martedì 30 giugno 2009

Quella moltitudine inarrestabile descritta da Pawl Hawken

Fonte:

di Dario Tamburrano, Circolo MDF di Roma

In Occidente abbiamo questa presunzione straordinaria,
che mentre noi abbiamo lavorato duramente
alla creazione di meraviglie e innovazioni tecnologiche,
le altre culture del mondo siano rimaste intellettualmente ferme.

Niente potrebbe essere più lontano dalla verità.

Né tale differenza è dovuta ad alcun tipo di superiorità degli occidentali in materia.

Ora sappiamo che dal punto di vista biologico
è vero ciò che noi abbiamo sempre sognato essere vero
dal punto di vista filosofico,
ovvero che siamo tutti fratelli e sorelle.

Per definizione, possediamo tutti lo stesso patrimonio genetico.

Ciò significa che ogni singola società e cultura umana,
per definizione, condividono la stessa acutezza mentale,
la stessa capacità intellettuale.

E che il genio grezzo venga messo al servizio della stregoneria tecnologica
o a districare il complesso intreccio della memoria relativa a un mito,
si tratta semplicemente di scelte e orientamenti culturali.

Wade Davis, The Ethnosphere and the Academy

ATTIVISMO E PARADOSSI DELL’ERA CONTEMPORANEA

Diritti umani e giustizia sociale, decrescita e sostenibilità ambientale, sarà capitato a tutti noi, almeno una volta, di chiedersi se l’impegno che mettiamo nel diffondere e difendere questi principi possa ottenere risultati tangibili e duraturi.

Confrontandosi con i nostri stessi più cari amici e familiari, quanti di loro si mostrano del tutto refrattari ad un qualsiasi cambio di atteggiamento non conforme ai disvalori standardizzati e globalizzati dell’apparire, del consumo e della crescita materiale ad ogni costo?

Quante volte, ci siamo sentiti una goccia solitaria ed alla deriva in un mare troppo grande? Quante volte, confusi e disorientati, senza certezze, in questo magma contemporaneo di eventi ed informazioni contrastanti e parcellizzate che quotidianamente irrompono nelle nostre coscienze?

La storia della specie ha subito negli ultimi secoli una accelerazione logaritmica. Oggi una sola generazione è stata testimone di un esplosione demografica e produttiva senza precedenti. L’applicazione delle tecnologie ha creato oggetti e servizi che hanno rivoluzionato in brevissimo tempo gli usi ed i costumi dei singoli e delle masse. Abbiamo assistito alla globalizzazione delle idee e delle merci, all’avvento della mobilità individuale su scala planetaria, alla fine della guerra fredda ed al crollo di tutte le ideologie politiche che fino a pochi anni fa dominavano il mondo.

Se tutto ciò ha portato grandi speranze, i neofondamentalismi economici e religiosi, la crisi degli ecosistemi, il progressivo impoverimento delle risorse naturali, l’instabilità climatica, lo sfruttamento neocoloniale di buona parte del pianeta, il genocidio, non solo culturale, delle diversità, ci hanno instillato d’altra parte enormi preoccupazioni ed interrogativi.

L’uomo contemporaneo occidentalizzato, che grazie alla disponibilità di grandi mezzi, sarebbe dovuto crescere in senso critico, in tempo libero ed in libertà e diritti, è invece diffusamente anestetizzato, inconsapevole ed impotente. Imbrigliato in questo incredibile paradosso della modernità.

All’interno di questo quadro si inserisce a sorpresa l’interpretazione olistica e positiva dello stato attuale dell’umanità che Pawl Hawken ci fornisce nel suo ultimo saggio “Moltitudine Inarrestabile”.

IL PANORAMA GLOBALE DEI MOVIMENTI LOCALI E SOVRANAZIONALI

Hawken esordisce delineando un ampio panorama delle organizzazioni e delle comunità che attualmente operano nel pianeta per la difesa dei diritti umani e civili e per la sostenibilità ambientale. Emerge da questa sorta di censimento che questo numero è impressionante in ogni luogo e senza differenza di razza e cultura. Queste associazioni di individui costituisco nel loro complesso un movimento spontaneo ed auto-organizzato, senza un centro ed un’ideologia portante che sfugge alla categorizzazione classica al punto tale che i media non sono in grado di recepirne la portata ubiquitaria e di coglierne l’aspetto innovativo.

LA FUSIONE DELLE CULTURE INDIGENE CON L’AMBIENTALISMO E LA GIUSTIZA SOCIALE

Secondo Hawken, in questo che egli definisce il “movimento senza nome”, stanno confluendo in un’unica visione sia gli insegnamenti e i valori delle culture indigene di ogni continente, sia le tematiche proprie dei movimenti ambientalisti, per la giustizia sociale ed i diritti umani. Per la prima volta nella storia dell’uomo si assiste ad una moltitudine di individui che a volte inconsapevolmente, pur nella loro diversità, operano nella stessa direzione.

IL SISTEMA IMMUNITARIO DEL PIANETA

Similmente ad un sistema immunitario che è formato da più parti che collaborano tra di loro per reagire agli attacchi infettivi, questo movimento è, per Hawken, paragonabile ad una risposta immune della specie umana nel suo complesso, come reazione di autodifesa alle politiche economiche di sfruttamento dei popoli e di distruzione degli ecosistemi che minano la sopravvivenza dell’umanità stessa.

SALTO QUANTICO FILOGENETICO

Questo movimento dei movimenti può pertanto essere considerato come un nuovo organismo, un salto quantico filogenetico e culturale, in risposta alle nuove pressioni ambientali e storiche, cui la nostra specie è attualmente soggetta. Sappiamo che miliardi di anni fa, da un brodo primordiale di atomi e molecole, sono miracolosamente ed improvvisamente nate le prime cellule capaci di autoreplicarsi, le quali si sono differenziate ed unite collaborativamente prima in organismi pluricellulari e poi in esseri superiori dotati di tessuti ed organi comunicanti per mezzo del sistema nervoso.

INTERNET COME SISTEMA NERVOSO, DATI CULTURALI COME GENI

Ecco che, oggi, ha preso forma corpo unico formato da una moltitudine di organizzazioni ed individui, che interagiscono tra di loro, grazie all’avvento dei nuovi media sociali figli di internet; l’esistenza di una rete di comunicazione così ramificata e veloce, rappresenta il sistema nervoso di questo organismo simbiontico sovraspecie i cui geni non sono più le molecole di DNA, ma le informazioni multiculturali presenti e latenti che nella rete sono memorizzate, attivate e trasmesse in un’inarrestabile fecondazione incrociata dalle conseguenze inesplorate ed imprevedibili.

DIVERSITA’, SIMBIOSI E RESILIENZA

Questo fenomeno di tipo organico è in grado di mutare e di riorganizzarsi velocemente come un virus, in virtù proprio dell’assenza di un ideologia statica e di un controllo centrale, e fa, della molteplicità di culture e conoscenze integrate, il suo punto di forza, analogamente ad un sistema naturale che aumenta la sua resilienza parallelamente al crescere della sua biodiversità.

IL MOVIMENTO COME NUOVA FORMA DI VITA INTELLIGENTE, INVISIBILE E SOVRA SPECIE

Un movimento, quindi, particolarmente intelligente per la sua adattabilità che ha tutto l’aspetto di una forma di vita nuova e non catalogabile, e quindi invisibile, potenzialmente in grado, pertanto, di affrontare e superare le enormi sfide che ci attendono. E’ un evento di portata epocale nella storia dell’uomo che fornisce un significato assai profondo al nostro impegno individuale e collettivo. Senza saperlo, ne facciamo già parte e ci ha già contagiato vivendo dentro di noi. Chi è in grado di vedere anche in Italia il superamento degli schieramenti ideologici ed immobilizzanti del secolo scorso, sta già costruendo in maniera consapevole, il futuro sostenibile, sociale e politico del nostro paese.

