martedì 13 ottobre 2009

La guerra del cibo comincia dal riso

Fonte:

Non c’è abbastanza riso per sfamare il mondo; la popolazione continua ad aumentare e ogni minuto si perde un ettaro di terreno agricolo sfruttabile. Una nuova guerra mondiale, quella del cibo, pare quindi alle porte. Una guerra che, come se non bastasse, sta causando una perdita della biodiversità alimentare con conseguenze anche a livello sanitario.


di
Andrea Boretti


"Credo che oggi sia in corso una nuova Guerra mondiale: quella del cibo" dice Vandana Shiva, fisica e scienziata che ormai da anni si batte per la biodiversità in agricoltura e per l'indipendenza dei contadini indiani. Una guerra su più fronti, che si gioca sul controllo delle risorse, dei terreni e delle sementi e che nei prossimi anni è destinata a inasprirsi con il continuo aumento della popolazione mondiale che raggiungerà i 7,7 miliardi di persone nel 2050.

In questo senso, è particolarmente preoccupante l'affermazione di Robert Ziegler, Direttore Generale dell'International Rice Institute, secondo cui "non c'è abbastanza riso per sfamare il mondo (...) ma in particolare è difficile mantenere il prezzo del riso attorno ai 300 dollari a tonnellata, cosa che permetterebbe ai piccoli produttori dei Paesi poveri di ottenere qualche profitto e contemporaneamente ai consumatori più poveri di poterlo acquistare. Per ottenere ciò, abbiamo bisogno di produrre ulteriori 8-10 milioni di tonnellate di riso rispetto all'anno precedente nei prossimi vent'anni".


Vandana Shiva
Tutto questo appare ancora più difficile se si considera mentre il prezzo delle colture di base è sottoposto ad una forte speculazione, tutta una nuova generazione di consumatori si sta in questi anni affacciando al mercato mondiale (pensiamo a Cina e India), aumentando così la domanda - e il prezzo - di riso e colture di base.

Secondo l'American Farmland Trust, solo negli Stati Uniti la popolazione aumenta - spinta soprattutto dall'immigrazione - di 3 milioni di individui ogni anno, il che si traduce nella perdita di un ettaro di terreni agricoli al minuto. L'importanza e quindi anche il valore economico della terra è di conseguenza destinato ad aumentare.

Meno terra, uguale meno cibo. Se si assume questo punto di vista, diventa quindi inconcepibile l'utilizzo di tali terreni per la produzione dei cosiddettibiocombustili, un trend produttivo che sta crescendo sulle orme dell'attuale "rivoluzione verde", ma con un costo in termini di disponibilità di derrate alimentari e di aumento della fame del mondo decisamente troppo elevato. Senza contare che anche questo tipo di pratica, peraltro considerata poco efficiente dal punto di vista energetico, concorre nell'aumentare anch'essa il prezzo del cibo.

Aumento della popolazione, diminuzione dei terreni coltivabili, biocombustibili, ma non è tutto. Molte altre sono le concause di quella che Vandana Shiva chiama la guerra del cibo. Tra queste una più di tutte merita di essere citata e analizzata: la perdita di biodiversità alimentare, dove per biodiversità s'intende "l'insieme di tutte le forme viventi, geneticamente dissimili e degli ecosistemi ad essi correlati".


Secondo uno studio della FAO il pianeta, negli ultimi 100 anni, ha già perso il 75% del proprio patrimonio alimentare. Parte di questa perdita è dovuta ai cambiamenti climatici, alla trasformazione dei terreni, all'abbandono della comunità che la coltivava in favore di un'agricoltura industriale simbolo di modernità. Fatto sta che in occidente la nostra alimentazione si basa oggi solo su 4 colture (mais, riso, soia, grano) contro le 387 (di cui 62 frutti differenti) di una comunità indigena thailandese di 600 abitanti. Questa perdita ha conseguenze anche a livello sanitario in quanto, come da tempo dimostrato, il cibo tradizionale è più nutriente mentre quello industriale è responsabile di molte delle patologie (obesità, colesterolo, diabete) tipiche della nostra società moderna.

Nel corso dei prossimi anni la guerra del cibo entrerà nell'agenda degli stati nazionali più di quanto non lo sia già ora, ciò che è importante è quindi che la questione salga sempre più all'attenzione della gente comune e della società civile che potranno così spingere verso soluzioni favorevoli ai popoli e non, come purtroppo spesso succede, dei baroni del profitto.


Dice sempre Vandana Shiva:"Dobbiamo riprenderci il diritto di conservare i semi e la biodiversità. Il diritto al nutrimento e al cibo sano. Il diritto di proteggere la terra e le sue diverse specie. Dobbiamo fermare il furto delle multinazionali a danno dei poveri e della natura. La democrazia alimentare è al centro dell'agenda per la democrazia e i diritti umani, al centro del programma per la sostenibilità ecologica e la giustizia sociale."

Biopirateria: l’assalto alla natura

Fonte:

La biopirateria è la nuova frontiera del neocolonialismo in cui tutto, anche la conoscenza ancestrale delle proprietà delle piante, diventa merce nel circolo vizioso della crescita. Dall’Africa all’America Latina, questa è la nuova mucca da mungere per le multinazionali farmaceutiche.


di
Romina Arena

biopirateria scienza natura
Il mito della crescita ha portato a non tenere in debita considerazione le conseguenze che l’azione umana potrebbe avere sull’ecosistema
Che l’uomo depredi la natura a suo uso e consumo non è una novità. Il mito della crescita ha portato a non tenere in debita considerazione le conseguenze che l’azione umana potrebbe avere sull’ecosistema. Ma la crescita, si badi bene, non è soltanto un fenomeno deleterio sulla natura, bensì un processo che si serve della natura stessa. Ne è un esempio la biopirateria, nuova forma di colonizzazione che scippa alle popolazioni native del sud del mondo rimedi naturali, prodotti e processi biologici da secoli utilizzati e presenti in natura per sottoporli ai vincoli della proprietà intellettuale.

