate”, un procedimento un po' tortuoso che forse potrebbe essere reso più snello.

Sorgono spontanee domande sull'aspetto economico dell'attività. Qual è stato l'investimento iniziale? Come sta andando ora l'attività a quasi due mesi dall'inaugurazione, che si è tenuta il 29 agosto?

alimenti prodotti genuini effe corta
I segreti di un buon prodotto
“Nel primo mese non è andata male, abbiamo bilanciato i costi con le spese” - rispondono quelli di Effe Corta -. ”Alcuni membri dei Gruppi d'Acquisto Solidali (GAS) fanno la spesa qui perché il negozio, essendo una ditta, ha un potere contrattuale maggiore rispetto ai Gas; riesce a strappare prezzi migliori”.

Logico che, come per tutte le nuove imprese, ci vorrà un po' di tempo per rientrare dell'investimento iniziale, che è stato di 70.000 euro circa - ci raccontano - escluso l'immobile.

Non è stato così facile trovare qualcuno disposto a finanziare il progetto. Dopo aver vinto il bando provinciale “Linea di credito nuova impresa” però, i soldi sono arrivati.

Ma la cosa sconvolgente è stata il numero di mail che Effecorta ha ricevuto nei primi due giorni di apertura: 900. Quasi tutte di persone che chiedevano informazioni su come fare per aprire un'attività di questo tipo nel loro territorio. Tanto che i soci di Effe Corta vogliono stilare un vero e proprio codice etico che possa aiutare chi vuole replicare l'iniziativa. Hanno però deciso di aspettare fino a gennaio 2010 per renderlo disponibile, perché ritengono necessaria prima “un'assunzione di responsabilità personale per vedere se l'attività funziona economicamente”.

Sperando che sia così, potrebbe darsi che nel prossimo anno assisteremo alla nascita di un'associazione di tanti negozi a filiera corta, sparsi in modo capillare sul territorio italiano.

Già finito il miracolo cinese?

Fonte:

di Andrea Bertaglio

L’esponenziale crescita del PIL cinese ha subìto una battuta d’arresto tanto brusca quanto inattesa. Colpa della recessione di Stati Uniti ed Unione europea. Valeva davvero la pena per i cinesi abbandonare in massa le campagne per cedere alle tentazioni della società dei consumi ed a un’industrializzazione basata fino all’80% sulle esportazioni in Occidente? Indipendentemente dalla risposta a questo quesito, sono ora in molti a dover tornare sui propri passi.

Dopo aver speso gli ultimi anni sentendo parlare della Cina e di quanto esplosiva ed inarrestabile fosse la crescita della sua economia, ora potremmo iniziare ad abituarci a sentire discorsi che affermano esattamente l’opposto.

La crisi globale, in quanto tale, ha colpito ormai anche il colosso asiatico, il quale si ritrova migliaia di imprese che dipendono fino all’80% dalle esportazioni in Europa ed America, entrambe colpite, come ben sappiamo, dalla recessione.

È proprio questa l’origine del cortocircuito cinese: l’improvvisa frenata degli ordini di merce giunti dall’Occidente. A luglio le esportazioni sono infatti calate del 22,9%, ed anche in questi giorni molte fabbriche stanno chiudendo, dato che gli ordini che si attendevano per il Natale 2009 (elettrodomestici, high-tech, giocattoli, abbigliamento) non sono arrivati.

Questa inattesa battuta d’arresto ha provocato un calo del giro d’affari tra il 25 ed il 40%, venti milioni di “disoccupati made in Usa”, una deflazione con prezzi al consumo in picchiata (-1,8%) ed una drastica diminuzione (questo non è così un male, almeno dal punto di vista ambientale) dei consumi elettrici, in gran parte di origine industriale, arrivata al 48%.

A che cosa ha portato tutto ciò? Alla disfatta precoce di quella che stava diventando la nuova classe media ed al forzato ritorno all’agricoltura della metropolitanizzata “generazione Ikea”. Si, perché come scrive Giampaolo Visetti sulle pagine di Repubblica, mentre «il consumatore globale aspetta, l’ex coltivatore di riso cinese, che nel frattempo ha ceduto la sua terra, perde il posto». E ancora: «Si spopolano, e cadono in rovina, avveniristiche e sconfinate periferie urbane, appena costruite. Le campagne antiche dell’interno, rimaste prive di servizi, popolate di vecchi, scoppiano e si gonfiano di baracche».