Napolitano, le notizie, il mare blu

Fonte:





Vignetta di BandanasTutti gli anni il presidente Giorgio Napolitanocompie gli anni. E quando lo fa, va a Capri. E quando è a Capri, passeggia. E quando passeggia esterna. Stavolta ha detto che per il bene dell’Italia bisognerebbe dare un taglio alle polemiche almeno fino alla fine del G8. Dice: “Capisco le ragioni della politica e dell’informazione, ma il mio auspicio in questo momento è di una tregua”. La Destra ha festeggiato la parola tregua e ha tradotto il “basta polemiche” con il “basta notizie, anzi gossip”. Trasformando l’innocua passeggiata di Napolitano in un auspicio al silenzio. Anzi in un viatico. Il che non ha migliorato l’umor nero (e l’eloquio) di Silvio Berlusconi che ne ha approfittato per moltiplicare le polemiche - i democratici sono morti, i complotti sconfitti, le pupe un’invenzione - ignorare le notizie, non rispondere alle domande, irridere i fatti, specchiarsi nel proprio trionfo farmacologico: “Il mio governo è il più stabile e il più forte dell’Occidente”.

Ma naturalmente né lui, né la destra hanno capito l’auspicio del Presidente. Il quale, compiendo 84 anni, e tenendosi ben saldo ai valori costituzionali che in una democrazia occidentale presidiano il sommo bene dell’informazione, ce l’aveva proprio con le polemiche e gli insulti tipo “grumi eversivi”, “odiatori”, “invidiosi”, “comunisti”, “mentitori”, “giudici a orologeria”. E che usando la parola “polemiche”, temperata dal panama bianco, dalla camicia slacciata, dal sole caprese, non intendeva “fatti”, notizie”, “indiscrezioni”, “testimonianze”, “rivelazioni” “dichiarazioni”, eccetera. Conoscendo bene la differenza tra le chiacchiere fatte di vento (e di politica) e le notizie.

Le quali continueranno a fluire liberamente e persino in modo speciale, proprio nei prossimi giorni, visto che sul palcoscenico del G8 attraccheranno non meno di 2 mila giornalisti stranieri accreditati. Nessuno dei quali si sognerebbe mai di ignorare la cronaca, fiorita in queste settimane su infiniti spunti, e tutti assai adatti ai tempi: l’inchiostro di Veronica Lario, i sorrisi di Noemi, il silenzio di Elio Letizia, le confessioni di Patrizia D’Addario, la paura di Barbara Montereale, gli attributi non intellettuali di Topolanek, il mistero delle 5 mila foto, l’attesa per un certo numero di registrazioni video e audio, i riscontri dell’inchiesta a Bari su malasanità, cocaina, prostituzione, la sentenza per la corruzione di Mills, lo sbriciolamento di Giampaolo Tarantini, la cena del premier a casa del giudice costituzionale Luigi Mazzella che dovrà pronunciarsi sulla costituzionalità del Lodo Alfano, l’inchiesta a Milano sui diritti tv. Notizie. Neanche mezza polemica, proprio come auspica il nostro presidente Napolitano dal mare blu di Capri, auguri.

sabato 27 giugno 2009

Montanari: Solo ingenuità nel dossier di Federambiente sulle nanopolveri?

Fonte:
di Stefano Montanari *
MODENA. Dal 2004 ad oggi io ho tenuto quasi 800 conferenze sul tema dell’impatto sulla salute e sull’ambiente delle micro e nanopolveri inorganiche, un argomento che tratto non per averne letto ma perché è il frutto di scoperte e ricerche personali che oggi, pur cocciutamente ignorate a casa nostra, sono alla ribalta in campo planetario. Il “genio” non sono io ma mia moglie, la dott.ssa Antonietta Gatti, con cui collaboro da una trentina d’anni, messa a capo di progetti europei e ora selezionata dalla FAO, unica italiana e tra i pochissimi europei, tra i 17 esperti a livello mondiale per l’inquinamento degli alimenti proprio a causa di queste polveri.

Nel corso di queste conferenze mostro dati inconfutabili e, di fatto, mai confutati scientificamente, ottenuti nel laboratorio che dirigo, e al termine il pubblico esce a dir poco preoccupato. Ma basta un personaggio qualunque, non importa con quale autorità, non importa in base a quali studi, pronto a dire che non è vero niente, che la maggior parte della gente è felice di dargli credito e di trarne sollievo. Questa è la psiche umana, e su questa certezza si basa il documento di Federambiente.

Approcciato dal punto di vista scientifico, ci troviamo di fronte a tenere ingenuità, ma se l’approccio è quello della psicologia delle masse, ecco che l’aspetto muta radicalmente e il bersaglio è colpito con precisione.

Non voglio entrare sulla qualità degli estensori del documento, nessuno dei quali ha la benché minima esperienza nel campo sanitario specifico e nessuno dei quali ha mai avuto la modestia di avvicinare l’occhio ad un microscopio elettronico per osservare ciò che avviene, di fatto, quando le polveri incrociano un tessuto biologico. Ricordo che a metà Ottocento Rudolph Virchow, per certi versi un gigante della Medicina, dava del cialtrone a Louis Pasteur (lui non medico) perché si trastullava con bizzarri esserini che comparivano sotto la lente del microscopio. Microscopio per il quale Virchow si faceva vanto di non aver mai toccato e microscopio da cui uscì la disciplina della batteriologia. Dunque, niente di nuovo sotto il sole.

Ma venendo al documento commissionato da Federambiente - e già qui nessun ente scientifico perderebbe più tempo su di un conflitto d’interessi così palese – qualunque addetto ai lavori non potrebbe altro che notare non solo l’irrilevanza dei dati, ma addirittura gli errori contenuti. Basti vedere quanto si afferma su quelle che gli estensori equivocano per polveri secondarie quando invece, almeno stando a quanto si può evincere, si tratta di polveri primarie condensabili. Il che è tutt’altra cosa. Tanto per chiarezza, le polveri secondarie si formano a distanze ragguardevoli dal luogo di combustione e dopo tempi anche relativamente lunghi. Perciò non sono certo rilevabili con le metodiche usate dal gruppo autore dello studio.

Altra bizzarria riportata è quella dei filtri e della loro asserita efficienza al 99% e oltre. Sia sufficiente ricordare che i filtri agiscono sulle polveri primarie filtrabili che costituiscono una frazione di gran lunga minoritaria delle polveri, e che quell’efficienza è calcolata sulla massa e non sul numero. Se i Nostri ricordassero un po’ di geometria, avrebbero ben presente che una particella da 10 micron di diametro ha la massa di un miliardo di particelle da 0,01 micron. Il che significa che, se il filtro cattura una particella da 10 micron lasciando sfuggire quelle da 0,01 (come avviene in effetti) e la valutazione viene eseguita sulla massa, ecco che l’efficienza risulta essere elevatissima.

Se l’approccio pretendesse di avere dignità di scienza, visto che ormai è ampiamente dimostrato, addirittura dall’ARPA, che la patogenicità della particella è inversamente proporzionale alle sue dimensioni, l’efficienza andrebbe valutata sul numero di particelle e sull’inverso del loro volume (meglio sarebbe considerare anche il rapporto superficie/volume, ma qui si andrebbe troppo sul complicato) e, così, quel 99% si ridurrebbe ad un numero decimale infimo.

In quel 99%, non si tiene nemmeno conto delle particelle primarie condensabili e di quelle secondarie. Se così si facesse, quella valutazione in massa, per fuorviante che sia, precipiterebbe a valori ancora più bassi.

E che ne sarà, poi, di quel poco che il filtro cattura? Poiché il filtro risulta intasato dopo pochi secondi, ogni pochi secondi il filtro viene scosso da un getto violento di aria compressa che libera quel materiale particolato così ingombrante.
Uno dei tanti argomenti che non sono sfiorati nel documento è la sorte dei vari elementi chimici. Dalla fine dell’alchimia in poi, ci siamo dovuti rendere conto che il piombo resta piombo, il nichel, nichel, il mercurio, mercurio, e così via. Con un minimo di cultura tossicologica, davanti a questa scoperta post-alchemica qualche ispirazione viene inevitabilmente.