Succede che orde di scienziati, ricercatori, ma anche chi con la scienza non ha apparentemente nulla a che vedere come missionari ed ambasciatori, sono da tempo impegnati nel cercare, trovare e acquisire, in Asia, Africa ed America Latina - che con la foresta Amazzonica costituisce un territorio ricchissimo di biodiversità - ritrovati e segreti che appartengono alle popolazioni indigene. È così che le grosse multinazionali farmaceutiche riescono ad allargare il loro bacino di profitto equiparando, attraverso i brevetti, prodotti di sintesi creati materialmente in laboratorio con sostanze che invece si trovano liberamente in natura, che nessun uomo ha creato artificialmente e sulle quali, quindi, la politica dei brevetti finisce per essere illegale.

È successo così per lo Hoodia, un cactus che i Kung del Kalahari ed i San, Boscimani del Botswana, utilizzano per combattere i morsi della fame durante le battute di caccia. Nel gambo della cactacea, infatti, è conservato un principio attivo capace di dare un prolungato senso di sazietà. Nel 2000 il gene della pianta, ribattezzata P-57 dal Council for Scientific and Industrial Reserach, in Sudafrica, viene brevettata dalla Phytopharm, piccola azienda farmaceutica inglese la quale per 21 milioni di dollari da alla Pfizer la licenza esclusiva di utilizzo. In un mondo in sovrappeso la scoperta del cactus spezza-fame si trasforma in una vera e propria miniera d’oro.

biopirateria natura semi
Quello della biopirateria è un mercato estremamente redditizio che si aggira intorno ai 5000 milioni di dollari, terzo solo a quello delle armi e della droga

Lo stesso vale per la Vinca Rosea, pianta del Madagascar dalla quale la Eli Lilly & Co. di Indianapolis ha tratto due farmaci di successo la Vincrastina e la Vinblastina; oppure per la Pentadiplandra brazzeana, conosciuta come J’Oblie, una bacca africana di cui l’Università del Wisconsis ha brevettato una proteina per farne un dolcificante.

Non sono al sicuro neanche le bevande tradizionali da quando il Pozol, bevanda dei campesinos messicani ottenuta diluendo una pasta di mais fermentata in acqua è entrato nelle mire dell’industria olandese Quest International e dell’Università del Minnesota che insieme hanno brevettato un batterio della bevanda in grado, con la proprietà di impedire la decomposizione degli alimenti, di fungere la conservante naturale. Tra la Guinea ed il Brasile gli indios Waphisana utilizzano il Tapir, la noce dell’Ocotea Rodiati come contraccettivo, antiemorragico e disinfettante. Il Chimico britannico Conrad Gorinsky ha ottenuto dei brevetti per delle sostanze isolate dal Tapir; così come il trafficante di legname Robert Larson riuscì a brevettare il Nim, albero indiano che funge da pesticida naturale, e venderlo immediatamente all’Industria Wr Grace.

La biopirateria, però, non colpisce solo le piante. Celebre è il caso delle 750 rane della specie Epipedobates tricolore, trafugate nel 1998 in Ecuador dalla Abbot Latoratories di Chicago, per produrre la Epibatidina, un analgesico brevettato negli Usa molte volte più efficace e forte della morfina.

animali biopirateria
La biopirateria non colpisce solo le piante, ma anche gli animali

Quello della biopirateria è un mercato estremamente redditizio che si aggira intorno ai 5000 milioni di dollari, terzo solo a quello delle armi e della droga. Il valore commerciale dei prodotti farmaceutici elaborati grazie ai brevetti sulle piante è di circa 147 milioni di dollari, senza che alcun corrispettivo spetti alle comunità locali.

Laddove si è potuta ottenere qualche vittoria sui giganti farmaceutici si è trattato pur sempre di una vittoria effimera e temporanea. Il caso dellaAyahuasca ecuadoriana è emblematico. Si tratta di una bevanda ottenuta bollendo una liana e foglie di arbusto. Loren Miller, proprietario della International Plant Medicine Corporation, industria farmaceutica nordamericana, brevettò la pianta, ma nel 1996, grazie all’azione del Coordinamento delle Organizzazioni Indigene della Conca Amazzonica improntò un ricorso contro Miller, vincendolo. Il brevetto fu ritirato, ma Miller nel 2001 riuscì ad ottenerlo nuovamente.

Vi è tuttavia un altro volto della biopirateria, plasmato dal cambiamento climatico e dal tentativo di costruire colture geneticamente modificate in grado di resistere a particolari stress ambientali.

resistenza biopirateria
Laddove si è potuta ottenere qualche vittoria sui giganti farmaceutici si è trattato pur sempre di una vittoria effimera e temporanea

È questa la nuova frontiera attraverso la quale le industrie biotech dimostrano di essere in grado di produrre i cosiddetti geni “climate-ready”, che permettono alle colture di sopportare siccità, alluvioni, salinizzazione del terreno, aumento delle temperature, ovvero tutte quelle conseguenze previste dal cambiamento climatico. Come al solito, però, la tecnologia che si vanta di essere innovativa e soprattutto indispensabile, arriva sempre in ritardo rispetto alla natura ed all’esperienza dei contadini poiché, osserva Vandana Shiva, “i tratti di resistenza al clima che i giganti della biotecnologia agricola hanno brevettato sono il risultato di evoluzioni secolari nelle tecniche agricole dei contadini”. La stessa Shiva con il gruppo da lei fondato, labanca di semi di “Navdanya”, ha riportato nel 2001 un importante successo sulla multinazionale Usa RiceTec la quale pretendeva la proprietà intellettuale sui tratti dei semi della varietà di riso basmati a chicco lungo di sua produzione. Dopo la dimostrazione che quella varietà di riso in realtà conteneva materiale genetico sviluppato dalle varietà degli agricoltori, alla Usa RiceTec fu respinta la richiesta del brevetto.