Già finito, quindi, il miracolo cinese? Sembrerebbe così, stando al rientro di milioni di persone che hanno perso tutto (e che hanno bruscamente capito che solo la terra può garantire il sostentamento necessario anche quando la crisi economica diventa globale) e che coprono migliaia di chilometri per tornare da sconfitti in irriconoscibili luoghi d’origine, nel frattempo consacrati a loro volta allo “sviluppo”. Se all’Occidente sono serviti oltre sessant’anni per capire quanto false fossero le promesse della società dei consumi, ai cinesi ne sono bastati meno di dieci.

Ma è davvero così? Il messaggio del governo sembra perentorio: le previsioni di crescita occupazionale, parecchio ottimistiche anche in questo momento, sono una priorità e devono avverarsi. E speriamo sia così, perché , come dice Shi Xiao, direttore dell’Osservatorio sociale di Shanghai, «è il lavoro il vero nervo scoperto di questo potere. Ha puntato tutto sul denaro, facendo dimenticare al Paese i suoi diritti. Se fallisce sull’occupazione, il governo potrebbe presto sentirsi rivolgere domande sulla democrazia».

I nuovi disoccupati della costa meridionale della Cina continentale e in particolare provenienti dal Guangdong, spaventano molto più di tibetani e uiguri (altra minoranza etnica turcofona ed islamica che vive nel nord-ovest del Paese), poiché da minoranza gli ex operai disoccupati potrebbero diventare maggioranza ed incrinare “il trionfante nazionalismo capitalista degli han”.

A chi invece un lavoro in questi ultimi mesi è rimasto (spesso in cambio di “anticipi retributivi” fornite alle ditte, con la promessa di riceverli entro quattro anni – cioè pagando per lavorare!), lo stipendio medio è calato di oltre il 5%, portando la media nazionale a 160 euro al mese. Nessuno in Cina si aspettava questi tagli occupazionali in imprese privatizzate per il 95% negli ultimi trent’anni, e dei 225 milioni di contadini cinesi che dal 2000 ad oggi si sono trasformati in operai, come già detto, venti sono dovuti tornare sui propri passi.

Sarà l’inizio di una riconversione virtuosa della società e dell’economia cinese, già svegliatasi da una sorta di sogno (bello o brutto a seconda dei casi), o semplicemente l’inizio della fine di questa nuova Cina che, chiamata dagli Usa a “salvare il mondo”, non riuscirà nemmeno a salvare se stessa? Le previsioni non fanno ben sperare, perché evidentemente è stato molto più facile adattarsi agli stili di vita occidentali (o presunti tali), che non ri-abituarsi alla vita rurale di origine.

Forse l’unica cosa di cui hanno bisogno i cinesi è ottimismo.

Un po’ come per gli italiani che possono far fronte alla crisi con un rilancio dei consumi da praticare con un bel sorriso stampato in faccia. E se lo possiamo fare noi, figuriamoci i cinesi, ancora galvanizzati dall’euforia di una crescita economica mai vista prima.

Nello sfacelo cinese in corso, infatti, gli unici dati in crescita riguardano la vendita di automobili (+63,6% solo nel mese di luglio), grazie agli incentivi dello Stato ed agli sconti fiscali che possano tenere in piedi, ancora per un po’, il “miracolo cinese” ed il perentorio ordine di una crescita occupazionale che già non c’è più.

La saga del giornalismo vendicativo

Fonte:

19 ottobre 2009
Fermi tutti. C’è un nuovo scoop. Il Giornale di Vittorio Feltri ha “scoperto” cheCorrado Augias è stato una spia dei servizi cecoslovacchi fra il 1963 e il 1967. E così arrivano in pagina non uno ma ben due articoli, ben due puntate per indagare i segreti della fonte “Donat”, informatore coltivato al servizio del patto di Varsavia. La storia è così splendidamente ridicola, che meriterebbe di essere approfondita. A distanza di quarantanni, vicende come questa – lo abbiamo visto con il dossierMitrokhin – diventano paradossi storiografici, melma, falsi d’autore, indistinguibili miscele di verità e menzogna. Spesso una spia che vuole mettere una cena in nota spese si inventa una fonte. Dopo mezzo secolo la velina di quella cena salta fuori da un archivio o da una latrina, ed ecco che qualcuno si ritrova nel tritacarne.