Sarebbe anche interessante un confronto, temo ormai impossibile, con Antoine Lavoisier. Secondo il principio di conservazione della massa, non un grammo di ciò che viene bruciato scompare. Anzi, si conserva con precisione assoluta. E, dato che a ciò che si brucia viene aggiunto per puri motivi tecnici almeno altrettanto materiale, la conclusione è che ciò che esce dall’inceneritore (la parola ”termovalorizzatore” è invenzione dei venditori e chi usa quella parola si colloca in quella categoria) è doppio rispetto al rifiuto che, con un gioco di prestigio ideato per gabbare un pubblico un po’ distratto, si è fatto sparire dalla vista (in parte, perché le ceneri si continuano a vedere e rendono sempre più aggressive le discariche).

Se, proseguendo, i nostri scienziati avessero nozioni di tossicologia, saprebbero che molto spesso la combustione trasforma materiali innocui in sostanze tossiche, e, se conoscessero un po’ di nanotossicologia (se ne tratta molto oggi a livello mondiale,) saprebbero che la riduzione di masse grossolane i masse di dimensioni minori ne incrementa, e non di poco e non in modo lineare, l’aggressività.

Non voglio entrare in valutazioni epidemiologiche perché, con ogni evidenza, le esternazioni contenute nel documento sono il parto di non addetti ai lavori, né entrerò su argomenti come la letteratura medica che, temo, non è stata valutata compiutamente o, magari, non è stata compresa o, magari ancora, è quella “sponsorizzata”.

Mi limiterò a ricordare come stiamo ancora scontando l’incoscienza di scienziati o sedicenti tali che, per quattro soldi, hanno sostenuto l’innocuità dell’amianto, del fumo di tabacco, della diossina, dei cloro-fluoro-carboni, del piombo-tetraetile, di una miriade di additivi alimentari e non ora proibiti, di pesticidi, di farmaci poi rivelatisi letali o teratogeni… E potrei continuare.
Uno scienziato che pretenda di essere chiamato tale ha il dovere dell’onestà e quello della modestia.

Quando si afferma qualcosa che va contro tutta la scienza precedente e, magari, anche contro il buon senso, o si è fatta una scoperta di portata eccezionale o si è vittima di un abbaglio. Il mio invito, allora, è di ripensarci, di studiare, di sperimentare con intelligenza e di non cedere a certe tentazioni, se non altro per non cadere in ciò che continuava ad affermare Lorenzo Tomatis, il più grande oncologo italiano: “Le generazioni future non ci perdoneranno lo scempio che stiamo perpetrando.”

* direttore laboratorio Nanodiagnostics

Consulta, la cena segreta

Fonte:

26 giugno 2009, in PETER GOMEZ


Vignetta di theHandda l'Espresso in edicola

Un incontro carbonaro tra il premier, Alfano, Ghedini e due giudici della Corte Costituzionale. Per parlare di giustizia. Ma sullo sfondo c'è anche l'immunità di Berlusconi.

Le auto con le scorte erano arrivate una dopo l'altra poco prima di cena. Silenziose, con i motori al minimo, avevano imboccato una tortuosa traversa di via Cortina d'Ampezzo a Roma dove, dopo aver percorso qualche tornante, si erano infilate nella ripida discesa che portava alla piazzola di sosta di un'elegante palazzina immersa nel verde. Era stato così che in una tiepida sera di maggio i vicini di casa del giudice della Corte costituzionale Luigi Mazzella, avevano potuto assistere al preludio di una delle più sconcertanti e politicamente imbarazzanti riunioni, organizzate dal governo Berlusconi. Un incontro privato tra il premier e due alti magistrati della Consulta, ovvero l'organismo che tra poche settimane dovrà finalmente decidere se bocciare o meno il Lodo Alfano: la legge che rende Silvio Berlusconi improcessabile fino alla fine del suo mandato.

Del resto che quello fosse un appuntamento particolare, gli inquilini della palazzina lo avevano capito da qualche giorno. Ilva, la moglie di Mazzella, aveva chiesto loro con anticipo di non posteggiare autovetture davanti ai garage. "Non stupitevi se vedrete delle body-guard e se ci sarà un po' di traffico, abbiamo ospiti importanti...", aveva detto la signora Mazzella alle amiche. Così, stando a quanto 'L'espresso' è in grado ricostruire, a casa del giudice si presentano Berlusconi, il ministro della Giustizia, Angiolino Alfano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini. Con loro arriva anche un altro collega di Mazzella, la toga Paolo Maria Napolitano, eletto alla Consulta nel 2006, dopo essere stato capo dell'ufficio del personale del Senato, capo gabinetto di Gianfranco Fini nel secondo governo Berlusconi e consigliere di Stato.

Più fonti concordano nel riferire che uno degli argomenti al centro della riunione è quello delle riforme costituzionali in materia di giustizia. Sul punto infatti Berlusconi e Mazzella la vedono allo stesso modo. Non per niente il giudice padrone di casa è stato, per scelta del Cavaliere, prima avvocato generale dello Stato e poi, nel 2003, ministro della Funzione pubblica, in sostituzione di Franco Frattini, volato a Bruxelles come commissario europeo. Infine l'elezione alla Consulta a coronamento di una carriera di successo, iniziata negli anni Ottanta, quando il giurista campano militava in un partito non certo tenero con i magistrati, come il Psi di Bettino Craxi (ma lui ricorda di aver mosso i primi passi al fianco dell'avversario di Craxi, Francesco De Martino), diventando quindi collaboratore e capo di gabinetto di vari ministri, tra cui il suo amico liberale Francesco De Lorenzo (all'epoca all'Ambiente), poi condannato e incarcerato per le mazzette incassate quando reggeva il dicastero della Sanità.

La cena dura a lungo. E a tenere banco è il presidente del Consiglio. Berlusconi sembra un fiume in piena e ripropone, tra l'altro, ai presenti una sua vecchia ossessione: quella di riuscire finalmente a riformare la giustizia abolendo di fatto i pubblici ministeri e trasformandoli in "avvocati dell'accusa".

L'idea, con Mazzella e Napolitano, sembra trovare un terreno particolarmente fertile. Il giudice padrone di casa non ha mai nascosto il suo pensiero su come dovrebbero funzionare i tribunali. Più volte Mazzella, come hanno in passato scritto i giornali, ha ipotizzato che la funzione di pm fosse svolta dall'avvocatura dello Stato. Solo che durante l'incontro carbonaro l'alto magistrato si trova a confrontarsi con uno che, in materia, è ancora più estremista di lui: il plurimputato e pluriprescritto presidente del Consiglio. E il risultato della discussione, a cui Vizzini, Alfano e Letta assistono in sostanziale silenzio, sta lì a dimostrarlo.

'L'espresso' ha infatti potuto leggere una bozza di riforma costituzionale consegnata a Palazzo Chigi un paio di giorni dopo il vertice. Una bozza che adesso circola nei palazzi del potere ed è anche arrivata negli uffici del Senato in attesa di essere trasformata in un articolato e discussa. Si tratta di quattro cartelle, preparate da uno dei due giudici, in cui viene anche rivisto il titolo quarto della carta fondamentale, quello che riguarda l'ordinamento della magistratura. Nove articoli che spazzano via una volta per tutte gli 'odiati' pubblici ministeri che dovrebbero essere sostituiti da funzionari reclutati anche tra gli avvocati e i professori universitari.

Per questo è previsto che nasca un nuovo Consiglio superiore della magistratura(Csm) aperto solo ai giudici, presieduto sempre dal presidente della Repubblica, ma nel quale entrerà di diritto il primo presidente della Corte di cassazione, escludendo invece il procuratore generale degli ermellini.