I vari imperi multinazionali che siano Monsanto, Dupont, Basf Bayer, Syngenta sono in prima linea nel brevettare i cosiddetti geni climatici per i quali hanno depositato 532 brevetti raggruppati in 55 famiglie, che non avranno come conseguenza - questo è l’allarme lanciato da Etc group - quella di aiutare i piccoli agricoltori a sostenere i rischi del cambiamento climatico, ma solo di concentrare il potere delle multinazionali, aumentare i costi, inibire linee di ricerca indipendenti e soprattutto mettere a rischio la libertà degli agricoltori di conservare e scambiare liberamente tra loro le sementi.

Vendo Eurotunnel a prezzi di realizzo

Fonte:


Marco Cedolin
Vero affare! Vendesi a saldo porzione del più lungo tunnel sottomarino del mondo, in perfetto stato nonostante un paio d'incendi ed i suoi 15 anni di età, durante i quali l’infrastruttura ha accumulato una decina di miliardi di euro di debiti ed un paio di fallimenti, senza essere riuscita a chiudere neppure una sola volta il proprio bilancio in attivo. Cercasi acquirenti solvibili, estremamente motivati e coraggiosi, no perditempo ed industriali rampanti alla ricerca di facili profitti sul modello italiano di NTV.

Grosso modo potrebbe essere questa l’inserzione che verrà pubblicata nei prossimi giorni sui giornali di annunci economici dal premier britannico Gordon Brown, intenzionato a vendere tutta una serie di beni pubblici del valore nominale di 17,3 miliardi di euro, per tentare di ripianare un debito pubblico salito al 12% del PIL.
Oltre alla partecipazione di capitale nella società che gestisce il tunnel sotto alla Manica e la ferrovia che lo percorre, Gordon Brown sembra intenzionato a cedere anche la quota di partecipazione statale del 33% nell’azienda che arricchisce l’uranio per le centrali atomiche (Urenco), l’avveniristico e ultra trafficato tunnel di Dartford, che corre sotto al Tamigi, la società di scommesse Tote, oltre a centri ricreativi, poli di business e numerose altre proprietà immobiliari.

Il tentativo di recuperare risorse attraverso la dismissione di beni pubblici, per porre un freno alla sempre più rapida crescita del debito britannico, lascia intuire come la crisi economica abbia lasciato il segno e le misure adottate dal governo per tentare di contrastarla (sostanzialmente elargizione di denaro pubblico alle banche) abbiano messo in seria crisi le finanze pubbliche.
L’opposizione liberaldemocratica ha criticato aspramente la decisione di Gordon Brown, ritenendo controproducente il tentativo di vendere parti importanti della proprietà pubblica, in un momento in cui i mercati sono profondamente depressi e sarà molto difficile spuntare il reale valore dei beni oggetto delle dismissioni, con il rischio di praticare una vera e propria “svendita” del patrimonio pubblico.
Nel caso di Eurotunnel, ci sentiamo di aggiungere noi, visti i risultati economici ottenuti fino ad oggi dall’infrastruttura e dal servizio dei treni ad alta velocità/capacità che la percorrono, si tratterà già di un enorme successo se al momento della svendita si presenterà un qualche acquirente amante del rischio e disposto a rilevare la partecipazione. Si tratterà certo di una bella scommessa, alla quale avrebbe potuto magari essere interessato il Tote, se non fosse inserito anch’esso nella vetrina dei saldi anticipati di fine stagione.

I pizzini dei Lo Piccolo rivelano l'affare delle slot machine

Fonte:

videopoker-web.jpg

di Dora Quaranta - 12 ottobre 2009
Palermo.
Venerdì scorso la guardia di finanza ha sequestrato 17 slot machine, del valore di 50 mila euro, dislocate presso una decina di esercizi commerciali tra Isola delle Femmine, Carini, Cinisi e Terrasini.




Le macchinette, intestate a prestanome, sarebbero riconducibili ai boss Lo Piccolo.
L’operazione delle Fiamme Gialle è stata eseguita al termine di una attività di indagine coordinata dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dai sostituti Francesco Del Bene e Annamaria Picozzi. Il tutto ha preso il via dall’esame dei pizzini rinvenuti il giorno della cattura dei Lo Piccolo il 5 novembre del 2007 nel covo di Giardinello. Nei pizzini erano stati annotati tutti i bar e le tabaccherie con il numero delle macchinette mangiasoldi installate. Le slot, secondo gli investigatori, fruttavano al clan circa 100 mila euro all’anno. Inoltre al vaglio degli inquirenti vi sono decine di lettere firmate da un certo “Spagna” (identificato in Fabio Micalizzi) che ogni mese faceva il rendiconto ai padrini delle entrate e delle uscite settimanali. In queste lettere vengono nominati anche altri due individui: “Mare”(non ancora identificato) e “Frutta” (Giovanni Botta).