Quello che mi interessa di più, però, è il fatto che si sia aperto un ulteriore capitolo nella recente saga che segna il passaggio dal giornalismo “investigativo” al giornalismo “vendicativo”. Non più un giornalismo che scrive le notizie perché le trova, o perché i fatti accadono, ma un giornalismo che deve cercare i fatti, farli accadere, riciclarli (o in casi estremi inventarli) perché c’è l’esigenza di colpire qualcuno. La casistica si allunga ogni giorno: Vittorio Feltri arriva al
Giornale ad agosto e apre le danze mettendo nel mirino il direttore di Avvenire Dino Boffo. Si scrive che è stato condannato per molestie e sospetto di omosessualità (non importa quando. Adesso torna utile dirlo). Ma quale è il suo peccato? Aver permesso che su Avvenire (che pure era di centrodestra!) si affacciasse qualche timida critica al premier. Il secondo atto è stato l’attacco al direttore di La Repubblica Ezio Mauro. Ha comprato o no una casa pagando una parte del suo acquisto in nero? Allora vada alla sbarra pure lui: il suo giornale è uno di quelli che ha scritto male del premier. E il giudice Mesiano? Si è permesso o no di esprimere un verdetto ostile al Cavaliere? Nella sua città precipitano gli angeli sterminatori del giornalismo vendicativo, e iniziano a setacciare tutto, dall’anagrafe alla barberia dove il magistrato si va a tagliare i capelli, alla ricerca di una pistola fumante.

Adesso si è arrivati ad Augias, nemmeno fosse
la Talpa di Le Carrè. Ma non tiene la rubrica della posta sul quotidiano di Largo Fochetti questo signore? Dunque anche lui è colpevole. Il giornalismo vendicativo è un genere sporco, e questo lo capiscono anche i sassi. E poi magari Augias è anche il padre della moglie, di quel giornalista di Mediaset – Pietro Suber - che si è permesso di dimettersi dal Cdr, dopo le meravigliose inchieste di Mattino 5. Dunque uno che va punito per almeno due buoni motivi. Non è un caso che, sia sul Giornale che a Mediaset, le operazioni siano spesso gestite da persone esterne alle redazioni. Spesso qualcuno prepara la polpetta, e poi la polpetta vaga da una scrivania all’altra, viene passata alle redazioni perché la cucinino a dovere. Per vincere le resistenze dei giornalisti che si vuole far diventare buche delle lettere (minatorie), però, serve un grande sforzo propagandistico e logistico. Se devi fare l’articolo sui calzini turchesi di Mesiano, per esempio, ti serve una collega che abbia un contratto a termine e che non possa dire di no. Se devi fare le scarpe ad Augias, si prende addirittura uno che sulGiornale non ha mai scritto e gli si consegna direttamente la prima pagina: è lo sputtanamento chiavi in mano. Se devi colpire Mauro si ricicla un pezzo pubblicato su un blog addirittura tre anni prima da un giornalista che scrive per un quotidiano concorrente: non è importante cosa si fa e chi lo fa, ma quanto male fa. E poi si dice ai giornalisti di quelle redazioni, che spesso assistono attoniti, o che magari sono combattuti, due cose: 1) In fondo stiamo solo facendo ai nemici del premier quello che i giornali hanno fatto a lui. E poi 2) State tutti in campana perché non c’è nessuno di voi che non abbia uno scheletro nell’armadio. Non si tratta di due minacce inefficaci: in tutti i paesi del mondo non c’è ombra di dubbio che qualsiasi giornale scriverebbe che il premier va a puttane. In Italia non pochi oggi si ripetono: chi la fa l’aspetti. Le prime rasoiate hanno già prodotto la sensazione che tutti possono essere colpiti.

Io non credo, purtroppo, che scrivendo questo articolo posso dare il minimo fastidio ai nuovi angeli sterminatori: è poco meno della puntura di uno spillo. Ma in ogni caso, se dovesse servire, voglio fornire qualche spunto: sono indietro di tre mesi con il pagamento della rata del condominio, ho diverse multe inevase, ho fatto il servizio civile in un quartiere di periferia invece che servire la patria, due settimane fa ho litigato vivamente con mia madre per telefono, e – proprio sotto la redazione de
Il Fatto - ho mandato a quel paese un tizio che mi stava urtando il motorino con la sua Mercedes. In un libro che ho pubblicato pochi mesi fa ho intervistato l’ex interprete di Togliatti, uno che al 90 per cento era un agente delKgb (e mi ha fatto simpatia), per ben due volte ho provato mettermi a dieta e, anziché dimagrire, sono ingrassato. La cosa positiva è che, rispetto all’infamia concettuale del giornalismo vendicativo di conio feltriano, anche lo scheletrino peggiore che riesco a trovare nell’armadio, mi sembra una figurina amena. Ma chissà: magari loro trovano di meglio.

domenica 18 ottobre 2009

Banche

sabato 17 ottobre 2009

Chi paga il Talebano

Fonte:

17 ottobre 2009
di Massimo Fini

In un circostanziato articolo il
Times accusa i militari italiani di stanza a Surobi fino a luglio 2008 di aver pagato tangenti ai Talebani per non essere attaccati. Il ministroLa Russa ha smentito sdegnosamente e querelato il Times. Ma ha aggiunto prudentemente: “Nell'estate 2008 ero ministro da poco”. Infatti c'è poco da smentire. Non è la prima volta che gli italiani si comportano così. In Libano, nel 1982, il generale Angioni si mise d'accordo con quelli che avrebbe dovuto combattere. In Iraq, dopo Nassirya, ci siamo accordati con Moqtada al Sadr e non abbiamo più avuto problemi. In Afghanistan la novità è la tangente pagata direttamente al nemico. Un accordo c'era anche a Herat. Saltò quando, il 3 maggio 2009, un convoglio di militari italiani, con i nervi a fior di pelle, sparò a una Toyota che procedeva in senso inverso, regolarmente sulla propria corsia, uccise, decapitandola, una bambina di 12 anni e ferì tre suoi congiunti. Era una famigliola che andava a un matrimonio. Da allora gli attacchi agli italiani cessarono di essere “dimostrativi” (tanto per non insospettire troppo gli americani) e, dopo il ferimento di tre paracadutisti, a settembre ci fu l'agguato mortale a Kabul. Noi siamo alleati fedeli (come i cani) ma sleali. Gli inglesi che sono quasi gli unici a combattere sul serio, e che hanno perso solo nei mesi estivi quasi 40 uomini, si sono stufati e hanno fatto filtrare le notizie al Times.

Peraltro non sono solo gli italiani a fare i felloni. Scriveva il 19/9 l'inviato del
Corriere Lorenzo Cremonesi: “Milioni arrivano ai talebani dalle tangenti versate dai contingenti occidentali in cambio di protezione”. E altri da tangenti pagate agli insorti perché permettano il passaggio dei rifornimenti dal Pakistan. Ce n’è quanto basta per farsi un'idea di chi controlla realmente il territorio in quel Paese. Come se ne esce? Parole di saggezza sono venute dal vicepresidente Usa Joe Biden che ha capito una cosa: i Talebani non hanno niente a che vedere col terrorismo internazionale, gli interessa solo il loro Paese e non costituiscono un pericolo per l'Occidente. Ha detto Biden: “I talebani sono un gruppo indigeno, ben radicato fra la popolazione, che aspira a conquistare pezzi di territorio ed eventualmente a governare il Paese ma non ambisce ad attaccare gli Stati Uniti”. E ha fatto anche capire che sarebbe possibile un accordo col Mullah Omar, disponibile a liberarsi del centinaio di quaedisti che oggi sono in Afghanistan, memore di quanto gli costò, nel 2001, la presenza di Bin Laden. Omar non è né un terrorista, né un criminale, né un pazzo, è un uomo pragmatico che firmerebbe all'istante un accordo di questo tipo: fuori gli stranieri, in cambio solide garanzie che a nessun terrorista internazionale sia permesso di circolare liberamente in Afghanistan. Nel 2000 bloccò la coltivazione del papavero, è sicuramente in grado di cacciare a pedate quattro quaedisti strapenati.

da Il Fatto Quotidiano n°21 del 17 ottobre 2009

don Paolo Farinella

venerdì 16 ottobre 2009

Due sentenze quattro bugie

Fonte:

16 ottobre 2009, in MARCO TRAVAGLIO


Vignetta di Bertolotti e De PirroLa doppia sberla subìta da Berlusconi sui lodi Mondadori e Alfano ha partorito una serie diballe spaziali che, grazie al silenzio del Pd e all'avallo della stampa 'indipendente', sono subito diventate Vangelo.

1. Non è vero che - come strillano i berluscones e ripete Pappagalli della Loggia sul 'Corriere della Sera' - "innovando la sua stessa giurisprudenza la Consulta ha stabilito che una legge ordinaria non basta, ci vuole una legge costituzionale" per immunizzare le alte cariche. Già nella sentenza del 13.1.2004 che bocciò il lodo Schifani, la Corte scrisse: "Alle origini dello Stato di diritto sta il principio della parità di trattamento rispetto alla giurisdizione. regolato da precetti costituzionali". Poi, per respingere il lodo,
ritenne sufficienti quattro profili di incostituzionalità nel merito; quanto al fatto - pure contestato dal Tribunale di Milano - che la schifanata era solo una legge ordinaria, tagliò corto: "Resta assorbito ogni altro profilo di illegittimità costituzionale". Dunque, non disse mai che, per derogare al principio di eguaglianza, basta una legge ordinaria.