L'obiettivo è evidente. Impedire indagini sui potenti e sulla classe politica senza il placet, almeno indiretto, dell'esecutivo. Del resto il progetto di Berlusconi di incrementare l'influenza della politica in tutti i campi riguardanti direttamente o indirettamente la giustizia trova conferma anche in altri particolari. Per il premier va rivisto infatti pure il modo con cui vengono scelti i giudici della Corte costituzionale aumentando il peso del voto del parlamento. Anche la riforma della Consulta è un vecchio pallino di Mazzella.

Nei primissimi anni '90 il giurista, quando era capogabinetto del ministro delle Aree urbane Carmelo Conte, aveva tentato di sponsorizzare con un articolo pubblicato da 'L'Avanti' l'elezione a presidente della Corte dell'ex ministro della Giustizia Giuliano Vassalli e aveva lanciato l'idea di modificare la Carta per affidare direttamente al capo dello Stato il compito di sceglierne in futuro il presidente.

Allora i giudici non l'avevano presa bene. Da una parte, il pur stimatissimo Vassali, era appena entrato a far parte della Consulta e se ne fosse diventato il numero uno per legge avrebbe ricoperto quell'incarico per nove anni. Dall'altra una modifica dell'articolo 135 della Costituzione avrebbe finito per far aumentare di troppo il peso del presidente della Repubblica che già nomina cinque giudici. Per questo era stato ricordato polemicamente proprio dagli alti magistrati che stabilire una continuità tra Quirinale e Consulta era pericoloso. Perché la Corte costituzionale è l'unico giudice sia dei reati commessi dal capo dello Stato (alto tradimento e attentato alla Costituzione), sia dei conflitti che possono sorgere tra i poteri dello Stato, presidenza della Repubblica compresa. Altri tempi. Un'altra Repubblica. E un'altra Corte costituzionale.

Oggi, negli anni dell'impero Berlusconi, un imputato che fonda buona parte del proprio futuro politico sulle decisioni della Corte, che dovrà pronunciarsi sul Lodo Alfano, può persino trovare due dei suoi componenti disposti a discutere segretamente a cena con lui delle fondamenta dello Stato. E lo fa sapendo che non gli può accadere nulla. Al contrario di quelli dei tribunali, le toghe della Consulta, non possono ovviamente essere ricusate. Edalla loro decisione passerà la possibilità o meno di giudicare il premier nei processi presenti e futuri. A partire dal caso Mills e dal procedimento per i fondi neri Mediaset.

lunedì 22 giugno 2009

Perù, gli indios salvano la loro terra: il governo ha ceduto

Fonte:

Continua la cronaca sulle sommosse che hanno agitato il Perù. Dopo circa due mesi di proteste il governo peruviano ha finalmente revocato i decreti che avevano scatenato l’ira degli indios per la difesa della loro terra. I nativi sono così riusciti a tutelare i propri diritti sull’Amazzonia.


di
Salvina Elisa Cutuli

protesta indios
Gli scontri tra le forze dell'ordine governative e gli indios hanno provocato numerosi morti e dispersi
Circa dieci giorni fa il governo peruviano aveva invitato la Chiesa a compiere una proposta di mediazione per cercare di arginare, almeno in parte, le rivolte degli indigeni scatenati da una grande ira funesta a seguito della legge forestale che il direttivo di Lima aveva adottato consentendo lo sfruttamento di un’area di 45 milioni di ettari di foresta per cercare gas e petrolio.

Strano, ma vero. A distanza di poche settimane la protesta si è placata. Gli indios sono riusciti ad avere la meglio, e i due decreti controversi, causa di numerosi morti, sono stati revocati dal Governo. Il Congresso di Lima ha spazzato via le leggi contestate con un'ampia maggioranza, 82 voti contro 12, al termine di cinque ore di dibattito.

Queste leggi, che permettevano investimenti stranieri per lo sfruttamento di miniere e foreste in Amazzonia, erano state approvate nel 2007 e nel 2008 nell'ambito dei poteri concessi dal Congresso al presidente Alan Garcia per permettere l'applicazione dell'accordo di libero commercio con gli Stati Uniti.

Alla notizia del voto favorevole l’Aidesep (associazione interetnica di sviluppo della foresta peruviana), che riunisce 1.350 comunità indigene dell’Amazzonia, ha fermato i blocchi stradali e l’occupazione dei giacimenti petroliferi.

Purtroppo non si conosce bene il numero delle vittime; secondo diverse organizzazioni umanitarie, i morti sarebbero una sessantina, molti dei quali disarmati, mentre centinaia di persone risultano ancora disperse.

alberto pizango
Alberto Pizango è considerato uno dei leader della rivolta dei nativi
Lo scontro più sanguinoso è stato quello avvenuto lo scorso 5 giugno durante il quale 20 indigeni sono stati uccisi dalle forze governative che, dagli elicotteri, hanno sparato sulla folla.

Un massacro ancora oscuro, così come resta oscura la versione ufficiale dei fatti fornita dal governo che in molte parti appare poco credibile; pertanto l’organizzazione Survival International chiede l’apertura di una inchiesta per comprendere il vero svolgimento dei fatti.

Secondo “il governo peruviano invece - almeno rispetto a quanto è stato scritto sul quotidiano peruviano La Repubblica - alcuni indigeni armati di lance e frecce hanno ucciso 25 poliziotti armati di kalashnikov, camionette blindate ed elicotteri, spogliandoli di tutte le loro armi, e uscendo dallo scontro con solo tre morti nelle loro file. Se fosse vero, dovrebbe dimettersi mezzo governo, a cominciare dal ministro dell’interno, perché significherebbe che il Perù ha le forze di sicurezza più incapaci del mondo”. La resa del governo è stata una vera rivincita per gli indigeni e soprattutto per la loro terra che, almeno per il momento, non piangerà dei disastri e degli scempi di esplorazione e sfruttamento.

Uno dei pochi esempi in cui il buon senso vince sulla distruzione e sull’annientamento. Una vittoria della terra e dei suoi diritti, di una vera coscienza che spazza via la speculazione in nome del rispetto verso la Madre terra. Il trattato del libero commercio tra Perù e Stati Uniti, infatti, avrebbeprivatizzato uno dei patrimoni mondiali più importanti per la biodiversità dell’intera umanità, l’Amazzonia peruviana, aprendolo allo sfruttamento da parte delle multinazionali del petrolio, del gas, dell’acqua e del legname e sottraendolo alle popolazioni indigene che lo considerano loro assegnato per diritto ancestrale.

foresta amazzoniaca peruviana
L'Amazzonia peruviana si è salvata dalla deforestazione e dallo sfruttamento delle multinazionali
Il trattato, inoltre, avrebbe sottratto completamente alla sovranità peruviana il territorio, perché le multinazionali avrebbero sfruttato il territorio liberamente senza alcuna mediazione con le popolazioni che vi abitano.

Nell’Amazzonia peruviana non si è combattuto, dunque, un semplice conflitto per la terra con le popolazioni native espulse dalle loro terre ancestrali per far posto al latifondo, alle enclosures, allo sviluppo capitalista di terre libere.

In questa lotta, le popolazioni native, considerate generalmente residuali e assimilabili, si sono mostrate sempre più coscienti di sé e dei propri diritti e per questo più combattivi, e sono stati i portavoce di tutti coloro che pensano che il pianeta, la vita, la natura e la biodiversità non possano essere assoggettati a nessun tipo di trattato come quello firmato dal governo di Lima che, senza pensarci, stava per vendere nelle mani degli Stati Uniti la risorsa più preziosa del suo paese.

sabato 20 giugno 2009

E' arrivato il gelato ogm?

Fonte:

Una novità è in arrivo per la prossima estate: il gelato che non si scioglie grazie alla presenza di una proteina sintetica (ogm) conosciuta come “ proteina Isp” che ha avuto il via libera dalla commissione Europea. Un vero "attentato" secondo Coldiretti.


di
Redazione

gelato fresco
Il gelato Ogm non si scioglie grazie all'aggiunta di una proteina sintetica etichettata come " proteina Isp"
Il rischio di acquistare un gelato Ogm che non si scioglie grazie all’aggiunta di una proteina sintetica fa paura a quasi 3 italiani su quattro 72 per cento), che ritengono i cibi con organismi geneticamente modificati meno salutari di quelli tradizionali.