domenica 11 ottobre 2009

Cibo per animali: scatolette e croccantini ricche di tumori e vivisezione

Fonte:

L’industria del pet food è un vero business responsabile della sofferenza di molti animali. Dalle scatolette ai croccantini, tutti questi prodotti vengono testati sugli animali per valutare la tossicità o l’efficacia curativa rispetto a alcuni disturbi. Una vera operazione di marketing incurante di aumentare il rischio di cancro e di altre malattie degenerative per i nostri amici animali. Vediamo quali marche evitare e quali no.

di Giovanna Di Stefano

Cane con cartello
La sperimentazione animale si annida persino nell’industria che produce cibo per animali, il cosiddetto ‘pet food’
In ogni prodotto che compriamo si possono celare sofferenze, spesso atroci, di malcapitati animali cosiddetti ‘da laboratorio’: cani, gatti, topi, conigli, ma anche pecore, maiali o asini. Come noto le industrie che alimentano la vivisezione sono quelle del settore farmaceutico e cosmetico che mietono un gran numero di vittime innocenti - stimate intorno ai 300 milioni ogni anno - in esperimenti di dubbia o nulla utilità, macchiandosi spesso di crimini gravissimi anche a causa della mancata applicazione delle misure obbligatorie atte a ridurre al minimo la sofferenza dell’animale (anestesia).

Pochi sanno tuttavia che la sperimentazione animale si annida persino nell’industria che produce cibo per animali, il cosiddetto ‘pet food’, pur non essendo affatto obbligatoria per legge; elemento questo che aggrava le responsabilità e rende eticamente molto meno accettabili le politiche aziendali di alcune multinazionali leader del settore. Dalle scatolette ai croccantini, dagli ossi vitaminici alle ‘diete’ terapeutiche: ognuno di questi prodotti viene testato su animali per valutarne la tossicità o l’efficacia curativa rispetto ad alcuni disturbi.

Un business responsabile della condizione di prigionia e sofferenza di molti animali, afflitti dai sintomi di malattie che vengono loro indotte artificialmente in laboratorio al fine di poter poi testare l’efficacia di qualche crocchetta studiata ad ‘hoc’ per ogni patologia. Sui siti delle più note marche di cibo per animali, che praticano massicciamente la sperimentazione, si possono trovare decine di formulazioni diverse di crocchette per ogni disturbo dal diabete all’artrosi, dalle dermatiti alle patologie dentali, persino alcune che curerebbero l’invecchiamento celebrale o problemi cardiaci del nostro amico a 4 zampe!

croccantini
Negli ingredienti si legge: ‘derivati di carne’ o ‘farine di carne’. Queste ultime indicano che la materia prima è ottenuta da un processo di riciclaggio
Sorge quantomeno il sospetto che le diete proposte siano una meraoperazione di marketing costruita a tavolino per indurre i padroni più apprensivi ad acquistarli, e che l’unica prova di efficacia risieda eventualmente nei resoconti degli esperimenti effettuati dalle ditte stesse (!), senza alcun riscontro comprovato nei ‘pazienti’ finali.

Per la metà dei disturbi che queste diete ‘scientificamente testate’ curerebbero, il veterinario vi dirà che è sufficiente un cibo più leggero, un giusto equilibrio tra carne e verdure nella ‘pappa’, più attività motoria o l’eliminazione di alcuni alimenti; senza la necessità di acquistare costosi prodotti e alimentare così un business implicato nella morte di molti animali, ai quali la sorte non ha riservato né una casa e né una strada, ma lo stabulario di un laboratorio.

Il mercato del pet food è una branchia del settore dell’industria della carne per consumo umano, affermatosi grazie alla possibilità di riutilizzare con profitto e quindi di capitalizzare una notevole mole di scarti, i quali, per evidenti ragioni igieniche, sarebbero altrimenti destinati al macero. Un 50% del volume della carcassa dell’animale ucciso è considerato sottoprodotto e diventerà quindi pet food, entrando a far parte di quel composto - ripugnante per il nostro olfatto - contenuto nelle scatolette che compriamo a Fido: ossa, sangue, intestini, tendini, legamenti, mammelle, esofagi e, probabilmente, le parti malate o cancerose degli animali macellati sono gli ingredienti del mix variegato che poi viene presentato sottoforma di crocchette confezionate in un sacchetto accattivante con un Fido felice e soddisfatto davanti alla sua ciotola (?).

animali pet food cancerogeno
Si stima che più del 50% delle farine di carne siano contaminate dai pericolosi batteri di E.Coli. La cottura prevista dal processo può uccidere tali batteri, senza tuttavia eliminare le endotossine rilasciate dagli stessi
Negli ingredienti si legge: ‘derivati di carne’ o ‘farine di carne’. Queste ultime indicano che la materia prima è ottenuta da un processo di riciclaggio, per l’esattezza la legge (Legge 15 febbraio 1963 n° 281 e smi) le definisce “Prodotto ottenuto dal riscaldamento, dall'essiccamento e dalla macinazione della totalità o di parti di carcasse di animali terrestri a sangue caldo”; i derivati sono invece“sottoprodotti provenienti dalla trasformazione del corpo di animali terrestri a sangue caldo”, ovvero scarti di lavorazione di origine animale non meglio identificati. Ad essere trasformate in farine sono generalmente le carcasse di animali morti per malattie, ferite o vecchiaia, le quali possono essere avviate a questo ciclo soltanto a diversi giorni dalla morte ed e' per questo motivo che presentano poi spesso contaminazioni da batteri tipo Salmonella ed Escherichia Coli.