2. Non è vero - come scrive Angelo Panebianco sul 'Corriere' - che "nel '94 la caduta del governo Berlusconi fu propiziata dalla garanzia offerta ai congiurati che non ci sarebbero state immediate elezioni anticipate. Ma al Quirinale oggi siede un vero custode della Costituzione come Napolitano". Il primo governo Berlusconi cadde perché
la Lega gli tolse la fiducia in dissenso sulla riforma delle pensioni. Scalfaro, con buona pace dello smemorato editorialista, fece quel che gli imponeva la Costituzione: verificò l'esistenza di un'altra maggioranza e la trovò intorno al governo Dini, scelto dallo stesso Berlusconi, che poi gli negò la fiducia. Nessuna congiura, nessun 'ribaltone'.

3. Non è vero che Berlusconi rappresenta il 68 o il 72 per cento degli italiani né che - come strombazza Panebianco - "gode di consensi più forti, secondo i sondaggi, di qualunque governo del recente passato al secondo anno".
Le Europee di giugno parlano chiaro: il Pdl ha raccolto 10.807.794 voti, cioè il 35,26% del 60,81% dei voti validi, cioè il 21,47% degli aventi diritto. E la Lega il 6,21%. L'opposizione parlamentare si divide il 24,75%, quella non approdata in Parlamento oltre il 10, mentre il totale di astensioni, bianche e nulle tocca il 37,17. Traduzione: il centro-destra rappresenta meno del 28 per cento degli elettori, il Pdl un italiano maggiorenne su 5. Berlusconi ha raccolto la miseria di 2,7 milioni di preferenze: il 5,7 per cento degli elettori, poco più di uno su 20.

4. Non è vero che Berlusconi è stato "eletto dal popolo".
L'Italia è una Repubblica parlamentare: il popolo elegge il Parlamento che esprime una maggioranza in cui il capo dello Stato pesca il presidente del Consiglio. Se il Cavaliere, troppo occupato con i giudici o le escort, non ha tempo per governare, può passare la mano a un collega di partito. Come fanno in tutte le democrazie i politici indagati (imputati non ne risultano).
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Mc Donald’s vs Mac Bün: la multinazionale Americana diffida il cibo locale

Fonte:

Graziano Scaglia, allevatore di Rivoli, ha deciso di aprire una “agri-hamburgeria” nel centro del paese, dove proporre panini fatti utilizzando solo carne degli animali proveniente dalla propria azienda, oltre a verdure e formaggi rigorosamente prodotti dalle imprese agricole del territorio. Adesso però si è visto diffidare dal Mc Donald’s con la scusa che il nome scelto per la sua attività, Mac Bün (in dialetto “solo buono”) ricorderebbe il marchio della multinazionale americana.

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Con la scusa del nome scelto per la sua attività, Mac Bün (in dialetto “solo buono”), Mc Donald's ha diffidato un allevatore di Rivoli
Ha chiamato la sua attività, dove serve agri-hamburger fatti con carne di vitello di razza Piemontese, “Mac Bün” – in dialetto “solo buono” –, ma ora si è visto diffidare dal Mc Donald’s con la scusa che il nome ricorderebbe il marchio della multinazionale americana. E’ la storia di un allevatore della Coldiretti al quale il colosso statunitense ha deciso di muovere guerra.

Graziano Scaglia, 39 anni, allevatore di Rivoli che già aveva avviato uno spaccio aziendale per la vendita diretta dei suoi prodotti, ha deciso di aprire una “agri-hamburgeria” nel centro del paese, dove proporre panini fatti utilizzando solo carne degli animali proveniente dalla propria azienda, oltre a verdure e formaggi rigorosamente prodotti dalle imprese agricole del territorio, pane artigianale e vino del Monferrato.

L’idea ha subito riscosso un buon successo - evidenzia la Coldiretti -, con una vendita di 300 hamburger al giorno, serviti con formaggio piemontese fuso.

Un ottimo esempio di filiera corta e una alternativa intelligente ai fast food tradizionali nei quali si serve cibo anonimo e indifferenziato - sottolinea Coldiretti -, garantendo trasparenza ai consumatori, reddito agli agricoltori e occasione di sviluppo economico per l’intero territorio.

Al momento però di depositare il nome della sua attività – Mac Bün Slow Fast Food –, l’allevatore piemontese ha ricevuto - spiega la Coldiretti - una lettera dei legali della multinazionale con la quale si intimava di ritirare la richiesta in quanto il nome “Mac Bün” ricorderebbe troppo il marchio McDonald’s. L’allevatore si è difeso spiegando che il termine da lui scelto appartiene al dialetto piemontese e viene utilizzato solitamente proprio per riferirsi al cibo genuino, “solo buono” appunto.

In attesa di dirimere la questione e inaugurare ufficialmente la sua agri-hamburgeria - rileva la Coldiretti - Scaglia ha per ora deciso di “censurare” il logo che identifica il locale, sostituendo le lettere “ac” di “Mac” con due asterischi.