E’ quanto afferma la Coldiretti, sulla base di una indagine Swg, in riferimento alla notizia che con la prossima estate si potrebbe correre il rischio per la prima volta di rinfrescarsi con sorbetti transgenici che non si sciolgono grazie all’aggiunta di una proteina sintetica che ha recentemente avuto il via libera dalla Commissione Europea alla vigilia delle vacanze su richiesta della multinazionale Unilever.

La contaminazione da Ogm del prodotto alimentare piu’ amato dai grandi e dai bambini avviene con una proteina sintetica isolata originariamente da unpesce artico e riprodotta in laboratorio attraverso la fermentazione di un lievito geneticamente modificato che potrebbe essere semplicemente etichettata - sottolinea la Coldiretti - come “proteina Isp”.

Un vero “attentato” che - sottolinea la Coldiretti - mette a rischio la credibilità e l’immagine generale del Made in Italy nel mondo dove le esportazioni di gelato sono aumentate del 43 per cento in valore nel primo mese del 2009 dopo che nel 2008 le spedizioni all'estero hanno sfiorato per la prima volta i200 milioni di euro. Il consumo di gelato annuale è stimato in Italia - continua la Coldiretti - in oltre 15 chili a persona per una spesa di 5 miliardi di eurodestinati all'acquisto di coppe, coni, bastoncini e vaschette, dei quali il 60 per cento di tipo artigianale e il 40 per cento industriale.

La ricerca di genuinità nel consumo di gelato è dimostrata dal fatto che tra le tendenze della nuova stagione si è assistito al tramonto dei gusti “artificiali”, come ad esempio il puffo, ad una riscoperta dei gusti di stagione e locali ottenuti da prodotti caratteristici del territorio come la frutta. In particolare - continua la Coldiretti - si è verificata una moltiplicazione delle iniziative volte a garantire la genuinità del prodotto a partire dall'impiego di latte fresco di produzione locale al posto dei surrogati a basso costo.

Cresce la preparazione casalinga di gelati che consentono una accurata selezione degli ingredienti, dal latte alla frutta, ma sul mercato non mancano però le novità come - precisa la Coldiretti - la produzione di gelati a base di latte d'asina particolarmente apprezzato per le sue proprietà, leagrigelaterie che offrono gelati ottenuti da latte appena munto in stalla ogusti a “chilometri zero” perché ottenuti da prodotti locali che non devono essere trasportati con mezzi che sprecano energia ed inquinano l'ambiente: dall'amarone in Veneto al pistacchio di Bronte in Sicilia, dal bergamotto in Calabria ai frutti di bosco di Cuneo. Esempi di creatività che - conclude la Coldiretti - hanno ulteriormente aumentato il numero di gusti disponibili che hanno oramai superato i 600.

giovedì 18 giugno 2009

Stato di Emergenza

Fonte:

di Sergio Cabras

Nel tempo che ci separa dagli anni Settanta molte cose sono successe. Alcune di queste sembravano una contingenza momentanea, ma in seguito hanno preso forma in pianta stabile come colonne (o stampelle?) portanti del sistema in cui viviamo.
Una di queste è certamente la presunzione di trovarsi in uno stato di emergenza, in una fase, data per momentanea, transitoria ( - certo, forse per un dato tipo di emergenza, salvo che poi ce n’è sempre subito un’altra) in cui si presenta il concreto rischio di perdere ciò che abbiamo (o che crediamo di avere) e che dobbiamo difendere a qualsiasi costo: in cui la difesa di ciò diventa la priorità del momento rispetto alla quale tutto il resto deve passare in secondo piano.
Al termine degli anni ‘70 questo ha permesso la stretta repressiva, il controllo sociale e poliziesco, il luogo comune e la facile etichettatura nell’informazione che hanno facilitato l’equiparazione di qualsiasi movimento di lotta radicale con i terroristi e chi li sosteneva.
Sul panorama internazionale, dopo la fine della Guerra Fredda, dall’11 settembre in poi, siamo nella guerra permanente, contrabbandata sotto altre definizioni, ed esportata (insieme alle armi e alla “democrazia”) ora qua ora là, contro il terrorismo…. anzi, il Terrorismo, la cui ci minaccia può colpirci in ogni momento e toglierci questa pace e democrazia che altrimenti starebbero già trionfando nel mondo grazie al libero mercato.

Adesso è arrivata la Crisi economica: un grande pericolo che avanza e ci soffia sul collo minacciando….. cosa? A ben vedere di farci ridimensionare il nostro esagerato tenore di vita e portarci ad uno stile più sobrio e sostenibile per il pianeta, uno stile che ci potrebbe evitare problemi ben più gravi in un futuro abbastanza prossimo.
Ma noi non abbiamo tempo per guardare a questa prossimità: dobbiamo pensare all’emergenza di turno, che questa volta è veramente grande, è mondiale, ci può togliere stipendio e lavoro se dovesse peggiorare. Può togliere il futuro ai nostri figli - quelli che non stiamo più facendo o quelli il cui futuro stiamo già gravemente ipotecando altrimenti. Questa emergenza è di grande portata e potrebbe essere anche di lunga durata, magari potrebbe diventare permanente…. come la guerra al Terrorismo.
Tutto sommato somiglia un po’ all’11 settembre: non che non sia reale e non che non colpisca duramente, ma anche questa, in un certo senso, se non c’era…. bisognava inventarla.

Negli anni ‘70 si diceva “la crisi è strutturale”. Si intendeva che il capitalismo è destinato a crollare come sistema a causa delle contraddizioni interne che porta con sé e nella società. Certo, probabilmente finirà così e forse anche più prima che poi. Però, nel frattempo, la crisi potrebbe diventare un elemento strutturale anche nel senso di una ulteriore stampella ormai permanentemente necessaria per evitare che ci si rivolga ad altre strade; che il disagio crescente e la ristrettezza dei margini ridistribuibili di profitto producano dubbio e sfiducia (e con essi la possibilità di vedere le cose da un punto di vista differente, di immaginare delle alternative); che questa sfiducia giunga a diffondersi in strati sociali diversi da quelli tradizionalmente emarginati.

Forse la minaccia della Crisi, di perdere ciò che si ha (per chi è più giovane, ciò che si è sempre avuto, e che costituisce l’unico tipo di vita che si conosce) è un buon deus ex machina perché tutti continuino a fare la propria parte, di produttori, di consumatori, perché tutti si identifichino col sistema, senza troppi dubbi. Se l’adesione dei cittadini al sistema sociale non tiene più sulla base della convinzione, di un’identità, di regole ed istituzioni condivise, di un’idea in positivo, una visione del mondo e della Storia, che lo faccia allora su quella della paura e dell’interesse a non perdere ciò che si ha.
Che lo faccia dunque su questa base, povera e negativa, nell’era della ricchezza.

La gente oggi deve capire che nell’atto di comprare e (forse ancor più) in quello di buttare per ricomprare ancora non c’è solo un ovvio aspetto di piacere nell’acquisire qualcosa di nuovo e di simbolicamente significativo, ma ce n’è anche un altro di dovere, di fare la propria parte o, se la si vuol mettere diversamente, di realismo, di interesse personale nel tenere in piedi “la baracca”- che è poi ciò che ognuno ha in comune con gli altri, in una sorta di solidarietà nell’egoismo (che può anche funzionare, fino a che tutto gira comunque abbastanza bene e le vacche son ancora grasse, ma non credo altrettanto in caso contrario).