Si stima che più del 50% delle farine di carne siano contaminate dai pericolosi batteri di E.Coli. La cottura prevista dal processo può uccidere tali batteri, senza tuttavia eliminare le endotossine rilasciate dagli stessi; in questa fase non sempre si riescono ad annientare nemmeno gli ormoni (usati per far ingrassare il bestiame), ne' gli antibiotici o i barbiturici (usati come anestetici). In compenso le alte temperature raggiunte per le farine possono alterare gli enzimi e le proteine che si trovano nella "materia prima" riducendone il già basso potere nutritivo.

Già da questi pochi elementi si può capire perché alcuni veterinari sostengono che nutrire il proprio cane o gatto con gli scarti della macellazione, per l’esattezza con il pet food confezionato, aumenta il rischio di cancro e di altre malattie degenerative: la presenza di sostanze tossiche nei tessuti degli animali macellati, dovuta ad un tipo di allevamento - quello intensivo - richiede un uso massiccio e sconsiderato di antibiotici e altri medicinali per far si che gli animali non si ammalino date le pessime condizioni igieniche in cui versano (assenza di arieggiamento e luce naturale, altissima concentrazione di capi, aria insalubre, ecc).

cane ed esperimenti
Un cane utilizzato per esperimenti sulla colite
Naturalmente tali sostanze permangono nelle carni dell’animale, e quindi tra l’altro, anche in quelle destinate al consumo umano; basti pensare ai vari casi diintossicazione da carne (70.000 ogni anno negli USA intossicati dal colibatterio) attribuibili proprio alla presenza dell’E.Coli in alcuni hamburger.

Ma non è ancora tutto. L’industria deve infatti cercare di confezionare un prodotto che in definitiva piaccia a Fido, altrimenti il padrone vedendolo inappetente …cambierà marca! E’ fuori di dubbio che una poltiglia composta dagli ingredienti sopracitati non può avere i requisiti di appetibilità e bontà per un cane, a meno che non si tratti di un randagio a digiuno da giorni. Dunque, come porre rimedio all’aspetto e all’odore poco invitante di questo mix di scarti per di più contaminati? Ecco che servono degli ‘appetizzanti’: per esempio il grasso animale riciclato, o gli oli troppo rancidi e classificati come inadatti per gli umani sono usati a questo scopo e vengono spruzzati direttamente sulle crocchette, sui ‘bocconcini’ e sui ‘patè’ prima del confezionamento.

Uno scenario allarmante, sia per il contenuto che in definitiva Fido si ritrova nella ciotola tutti i giorni e che a lungo andare non può non ripercuotersi sulla sua salute, sia per i tremendi e inutili esperimenti praticati su animali, fatti per assecondare le ragioni del marketing e non certo la salute dei nostri animali. Un panorama che fortunatamente non accomuna tutte le aziende produttrici di pet food. Ve ne sono alcune, per lo più piccole poco note perché non reclamizzate, che impostano la loro politica in modo del tutto differente, si potrebbe dire senz’altro più dal punto di vista dei cani e dei gatti: privilegiano la qualità degli ingredienti di base e si schierano contro ogni pratica di sperimentazione animale.


Scegliere di acquistare le marche SI e boicottare le marche NO è un’azione concreta, forte, ed efficacissima che ognuno può fare per combattere la vivisezione
Tali aziende scelgono di impiegare solamente sostanze naturali per il confezionamento di bocconcini e crocchette, senza l’impiego di conservanti o coloranti, né di additivi chimici o oli di scarto per aumentarne l’appetibilità, puntando sul concetto che carni, verdure e cereali di qualità non necessitano di essere ulteriormente insaporiti. Per garantire la conservazione utilizzano aromi naturali (rosmarino ed estratti della vitamina E e C) oltre ad una confezione perfettamente sottovuoto; alcune garantiscono la provenienza della carne esclusivamente da allevamenti a pascolo, altre specificano l’assenza di farine animali, di grassi idrogenati e zuccheri, altre ancora propongono delle linee ‘bio’, con carni e verdure biologiche.

Alcune infine hanno un’offerta di prodotti vegan e diete curative, ottenute queste ultime con l’addizione di estratti vegetali, di tipo fitoterapico e quindi del tutto naturale (per esempio il Ginseng, la Rosa canina e l’Ananas hanno un forte potere antiossidante e antinfiammatorio, la Yucca è una pianta che agisce a livello intestinale migliorando la digestione, il lievito di birra infine è una preziosa fonte naturale di vitamine del gruppo B).

In quest’ottica decisamente attenta all’ambiente e alla naturalità del prodotto la sperimentazione su animali non è ovviamente contemplata, o meglio l’unico test che praticano queste aziende è quello dell’appetibilità del cibo. Come si esegue? Si somministra il prodotto ad un campione di qualche decina di cani (cani in famiglia o rifugi), e si osserva il livello di gradimento. Insomma se il cane mangia di buon gusto la pappa è buona, altrimenti no: molto semplice, ma efficace e soprattutto non cruento. Data l’assenza di additivi chimici o sottoprodotti potenzialmente pericolosi il test punta infatti esclusivamente a valutare il sapore del cibo, non una sua eventuale tossicità, perché non ve ne sarebbe evidentemente motivo.

Si riporta in questo articolo un elenco aggiornato delle principali marche ‘SI’, quelle che non alimentano la vivisezione e garantiscono una maggior genuinità del prodotto, seguito dalle marche ‘NO’ da evitare accuratamente, (si veda la foto ingrandibile proposta poche righe più sopra) perché oltre ad essere responsabili di crudeli esperimenti su cani e gatti sono proprietà di multinazionali, che notoriamente perseguono la politica del profitto ad ogni costo.