L’idea dell’allevatore piemontese - aggiunge Coldiretti - è un ottimo esempio delle possibilità dell’impresa agricola di accorciare i passaggi all’interno della filiera e di offrire ai consumatori un prodotto sano, di qualità, agricolo e al cento per cento italiano. Obiettivo che è al centro del progetto per una filiera agricola tutta italiana lanciato da Coldiretti per tagliare le intermediazioni e arrivare a offrire attraverso la rete di Consorzi Agrari, cooperative, farmer market, agriturismi e imprese agricole cibi totalmente italiani, firmati dagli agricoltori, al giusto prezzo il cui argomento è al centro del Forum Internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione di Cernobbio, che si conclude il 17 ottobre prossimo.

La speranza dell’allevatore piemontese è ora quella di poter vincere la battaglia contro la multinazionale. Magari come accaduto in Puglia, dove una “focacceria” tipica ha costretto un grande fast food straniero alla chiusura, tanto da diventare soggetto di un film.

Influenza suina: partono le vaccinazioni tra i dubbi della Corte dei Conti (e non solo)

Fonte:

La vaccinazione di massa per l'influenza H1N1 è cominciata nonostante i casi siano meno del previsto e una fitta nebbia avvolga il contratto tra Ministero della Salute e Novartis, la fornitrice del vaccino contro il virus suino.


di
Andrea Boretti

vaccino influenza suina
“Abbiamo appena varato la sconfitta del virus suino” ha detto l'Assessore alla Sanità della Regione Lombardia Luciano Brescianini a seguito della prima vaccinazione di un operatore sanitario italiano
“Abbiamo appena varato la sconfitta del virus suino” ha detto Mercoledì 14 l'Assessore alla Sanità della Regione Lombardia Luciano Brescianini a seguito della prima vaccinazione di un operatore sanitario italiano. Il programma, il primo a partire in Europa, continuerà nei prossimi giorni con altri operatori sanitari - anche se solo il 30% dei medici di famiglia si sottoporrà alvaccino per la stagionale e a quello per l'H1N1 - e continuerà con i soggetti tra i 3 e i 28 anni che secondo le autorità sarebbero i più a rischio.

All'Assessore Bresciani fa eco il solito sottosegretario Fazio il quale sembra ormai, invece, arrendersi alla realtà: "l'allarme per l'influenza A è sicuramente sopravvalutato".

Come, sopravvalutato? Ma non era la peggiore pandemia del secolo, simile alla spagnola, quella di inizio '900 che ha fatto strage di milioni di europei? Com'è possibile allora che solo 10000 persone (contro le 50000 previste)siano state, ad oggi, contagiate?

Probabilmente è un miracolo, probabilmente siamo stati fortunati o forse è tutto merito di Topo Gigio e dei suoi insuperabili consigli che vale la pena di ricordare qui:

- lavati le mani col sapone (buona idea)

- se non te le sei lavate non toccarti il naso e non metterle in bocca!

- copriti la bocca quando tossisci (eh dai...)

- apri le finestre per cambiare aria (fa sempre bene)

- se hai la febbre o il raffreddore sta a casa dal lavoro (con buona pace di Brunetta)

vaccino influenza suina ministero sanità
24 milioni sono le dosi di siero commissionate alla Novartis dal Ministero della Sanità
Topo Gigio o meno, la pandemia si squaglia al primo sole d'autunno, anche se ormai , a onor del vero, ciò che veramente interessava è stato fatto e comprato: il vaccino! 24 milioni sono, infatti, le dosi di siero commissionate alla Novartis dal Ministero della Sanità, per una cifra che ancora oggi è avvolta nel buio più completo al punto che neanche la Corte dei Conti è stata in grado di venirne a conoscenza. Se le indiscrezioni parlano di 200 milioni di euro la verità è che, nonostante i controlli, sono molti e irrisolti i dubbi della Corte, la quale afferma di aver dato il via libera all'ordinanza del Presidente del Consiglio solo per i caratteri di "eccezionalità" e "urgenza" che presentava.

Nonostante la riservatezza del contratto con la Novartis, tra le righe della delibera della corte trapelano alcune parti dello stesso, ovvero quelle che più di altre hanno sollevato dubbi nella corte stessa. Tra questi il fatto che il contratto sia stato stipulato prima che il vaccino - chiamato Focetria - esistesse e fosse autorizzato dal''UE. A partire da questo dato il contratto, sottolinea la Corte, include «la possibilità di mancato rispetto delle date di consegna del prodotto senza l’applicazione di alcu na penalità». Inoltre "anche in assenza dell’autorizzazione all’im missione in commercio in Italia» il Ministero appare obbligato ad accettare il vaccino.