Si ripropone ancora una volta la solita formula, secondo la quale, per risolvere i problemi causati dallo sviluppo, ci vuole più sviluppo, per quelli del mercato, più mercato, per quelli della tecnologia, più tecnologia…ecc… Non è tempo di scantonare, dunque, ma di concentrarsi sul continuare a camminare (o correre) in avanti, rimandando ad oltranza il momento di chiedersi perché e verso dove si stia andando.
Dev’esser chiaro a tutti che i consumi vanno mantenuti, ed anzi rilanciati, aumentati. Che non venisse in mente a nessuno di diminuirli. Ché nella stessa barca consumistico-tecnologica ci stiamo dentro tutti, nessuno si faccia illusioni di chiamarsi fuori e se questa affonda ci affoghiamo tutti insieme…. ché ormai qui le braccia per nuotare non le sa usare più nessuno.
In altre parole, se qualcuno non capisce l’importanza del consumare agli attuali e crescenti livelli con le (ragioni) buone, deve capirlo con le cattive.

Ma non c’è solo la paura: c’è anche la speranza; ora si affaccia la deflazione, ora sembra esserci una certa ripresa, magari non tale da sentirsi sull’occupazione e sui prezzi, ma che permette agli economisti di presumere un qualche punto percentuale in più a partire dall’anno prossimo…. salvo che poi i calcoli potrebbero dover esser rivisti al ribasso…..ecc..ecc.. Non so: io non ho le conoscenze di “scienze” economiche sufficienti per immaginare cosa effettivamente potrebbe accadere da qui a un anno. Ma il punto è che la stragrande maggioranza delle persone (e temo - seppure a un altro livello - anche degli stessi economisti) non lo sanno, non ne possono proprio avere gli elementi. E neppure su cosa davvero stia accadendo ora.
In ogni caso, tranne che quando il tracollo non sarà divenuto manifesto, c’è da aspettarsi che le notizie saranno sempre altalenanti, perché sarebbe troppo pericoloso il diffondersi di un pessimismo finanziario e di una depressione consumistica. La minaccia della Crisi non ha solo la funzione di previsione di qualcosa che ha più o meno probabilità concrete di accadere, ma ha precisamente quella di minaccia. La minaccia permanente, alternativamente accompagnata da momenti di speranza di segno opposto, così come il sistema pedagogico del bastone e la carota, hanno proprio l’effetto di alimentare attaccamento ed identificazione in qualcosa da cui altrimenti si potrebbe sentir ormai maturo il tempo per distaccarsi, emanciparsi. Si potrebbe pensare di esser diventati “grandi” e poter finalmente guardare a sé stessi, a ciò che veramente è la propria reale esperienza vissuta e alla realtà. Invece dobbiamo ancora restare bambini e credere alle favole.
Ma qual’è la favola di cui si sta parlando?
Il punto non è se la Crisi sia vera o no (ho già detto che non avrei la competenza per discutere questo), né mi interessa più di tanto analizzare in che misura può o meno trattarsi di una di quelle campagne cosiddette d’informazione orchestrate ad arte. Per chi veramente è in grado di liberare la propria vita non è sempre così necessario individuare un oppressore. Il fatto sostanziale è che la paura di perdere una condizione materiale (un livello di consumi) che viene ritenuta l’unica degna di esser vissuta e il desiderio (necessariamente insoddisfabile) di avere sempre di più e d’altro sono (insieme) elementi strutturalmente portanti del lato interno/vissuto di questo sistema e di questo modello di società.
E’ un po’ come se, diventati dipendenti da un farmaco palliativo da prendere a vita, ne accettassimo i pesantissimi effetti collaterali anziché cercare un’alternativa meno impattante (o magari anche la salute) perché già la notizia che questo farmaco sta diventando scarso, che le riserve stanno diminuendo, ci spaventasse a tal punto da impedirci di considerare ogni altra possibilità.

Così la paura delle conseguenze di una crisi economica profonda può far sì che molte persone si identifichino col sistema, nel proprio stile di vita e in quelli che ritengono i propri interessi, anche se ne danno un giudizio sostanzialmente negativo, subendo la pretesa necessità di sostenerlo nei fatti, anche se non nelle parole. Ma questa identificazione avviene essenzialmente solo in un’ottica passiva: così da non vedere quanto davvero siano la stessa cosa, quanto davvero stia nelle loro mani il crearlo e ricrearlo ogni giorno, come parti dei suoi meccanismi. Quanto, in realtà, questa emergenza e questo pericolo che il nostro “tutto” (ma cosa poi, esattamente?) possa andar perduto siano tali solo nella nostra testa e in quella di chi non sa immaginare altre forme di vita, né vuole che altri le immaginino, agitando così lo spauracchio di una crisi che c’è - nessuno lo nega - ma che, se non ci fosse, bisognerebbe, appunto, inventarla. Proprio per le buone opportunità che può dare a chi ha interesse a mantenere in vita questo sistema.

Come anche le dà - d’altra parte - a chi ci trova delle buone ragioni per abbandonarlo, superarlo, e costruire fin da ora (quale che sarà l’esito di questa paventata Crisi) forme di vita ed economia diverse basate su ciò che veramente abbiamo, come esseri umani, e non sulle molte illusioni che ci sono sempre state vendute.

Questo post è la versione ridotta (per motivi di spazio) di un articolo più ampio che, chi volesse leggere per intero, può trovare su
http://ecofondamentalista.blogspot.com/2009/06/stato-di-emergenza.html

mercoledì 17 giugno 2009

In ginocchio Bertin, colosso brasiliano che distrugge l'Amazzonia

Fonte:

Il colosso brasiliano Bertin che sta distruggendo l’Amazzonia non riceverà più l’ultima parte del prestito dall’International Finance Corporation. Le principali catene di supermercati in Brasile stanno cancellando i propri rapporti con la grande azienda, mentre in Italia i pochi clienti rimasti continuano a tacere. Dopo tanti crimini compiuti contro l’ambiente e le popolazioni indigene è giunta l’ora della giustizia

foresta amazzonica
Bertin, il colosso brasiliano che sta distruggendo l'Amazzonia è in ginocchio dopo la denuncia di Greenpeace
L’International Finance Corporation, l’istituzione del Gruppo Banca Mondiale a sostegno degli investimenti privati nei Paesi in Via di Sviluppo, ha cancellato il prestito di90 milioni di dollari che era stato concesso al gigante della carne e della pelle brasiliana: Bertin. La decisione del IFC arriva due settimane dopo il lancio dell’inchiesta di Greenpeace “Amazzonia che macello!” nel quale l’organizzazione rivela che, dietro il finanziamento del settore dell’allevamento bovino da parte del IFC e del Presidente Lula attraverso la banca governativa per lo sviluppo economico (BNDES), hanno fatto sì che questo settore diventasse la più importante causa della deforestazione dell’ultimo polmone del nostro Pianeta e una pericolosa fonte di emissioni di gas serraa livello globale.

Il prestito che IFC aveva concesso a Bertin è, infatti, stato utilizzato per espandere le attività di allevamento di Bertin nella regione amazzonica causando deforestazione illegale e accelerando il cambiamento climatico.

“Che la Banca Mondiale abbia cancellato il prestito è senz’altro una buona notizia – commenta Chiara Campione, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia – ma è scandaloso che dei prestiti per cifre così importanti siano stati concessi per foraggiare le attività di un’azienda che si è macchiata di gravissimi crimini ambientali. Finanziando Bertin la IFC si è resa corresponsabile della distruzione dell’Amazzonia: un rifugio per labiodiversità e una delle più importanti armi al mondo per combattere il cambiamento climatico”.

Gli ultimi 30 milioni di dollari del finanziamento non saranno quindi più erogati a Bertin, il quale, secondo quanto dichiarato da IFC dovrà restituire anche i 60 milioni che ha già ricevuto in tempi molto più brevi di quelli stabiliti all’erogazione del prestito. Greenpeace ritiene che anche la banca governativa BNDES debba immediatamente tagliare i finanziamenti a Bertin e a tutte quelle aziende del settore zootecnico che stanno deforestando l’Amazzonia e distruggendo il clima del Pianeta.