Scegliere di acquistare le marche SI e boicottare le marche NO è un’azione concreta, forte, ed efficacissima che ognuno può fare per combattere la vivisezione. In particolare le marche dell’elenco positivo dichiarano di non effettuare né commissionare a terzi test su animali di alcun tipo per i loro prodotti. Si tratta in genere di un’autocertificazione aziendale che viene evidenziata sul sito attraverso uno spazio dedicato alla comunicazione dell’eticità del prodotto, in cui si certifica la propria estraneità ai test sugli animali, spesso accompagnata dall’apposizione del logo ‘cruelty free’ (coniglietto).

Alcune aziende per acquisire maggior credibilità presso i clienti rispetto a questa loro politica ottengono anche una sorta di certificazione da parte di alcune associazioni animaliste, come per esempio Salut Pet garantita da OIPA, Aniwell da PETA, Arovit da PETA UK. E’ possibile quindi non solo sfamare ma anche assecondare i gusti e i capricci alimentari dei nostri amici pelosi senza arrecare sofferenza e morte ad altri cani o gatti, e tutelare la loro salute con una terapia di prevenzione, che consiste innanzitutto nel somministrargli ingredienti sani e naturali.


Lodo, Borsellino: Vincono verità e giustizia. Bocciato anche Napolitano

Fonte:

di Salvatore Borsellino

Non è ancora quel fresco profumo di libertà che aspireremo a pieni polmoni quando saremo del tutto venuti fuori da questo che è il periodo più nero della nostra storia, ma è come quel primo refolo di vento fresco che, alla fine dell'inverno, ci fa capire che la primavera sta per arrivare, che le pesanti nubi che coprono il cielo si dissolveranno e che il sole tornerà a splendere.

Da tanto tempo non sentivo dentro di me una gioia così grande, la voglia di prendere in mano un'Agenda Rossa, quel simbolo di verità e giustizia negate che, a Palermo e a Roma, ci ha accompagnati in queste indimenticabili giornate di lotta di luglio e di settembre, e correre a perdifiato per le strade della mia città per festeggiare, per la prima volta dopo tanti anni, questa vittoria della verità e della giustizia.

Il giudizio della Corte Costituzionale è senza appello, la legge che, per proteggerne soltanto uno, decretava l'impuntià per le quattro più alte cariche dello Stato va contro i dettami della Costituzione e deve essere abrogata in toto.
Non esistono cittadini per i quali, anche se la legge è uguale per tutti, questa deve essere applicata in maniera diversa, l'articolo 3 della Costituzione non può essere impunentemente aggirato e anche chi ritiene di non essere sottoposto alla legge deve inchinarsi di fronte ad essa.

Mi chiedo se quello che dovrebbe essere il garante della nostra Costituzione e che invece ha finora permesso che essa venisse distrutta a colpi di decreti legge incostiruzionali firmati come si firma la ricevuta di un telegramma, si renda conto, ora che è stato sconfessato dalla Suprema Corte, organismo che la lungimiranza dei nostri Padri Costituenti ha posto a tutela del nostro bene supremo, la Costituzione Repubblicana nata dal sangue dei martiri della Resistenza, di quale è il danno che è stato così arrecato alla nostra democrazia e alla Istituzione che egli rappresenta.

Arrivare a firmare addirittura in anticipo sulla sua approvazione da parte del Parlamento una legge che istituisce il riciclaggio di Stato affermando che è inutile da parte del Presidente della Repubblica non firmare una legge, tanto deve essere poi necessariamente firmata quando viene ripresentata, significa rinunciare alle proprie funzioni e dovrebbe avere come naturale conseguenza quella di dimettersi dalla propria carica.

Io ho un profondo rispetto delle Istituzioni ma pretendo che questo rispetto venga anche da chi quelle Istituzioni è chiamato ad occupare e che, se si ritiene inadeguato ad occuparle, ne tragga le naturali conseguenze.

(8 ottobre 2009)

Mangia che ti passa - cibi che fanno bene e cibi che fanno male

VOLA LA PRODUZIONE INDUSTRIALE

Fonte:



Marco Cedolin
Anche in periodi come questo, di grande conflittualità sociale e scontri all’ultimo sangue fra giornalisti delle opposte fazioni, esistono “fortunatamente” notizie (non solo riguardanti l’utilità degli inceneritori, la bellezza del TAV, la necessità delle centrali turbogas, il bisogno della costruzione di nuovi ponti, viadotti, autostrade, tangenziali, sopraelevate e manufatti cementizi di vario genere) magicamente in grado di mettere d’accordo tutti i lavoratori della carta stampata che aspirano a godere di maggiore libertà.

La notizia secondo cui, nonostante le aziende continuino a chiudere, i disoccupati ad aumentare ed i cassaintegrati a crescere in maniera esponenziale, la produzione industriale italiana sarebbe stata oggetto nello scorso mese di agosto di un incremento addirittura “epocale”, sembra essere una di quelle intorno alla quale convergono in maniera compatta tanto i “dipendenti” del giornale della FIAT, quanto quelli di Mondadori, di De Benedetti, di RCS e di Caltagirone.