Ma non è tutto. Il Ministero sarebbe rimborsato in caso di danni causati a terzi solo nel presenza di difetti di fabbricazione, mentre in tutti gli altri casi ad essere rimborsato sarebbe la Novartis, la quale, ovviamente, è l'unica chiamata a definire se il vaccino è difettoso oppure no. Infine, sempre secondo l'Ufficio controllo della Corte, il contratto sarebbe «carente del parere di un organo tecnico in grado di attestare la con gruità dei prezzi».

Ormai sono tutti dettagli, i soldi - quanti non si sa e non si capisce perchè non si debba sapere essendo denaro pubblico - sono stati spesi per la felicità della Multinazionale Novartis e anche nostra, visto che la sconfitta del virus suino è stata così varata!

mercoledì 14 ottobre 2009

No-Tav, la valle di Susa mette in crisi il PD torinese

Fonte:

di Giorgio Cattaneo

Nuove complicazioni in vista per il “partito unico” che da anni sostiene la necessità di aprire in valle di Susa una linea speciale per l’alta velocità ferroviaria, contro il parere della popolazione, che pretende spiegazioni decisive (mai fornite) sull’utilità reale dell’infrastruttura. La notizia di questi giorni riguarda il Pd, che denuncia la clamorosa “diserzione” di 50 iscritti, tutti amministratori valsusini, schieratisi dalla parte del movimento No-Tav alla vigilia della temuta ripresa delle attività cantieristiche, annunciata per l’autunno dal premier Silvio Berlusconi e dal ministro Altero Matteoli: entro ottobre dovrebbe scattare il nuovo ciclo di scavi geognostici, a Chiomonte.

Le nuove prospezioni geologiche, secondo i piani, serviranno a valutare la consistenza del sottosuolo alle falde del massiccio dell’Ambin, in previsione del futuro euro-tunnel ferroviario tra Italia e Francia. Sul versante italiano, tra gallerie e trincee, l’itinerario dovrebbe svilupparsi sulla destra orografica della valle attraversata dalla Dora Riparia, sotto i rilievi del parco naturale dell’Orsiera-Rocciavré e della Sacra di San Michele, millenaria abbazia, monumento simbolo del Piemonte. I lavori verrebbero considerati di minor impatto ambientale, rispetto al progetto inziale disegnato alle pendici del Moncenisio e del Rocciamelone, bloccato nel 2005 dopo la quasi-insurrezione della valle, con 70.000 persone schierate a sbarrare strade, autostrada del Fréjus e ferrovia Torino-Modane.

Dalla grande protesta del 2005 nasce la decisione di stralciare la Torino-Lione dalla “legge obiettivo”, che prevede procedure accelerate e senza una valutazione standard dell’impatto ambientale, nonché la creazione dell’osservatorio tecnico presieduto dal commissario governativo Mario Virano, alla guida di un organismo consultivo incaricato di “dialogare” con la popolazione attraverso gli amministratori locali, nel 2005 saliti anch’essi sulle barricate indossando la fascia tricolore.

Dopo il nulla di fatto del governo Prodi, che sulla Tav non ha preso nessuna decisione grazie anche al freno opposto da Verdi e comunisti, il governo Berlusconi ha annunciato l’imminente ripresa dei lavori. Mentre nel 2005 la popolazione locale si oppose in modo anche drammatico all’avvio di un progetto ormai in fase avanzata, frutto di anni di analisi geologiche, ora si tratta di ripartire da zero, avviando una nuova serie di carotaggi, sul versante opposto della valle, per poi predisporre, successivamente, un progetto di tracciato vero e proprio.

A indispettire i valsusini, ora, è la notizia che la Torino-Lione (contrariamente alle promesse del 2005) sarebbe re-inserita nella “legge obiettivo” per le grandi opere. Di qui la crisi diplomatica con Virano e il suo osservatorio torinese. A cui si aggiunge l’aperta ribellione politica del Pd locale, che - dopo tre anni di paziente silenzio, in attesa di possibili mediazioni risolutive - alla vigilia del congresso nazionale del partito si è schierato, come già nel 2005, dalla parte del movimento No-Tav.