La giustizia brasiliana, in seguito alla pubblicazione dell’inchiesta di Greenpeace, apre un'indagine su Bertin e si appresta a richiedere all’azienda e agli allevamenti illegali che deforestano l’Amazzonia e riducono in condizione di schiavitù i lavoratori e le popolazioni indigene, un indennizzo milionario per danni ambientali e le principali catene di supermercati in Brasile, comeWal Mart, Pao de Azucar e Carrefour, cancellano i propri contratti con Bertin in seguito ad una azione civile del Ministerio Publico Federal che ha imposto multe di circa 200 euro per ogni chilo di carne proveniente dalla distruzione dell’Amazzonia commercializzata nel Paese.

In Italia, i clienti di Bertin per la carne come Kraft Foods Italia e per la pelle come le concerie Rino Mastrotto, Gruppo Mastrotto e i produttori di divani Chateau d’Ax, continuano a tacere ritenendo di non dover prendere posizione rispetto ai loro rapporti commerciali con aziende colpevoli di crimini gravissimi come la deforestazione, il lavoro in condizione di schiavitù e il cambiamento climatico.

Il Partito democratico e i notabili nel formaggio

Fonte:
di Paolo Flores d'Arcais

Un avvocato di 38 anni non è un “giovane”. Se poi entra in politica, e raccoglie una mole di preferenze che quasi doppia il risultato del capolista, l’avvocato in questione è già potenzialmente un leader. A 36 anni Zapatero era segretario del Psoe e John Fitzgerald Kennedy a 35 viene eletto senatore (diventerà presidente appena un po’ “meno giovane” della nostro avvocato). Debora Serracchiani, perché di lei si tratta, deve solo decidere di rischiare come leader, o ripiegare – già ora, così “giovane”! - sul tranquillo tran-tran della carriera di notabile.
Debora Serracchiani ha deciso, non correrà da leader, non si candiderà alla segreteria del Partito democratico. Sarà uno dei notabili di Franceschini. Per i media continuerà a passare per “giovane”, ma ha già fatto la scelta più vecchia e di sempre, nella partitocrazia di destra, di centro, di sinistra: la cooptazione.
David Sassoli, giornalista, di anni ne ha 53, non lo si può far passare per giovane nemmeno con gli argani (bisognerebbe assumere come metro della vita umana quello delle promesse del dott. Scapagnini al suo più illustre paziente, e anche così sarebbe ormai di mezza età), e avendo preso 400 mila voti, uno strabotto, è ipso facto un candidato alla leadership del Pd. Ma anche lui ha preferito un futuro di rassicurante carriera “nel formaggio” della cooptazione di nomenklatura. Prosit.
Se questo è il “nuovo” del Pd, resta solo l’’abusato “si stava meglio quando si stava peggio”, ma risalendo assai indietro, ad Occhetto e anche prima.
Al possibile rinnovamento del Partito democratico ho personalmente smesso di credere, definitivamente, dopo le prime dichiarazioni/invocazioni di Veltroni sconfitto: “dialogo, dialogo, dialogo, Berlusconi non respinga la nostra preghiera di dialogo!”. Ma altri cittadini democratici (nel senso che, come noi, stanno con la Costituzione repubblicana, senza se e senza ma), assai autorevoli nel mondo della cultura e/o del giornalismo, continuano a ritenere che “extra Pd nulla spes”: se vogliono poter continuare a sostenere l’ipotesi del rinnovamento di tale partito, sarà il caso che riescano a convincere qualcuno di veramente estraneo alla vecchia combriccola dei cooptatori-cooptati-cooptandi (l’intero vecchio gruppo dirigente, insomma), a farsi avanti, perché nessuno crederà a un partito nuovo con segretari “sempre quelli”, e se un nome fuori dai giochi non correrà alle primarie, finiranno per dover dar ragione a girotondini, giustizialisti e altri pericolosi estremisti, perché nel Pd l’emorragia diventerà esodo biblico.

Progresso io ti odio

Fonte:

martedì 16 giugno 2009

Nucleare Alessandria, l’udienza slitta al 30 giugno

Fonte:

di Giorgio Cattaneo

Senza esito l’udienza del 16 giugno: il Consiglio di Stato riesaminerà il caso del nucleare ad Alessandria solo il 30 giugno, dopo aver visionato documenti forniti all’ultimo minuto. Nuovo colpo di scena, quindi, nella complessa battaglia politica e legale che oppone gli ambientalisti alessandrini, sostenuti da Beppe Grillo, alla Sogin di Bosco Marengo, società pubblica (ex Fabbricazioni Nucleari, Enea) attraverso cui il governo Berlusconi, con il consenso della Regione Piemonte, intende procedere alla dismissione dell’impianto, trasformandolo di fatto nel primo deposito autorizzato di materiale radioattivo d’Italia, sia pure “temporaneo”.

«Si tratta di un espediente - afferma Lino Balza di “Medicina democratica” - per aprire la strada al ritorno del nucleare in Italia, anche senza il sito speciale per le scorie, previsto da una legge del 2003 e non ancora individuato. Se il governo la spunta su Bosco Marengo - aggiunge Balza - è poi possibile che, a cascata, vengano trasformate in discariche autorizzate “temporanee” anche le altre installazioni nucleari italiane».

Per questo, gli ambientalisti alessandrini (tra cui “Medicina democratica”, Legambiente, Pro Natura, Movimento per la Decrescita Felice) attraverso una sottoscrizione popolare erano riusciti a raccogliere i 4.000 euro necessari a ricorrere al Tar del Piemonte, che aveva dato loro ragione: dismissione “illegittima”, perché in contrasto con la legge del 2003 sullo stoccaggio di materiali nucleari (a Bosco Marengo sono custoditi 550 fusti di ossido di uranio).

Gli enti locali, dalla Regione alla Provincia, non hanno condiviso l’allarme: dato che nel 2020 l’Italia dovrà riprendersi le scorie nucleari parcheggiate in Francia al tempo in cui le centrali atomiche italiane erano in funzione, si presume che, per allora, sarà trovato il sito nazionale in cui mettere in sicurezza il materiale radioattivo. «Ad Alessandria il materiale è attualmente già presente: seppellirlo nel cemento non comporta rischi ulteriori». Secondo gli ambientalisti, invece, lo stoccaggio “provvisorio” a Bosco Marengo rischierebbe di diventare permanente, in un sito che, secondo la legge, non è idoneo alla conservazione “sicura” di materiali radioattivi.

Di qui, il ricorso al Tar. Contro cui si è opposta la Sogin, che si è appellata direttamente al Consiglio di Stato, mettendo in crisi gli ecologisti, costretti a racimolare in pochi giorni i 20.000 euro necessari a presentarsi al tribunale amministrativo romano. Decisivo quindi l’intervento di Beppe Grillo, che la scorsa settimana ha annunciato il suo impegno personale. Rappresentati dall’avvocato Mattia Crucioli, gli ambientalisti si sono quindi potuti presentare in aula il 16 giugno. Peccato però che l’udienza sia stata aggiornata.

«Si è trattato dell’ennesima, grave scorrettezza della Sogin - afferma Balza - che ha presentato documenti all’ultimo minuto, provocando le proteste del nostro avvocato e l’irritazione degli stessi consiglieri, impossibilitati all’esame dei nuovi atti». Invitabile quindi il rinvio, fissato per il 30 giugno. Secondo il legale degli ecologisti, la documentazione prodotta potrebbe rivelarsi addirittura un boomerang per la Sogin, «in assenza delle autorizzazioni previste per lo smantellamento», già avviato, dell’impianto di Bosco Marengo.

La sostanza, però, è che l’azienda prende tempo e costringe gli ecologisti e i loro sostenitori a una nuova raccolta-fondi per affrontare i costi dell’ennesima udienza. «Con questa rinnovata tattica del rinvio - spiega Balza - la Sogin ha impedito al Consiglio di Stato di confermare o revocare la precedente ordinanza, e noi a questo punto andiamo in seria difficoltà: non sul piano del merito, che ci vede sicuri e convinti, ma per il fatto di dover sostenere ulteriori spese».