Il quotidiano LA Stampa di Torino titola “
Sale la produzione industriale” aggiungendo “mai così bene dal lontano 1990” e “verso la fine della crisi”.
Il quotidiano La Repubblica titola “
Ocse:forti segnali di ripresa, specie in Italia e in Francia.
Il Giornale titola
"Ocse: segnali di ripresa, Italia e Francia in testa industria agosto record
Il Messaggero titola “
Istat: vola la produzione industriale ad agosto +7% rispetto a luglio” aggiungendo boom della produzione di autoveicoli.
Il Corriere Della Sera titola “
Produzione industriale ad agosto +7% su luglio ma in un anno resta a -18,3%” inserendo però nel corpo dell’articolo la seguente frase:
“L'istituto statistico segnala che il rimbalzo di agosto è difficile da interpretare poiché potrebbe essere soggetto a distorsioni statistiche legate al calendario: «In questo momento è difficile cogliere gli effetti stagionali, il dato può essere quindi oggetto di aggiustamenti», spiega infatti un funzionario Istat.”

Proprio all’interno di questa frase è contenuta la spiegazione di un piccolo “mistero” in sé abbastanza originale, avente per oggetto proprio la notizia del volo della produzione industriale.
Quasi tutti i giornali web citati, presentavano questa mattina all’interno del corpo degli articoli segnalati, un contenuto profondamente differente da quello che possiamo apprezzare adesso.
Si trattava di una lunga serie di calcolazioni alquanto contraddittorie, attraverso le quali si tentava di enfatizzare un presunto incremento della produzione industriale di agosto rispetto a luglio, proponendo un’ardita comparazione in realtà ben poco convincente. La serie delle calcolazioni continuava poi, prendendo in esame una lunga serie di comparazioni (agosto 2009 rispetto ad agosto 2008, gli ultimi tre mesi rispetto ai precedenti ecc) tutte con pesanti segni meno che contraddicevano in modo palese i toni ottimistici presenti nei titoli degli articoli.
Il polpettone di calcoli e percentuali (nonostante attraverso l’interpretazione dei numeri si possa dire tutto ed il contrario di tutto) evidentemente era talmente “tirato per i capelli” da far si che le redazioni abbiano preferito eliminarlo, sostituendolo con gli articoletti più brevi che potete apprezzare ai link segnalati.

Dopo avere preso atto del fatto che il volo pindarico della produzione industriale, si è rivelato solo una “libera” interpretazione di giornalisti alla ricerca della libertà di stampa, non ci resta che auspicare che questi stessi liberi giornalisti, dopo averci ragguagliati sul boom economico dell’Italia 2009, ci offrano un giorno di questi anche qualche informazione riguardo alla copertura finanziaria dello Stato in merito al dilagare della spesa per la cassa integrazione di cui beneficiano parte di coloro che da questo boom sono stati “colpiti”. Sembra infatti che lo Stato non abbia più i danari per pagare buona parte della cassa integrazione, ed attualmente molte aziende si vedano costrette a supplire a questo “incidente” anticipando in prima persona gli stipendi, attraverso fidi bancari garantiti dallo Stato stesso. Ed in alcuni altri casi (fortunatamente per ora una minoranza) i cassaintegrati gli stipendi non li stiano ricevendo proprio, ma debbano accontentarsi della promessa che prima o poi arriveranno.
Attenderemo naturalmente fiduciosi, nella speranza che anche in merito a questo argomento la “libera stampa” si manifesterà unita e coesa, così come abbiamo potuto apprezzarla nell’occasione del “volo della produzione industriale” e della repentina cancellazione delle ardite calcolazioni.

Processo Mills, la Pm: "Confermate la condanna"

Fonte:

Il meno amato dagli italiani

Fonte:


Lo psiconano è il presidente del Consiglio meno amato dagli italiani negli ultimi 150 anni. Lo sanno tutti tranne lui.
"Il Grande Bugiardone ripete le sue fesserie convinto che qualcuno gli creda e ciò puntualmente avviene, perché siamo un paese di analfabeti e decerebralizzati. La balla che il 68,7% degli italiani sta con lui è proprio indecente come del resto qualunque cosa che fa o dice! Alle ultime elezioni politiche abbiamo avuto uno dei più alti numeri di astenuti della storia repubblicana. I non votanti sono stati ben il 19,5%. Per la Camera i votanti in Italia dovevano essere 47,3 milioni, ma votò solo l'80,5%. Le schede bianche o nulle furono 1.386.151 su 37.936.692, dunque il 3,65%. Se si somma chi non ha votato ai vari partitini che non raggiunsero l'1% si arriva quasi al 30% di elettori. Se dall'80% levo il 30% resta il 50% da dividere tra i due schieramenti più Di Pietro, Lega e Udc, e giù qui la pretesa di Berlusconi di avere il 68,7% dei consensi diventa grottesca, ma gli italiani sono degli analfabeti che non sanno contare. Su 47,3 milioni il Pd ha preso 12.092.998 voti, il Pdl 13.628.865, Lega Nord 3.024.522, Udc 2.050.319, Di Pietro 1.593.675.
Dunque il Pdl ha avuto il 28,8% dei voti potenziali, ma quale 68,7!?!?
Ma anche qui si truffa. Il 28,8% di chi ha votato ha votato il Pdl è formato da vari partiti. Personalmente ha ottenuto solo 2.700.000 preferenze, dunque è stato scelto personalmente dal 5,7% degli elettori, e questa è una cifra bassissima che può essere superata facilmente da qualunque attore, presentatore, cantante o calciatore. Insomma Berlusconi non è nessuno.Vince perché gli altri sono ancora meno!".
Da un commento di Viviana V.


sabato 10 ottobre 2009

Navi dei veleni: perché non si vuole indagare?