Non è infatti il solo centro-destra ad allarmare la maggioranza dei valsusini, che la scorsa primavera - alle amministrative - hanno arginato l’offensiva elettorale del Pdl, tesa a conquistare terreno e ridurre il numero di sindaci “ribelli”, ostili all’alta velocità. Il vero problema è che sia il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, sia la presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso, sulla Torino-Lione la pensano esattamente come Silvio Berlusconi: precedenza assoluta all’alta velocità in valle di Susa, sia pure minimizzandone l’impatto e contrattando con la popolazione locale un’adeguata contropartita.
Quanto basta, evidentemente, per indurre gli amministratori valsusini iscritti al Pd a sfidare dichiaratamente il partito. Non si tratta di un gesto irrilevante: sullo sfondo si profilano infatti le elezioni regionali del 2010, che si annunciano estremamente incerte, con sondaggi che attribuiscono la vittoria al Pdl. Anche qualora l’Udc si schierasse col centro-sinistra, si attende un risultato al fotofinish, nel quale potrebbe pesare - eccome - il voto della valle di Susa.

Il nodo fondamentale, purtroppo, non è mai stato risolto. Alle accuratissime contro-osservazioni del movimento No-Tav, che ha mobilitato i migliori specialisti universitari italiani, i vari governi (nazionali e regionali, di ogni colore) non hanno mai opposto ragioni inoppugnabili a sostegno dell’infrastruttura ferroviaria, definita “strategica” ma senza mai chiarirne il ruolo, l’utilità effettiva, il valore reale. Tutte le “certezze” sulla Torino-Lione, in compenso, sono negative: cantieri devastanti, impatto pericoloso sulle falde acquifere, paesaggio sfregiato per sempre, rischi per la salute (polveri), enorme investimento di denaro pubblico.

Se il movimento No-Tav ribadisce la linea della fermezza (”no al treno, senza se e senza ma”), i sindaci hanno a lungo atteso una proposta strategica per il territorio, in grado di compensare almeno in parte i sicuri danni in arrivo. Se questa partita continua a mantenersi più che mai incerta, sarebbe auspicabile - quantomeno - un pronunciamento chiaro, documentato e inattaccabile sulla reale utilità dell’opera, finora soltanto presunta e mai dimostrata in alcun modo, ancorché continuamente decantata: con un lessico imbarazzante (sviluppo, progresso) che, più che la cultura dell’attualità internazionale del 2009, richiama il dopoguerra e gli anni ‘50.

4 ottobre 2009: Petra Reski

Fonte:

martedì 13 ottobre 2009

Sweetness is big money. La Francia autorizza l’uso e la commercializzazione della Stevia

Fonte:


La pubblicazione del decreto interministeriale francese di autorizzazione all'uso e alla commercializzazione del rebaudioside A (Reb A), sul Journal officiel del 6 settembre scorso, ha aperto di fatto le porte del mercato europeo alla SteviaRebaudiana. Si tratta di una pianta sudamericana (della famiglia delle Asteraceae) utilizzata da secoli, in particolari dai Guarani, come dolcificante e pianta medicinale. Il potere dolcificante dei suoi estrattti, tra questi il rebaudioside A, può essere fino a 300 volte superiore a quello dello zucchero normale. La Stevia è senza calorie e ha un indice glicemico nullo.

Essa è utilizzata in Giappone già dalla metà degli anni '70.
Perché viene autorizzata in Europa solo adesso?

La risposta è semplice "Sweetness is big money", ovvero "la dolcezza fa guadagnare tanti soldi", come ha dichiarato Rob McCaleb, fondatore e presidente dell'americana Herb Research Foundation.

Per anni la Stevia ha subito la concorrenza scorretta dell'aspartame, utilizzato nella produzione di bibite con poche calorie. Negli ultimi anni però il mercato delle bibite "light" ha cominciato a perdere quota, proprio a causa delle oramai nota tossicità dell'aspartame. Nonché delle conseguenti scelte di acquisto dei consumatori, che si orientano sempre più verso i prodotti naturali.

Di fronte a questa situazione i così detti soda giants come Coca Cola e PepsiCo, non sono rimasti con le mani in mano, se è vero che sono stati proprio i loro rispettivi fornitori di dolcificanti (Cargill e Merisant), a presentare la richiesta di autorizzazione alla Food & Drug Administration (FDA) l'anno scorso. Autorizzazione che, dopo anni di provvedimenti contrari (la Stevia era autorizzata solo come integratore alimentare), non si è fatta attendere molto ed è stata rilasciata dalla FDA lo scorso 19 dicembre (Libération, 26.12.2008).

La Francia, e con essa l'Europa, non fa altro che mettersi al passo dei giganti americani, spinte dalla preoccupazione di non perdere troppe quote di mercato. Secondo Rabobank, banca specializzata nel settore agroindustriale, le vendite globali di Reabaudioside A potrebbero raggiungere i 700 milioni di dollari nei prossimi cinque anni. Una quota enorme se si considera che nel 2008 il mercato dei dolcificanti ad alta intensità è stato stimato in 1,3 miliardi di dollari.

Sweetness is really big money.

Fiorenzo Fantuz