Sperando che Beppe Grillo mantenga il proprio (clamoroso) impegno, che ha permesso agli ambientalisti di presentarsi il 16 giugno a Roma, gli ecologisti rilanciano in ogni caso la sottoscrizione popolare: «Dobbiamo innanzitutto moltiplicare i nostri sforzi, e tentare di raccogliere il denaro necessario per proseguire la battaglia legale».

Indicando la causale “nucleare Alessandria”, è possibile effettuare versamenti sul conto corrente bancario 10039 di “Medicina democratica Scrl” (Abi 05584, Cab 01708, Cin W, codice Iban IT50W0558401708000000010039) o sul conto corrente postale 22362107 intestato a Pro Natura Torino, via Pastrengo 13, 10128 Torino (info: www.medicinademocratica.org).

All'uragno ci pensa il dottore

Fonte:

Scritto da Stefano Montanari
martedì 16 giugno 2009

Lo avrete già letto o sentito tutti: noi importiamo legna radioattiva contaminata dal cesio 137, l’isotopo di Chernobyl, e ce ne accorgiamo per puro caso, semplicemente perché un signore trova che quella roba non brucia bene e avverte le autorità. Quanto “bio-combustibile” del genere abbiamo importato? E chi lo sa? Da noi i controlli non si fanno. Al massimo si taroccano. Meglio, comunque, gli atti di fede. Poi, quando c’è l’“incidente” e nessuno è riuscito a nasconderlo, ecco che arrivano i nostri. Adesso tutte le stufe che bruciavano quel legno tossico dovranno venire distrutte (come, resta un mistero, essendo radioattive), e chi ha provocato il guaio (enti di “controllo” per nulla esclusi) avrà tante italiche probabilità di farla franca.
Di seguito una delle mail che ho ricevuto:
“Sono A. di Aosta. Volevo farvi notare che questa cosa, per noi, è un vero casino, soprattutto per la necessaria distruzione delle stufe contaminate.
Una stufa a pellet è piuttosto costosa. Per darvi un'idea:una mia collega ne ha comperata una molto piccola, delle dimensioni di una catalitica a gas, che, montata su rotelle, ha appunto la funzione di stemperare piccoli locali. Costo:1400 euro. Una stufa a pellet buona, adatta a fungere da riscaldamento centrale in una casa di montagna, non costa meno di 2500. In questo settore la qualità rappresenta una scelta obbligata. Chi ha comperato articoli più economici poi se ne è pentito e spesso li ha sostituiti.
Le stufe a pellet sono utilizzate soprattutto fuori Aosta, dove non esiste metanizzazione. Molti proprietari di casa hanno dotato gli alloggi da affittare di questo tipo di impianto ed hanno aumentato gli affitti, perché viene considerato pregiato ed economico per chi lo usa .Per non parlare di chi vive nella propria casa, che ha investito per acquistare le stufe.
Insomma, nutro seri dubbi che tutte le stufe verranno distrutte, come dovrebbero. La gente in questi casi parla di allarmismi eccessivi, non vede le possibili conseguenze a lungo termine...Spero solo che chi deve faccia dei controlli seri...”
A me viene da sorridere, e da sorridere amaro, quando penso alle cento e cento volte in cui ho detto alle mie conferenze che non è affatto raro che il legno da bruciare come “biomassa” (virgolette) ha ottime probabilità di essere

radioattivo, così come spesso è radioattivo il carbone che qualche burlone definisce comicamente “pulito”.
Ma la radioattività non si vede e non puzza. Dunque, perché preoccuparsene? E poi, chissà quanta roba radioattiva è già arrivata negli anni: magari scorie mescolate al minerale di ferro che compriamo all’estero! Se non ci fosse qualche rompiscatole che sta a fare il pignolo su tutto, nessuno se ne accorgerebbe. Intanto, fingiamo che non sia successo niente, che non sia mai successo niente, e diamo il via al programma nucleare, quel programma che gli Stati Uniti hanno abbandonato da trent’anni perché, nella loro ingenuità e a seguito di una lunga esperienza evidentemente mal condotta, l’hanno etichettato come antieconomico, aggressivo per la salute, impraticabile per motivi tecnici (esempio, lo smaltimento impossibile delle scorie) e senza futuro (le scorte di uranio sono alla frutta). Fallimentare sotto ogni punto di vista, lo definiscono di fatto loro. Certo, gli Stati Uniti non hanno a disposizioni menti eccelse come le nostre. Chi ha letto o sentito le parole dello scienziato Franco Battaglia dell’Università di Modena e Reggio Emilia sa di che cosa parlo. E ancor di più lo sanno i giovani che lui, con lena indefessa, sta formando come gli ovini indispensabili per costruire il mondo luminoso da Mulino Bianco che ci attende.
Ma noi non abbiamo solo il privilegio di avere dalla parte del tricolore il professor Battaglia. Genio e cultura sono nel nostro DNA e queste caratteristiche risplendono fin nelle cellule meno vistose. Tanto per fare un esempio solo apparentemente piccino, in Piemonte, nella tanto grande quanto remota provincia di Cuneo, presta la sua opera un chirurgo, primario nel suo ospedale, che ci illumina sull’
uragno (chiamato confidenzialmente così dal luminare stesso) e sul suo destino. “In Francia – ci fa sapere il dottore che la sa lunga - hanno oltre 60 centrali nucleari, e producono, al massimo, fra tutte, una tonnellata di scorie l’anno. E nulla vieta di seppellire le scorie sotto terra: tanto l'uragno nella terra c'è già. Oppure – e qui sta il vero colpo di genio - possono benissimo sparare le scorie sul Sole.” Al cospetto di una mente siffatta sorretta da una cultura tanto raffinata si resta ammutoliti con reverenza.
Insomma, sulla scorta delle indicazioni di fari della scienza come il mai abbastanza lodato professor Zero (siamo ancora indignati dalle bacchettate ingenerose che gli diede il Premio Nobel Carlo Rubbia), il frizzante professor Battaglia, gli scienziati che Federambiente, grande mecenate, sostiene e che ricambiano firmando opere che resteranno nella storia della scienza, compresa la psichiatria, il politico Antonio Di Pietro che, per non impressionarci, nega ciò che sta facendo il suo braccio armato, l’onorevole Misiti, e tanti altri personaggi solo in apparenza minori come, ad esempio, il sindaco di Nonantola che, nel suo piccolo, fa quello che può, noi daremo una spinta all’evoluzione della Natura. Sì: tra polveri e radioattività, magari addirittura con polveri radioattive (paghi uno, prendi due), riusciremo addirittura a modificare l’ormai noioso genoma umano e a generare specie innovative che la fantasia della Natura non sarebbe mai stata in grado di partorire. E daremo pure un impulso vivace alla ripresa economica favorendo l’attività delle industrie farmaceutiche e di tutto quell’universo meraviglioso che a quelle ruota intorno.
Questo con buona pace dei catastrofisti che, prima o poi, riusciremo a mettere in galera.

Scritto da Stefano Montanari
martedì 16 giugno 2009


Udienza processo Dell'Utri

Fonte:


Marcello Dell’Utri, senatore della repubblica, è imputato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. In primo grado è stato condannato assieme all’ormai defunto mafioso Gaetano Cinà a 9 anni di carcere. La sentenza che risale al dicembre del 2004, ricostruisce rapporti a dir poco agghiaccianti del senatore che nessun paese, nemmeno una dittatura sudamericana potrebbe pensare di avere tra le fila dei propri parlamentari.

Nel procedimento d’appello cominciato in maggio, il nome di Dell’Utri appare in un paio di intercettazioni telefoniche (che tra un po’ di tempo non si potranno più utilizzare) fra alcuni presunti mafiosi sotto indagine per altri reati, e di cui i giudici hanno chiesto l’acquisizione delle bobine.

Nel video il riassunto della vicenda e il punto del processo che è alla fine della fase istruttoria. Le prossime udienze nell’aula della seconda sezione penale della corte d’appello del tribunale di Palermo sono previste venerdì 19, venerdì 26 giugno e se tutto andrà come previsto, si entrerà nel dibattimento venerdì 10 luglio. In ogni data a partire dalle 9 del mattino.