Fonte:

Ad un mese dal ritrovamento della nave Cusky, nulla è stato fatto né per mettere in sicurezza la zona, né per recuperare il relitto, né tanto meno per scoprire autori e mandanti di quello e di altri affondamenti. Tale situazione non può che portare a pensare che in realtà sulle navi dei veleni non si voglia fare luce.


di
Andrea Boretti

relitto
Ad un mese dal ritrovamento della nave Cusky, nulla è stato fatto
Ormai un mese fa veniva scoperto, a seguito delle dichiarazioni del pentito Francesco Fonti, il relitto della naveCusky fatta affondare al largo di Cetraro con a bordo un grosso carico di materiale radioattivo. Le immagini dei bidoni arrugginiti, riprese dal robot sottomarino che ha raggiunto la nave hanno aperto un armadio dentro al quale si sta trovando più di uno scheletro.

Nonostante questo, finora, ancora nulla di concreto è stato fatto, né per mettere in sicurezza la zona, né per recuperare il relitto, né tanto meno per scoprire autori e mandanti non solo dell'affondamento della Cusky ma anche di tutte le altre navi che secondo il Fonti giacciono al largo delle nostre coste e di quelle africane.

Di navi e bidoni radioattivi pare, infatti, ce ne siano molte, e la cosa, a detta di chi se ne è occupato negli anni, non è una novità.

Era il 1990 quando la famosa nave da carico Jolly Rosso si arenò, nel Dicembre di 19 anni fa, di fronte ad Amantea.

Nella sua stiva si trovavano 9532 fusti di rifiuti tossici.

Su questo caso indagarono il capitano di fregata Natale De Grazia – poi morto in circostanze misteriose nel 1995 e premiato con una medaglia nel 2005 dal Presidente Ciampi per il proprio lavoro – e la giornalista Ilaria Alpi, che secondo lo stesso Francesco Fonti venne uccisa a Mogadiscio perchè era andata troppo vicino alla verità sui traffici delle ecomafie.

jolly rosso
Nel 1990 la nave da carico Jolly Rosso si arenò: nella sua stiva 9532 fusti di rifiuti tossici
Dice il Fonti: «ho portato di persona rifiuti radioattivi nel Corno d’Africa. Quando arrivavamo al porto di Bosaso i militari italiani si voltavano dall’altra parte. Sono convinto che Ilaria Alpi è stata uccisa perché ha visto proprio lì cose che non doveva vedere».

Nonostante queste clamorose affermazioni fatte dal pentito nel 2005, nel 2006 l'On. Carlo Taormina presidente della Commissione "Ilaria Alpi", chiude il caso Alpi come un tentativo di sequestro finito male.

L’inattività odierna delle istituzioni, sia italiane che europee, oltre ai quasi venti anni di indagini senza risultati e condanne, non può che portare a pensare come in realtà sulle navi dei veleni non si voglia fare luce. "Potrei annunciare che ho pronta un'interrogazione parlamentare, ma aggiungo per onestà che servirà a poco" - dice il vice-presidente della commissione trasporti Luca Barbareschi in un'intervista a l'Espresso - "È evidente che, a livello internazionale, i governi si sono accordati per affondare scorie radioattive. Dopodiché hanno fatto il possibile per cancellare le tracce, fregandosene altamente della nostra salute".

Ed è proprio la salute ad essere in pericolo in Calabria. A Paola, comune che si trova tra Cetraro ed Amantea, su 12590 pazienti, la percentuale di giovani ammalati di tumore è ben quattro volte più alta della media nazionale.

Un dato enormemente cresciuto negli ultimi 10 anni, spiega il dottor Cosimo De Matteis, che aggiunge che "questi sono i primi dati che abbiamo...Fino a qualche anno fa avevo pazienti ultracentenari, oggi neanche uno. Le ricerche sono state fatte a Paola, ma ora ci si augura che anche i medici degli altri paesi costieri incrocino i dati per vedere se il fenomeno riguarda tutta la zona o no".

nave
Il mare restituisce sempre ciò che viene nascosto nelle sue profondità
Ci si trova quindi di fronte ad un problema ambientale e sanitario, oltre che legale e politico, ed è per questo motivo che una risposta delle istituzioni è oggi più che mai obbligatoria ed urgente.

Il fatto è, in Calabria come in Campania (ricorderete l'emergenza rifiuti), che le ecomafie sono redditizie per chi smaltisce, utili a chi deve liberarsi di rifiuti scomodi e soprattutto sono silenziose: non fanno rumore, le conseguenze arrivano solo dopo anni e solo se le si vuole veramente verificare, cosa che succede, purtroppo, molto di rado e solo in casi estremi.

Una cosa, però, bisogna tenere a mente. Il mare, in un modo o nell'altro,restituisce sempre ciò che viene nascosto nelle sue profondità. A dimostrazione di questo l’inchiesta si già estesa al tratto di mare di fronte a Livorno dove altre dichiarazione del pentito Fonti parlano della presenza di altre navi affondate.

Nonostante questo, lo Stato, in particolare nelle vesti del ministro dell’Ambiente Prestigiacomo, pare paralizzato, incapace di decidere come muoversi, quasi avesse paura di ciò che potrebbe essere trovato nei fondali tirrenici….o forse, e lo diciamo con un po’ di malizia, proprio perché sa…

Il rischio di questo immobilismo, figlio di quasi venti anni di affondamenti di navi, è quello di assistere, dopo Abruzzo e Sicilia, ad una nuova emergenza, forse senza morti sulle strade, ma con conseguenze che in tutta Italia e nel mediterraneo rischiamo di pagare per molti, molti anni.


VACCINO, LA SPERIMENTAZIONE SULLA NOSTRA PELLE