mercoledì 13 maggio 2009

Un nuovo Rinascimento per il terzo millennio

Fonte:

Come disse Bob Kennedy nel 1968 «il Pil misura di tutto, tranne quello che ci serve per essere felici». Proprio qui, alla parola “felice”, si inserisce la peculiarità italiana della Decrescita: non una nuova tendenza settaria, magari di sapore new age, ma una vera e propria ridefinizione antropologica di priorità. Una rivoluzione culturale, ispirata dal bisogno di un nuovo umanesimo.

di Giorgio Cattaneo

decrescita
La decrescita è l’unica soluzione per guarire i mali del nostro sistema basato sul culto del PIL
«La vita è bella, anche senza sviluppo. Anzi: solo rinunciando all’idea di sviluppo illimitato, la vita può essere addirittura felice». È questo l’orizzonte culturale della Decrescita, l’ultima risposta alla degenerazione suicida del recente capitalismo consumistico, sempre più fondato sull’ideologia del Pil, dottrina «economica e mitologica» divenuta ormai «una sorta di teologia», da cui deriva la catastrofe planetaria alle porte. L’antidoto? È la Decrescita: un nuovo Rinascimento, che liberi gli individui dalla schiavitù dei consumi e dalle loro nefaste conseguenze in ogni campo: ambiente, salute, qualità della vita e dei rapporti umani.

Primo obiettivo: smascherare il falso mito dello sviluppo illimitato, fonte di tutti i nostri guai. Ma è possibile concepire un futuro senza sviluppo?«Certo. Perché non c’è alcun progresso, nello sviluppo», afferma Maurizio Pallante, ideologo italiano della Decrescita. «Il concetto di sviluppo illimitato è una mistificazione. In realtà, non può esistere nessuno sviluppo sostenibile: perché lo sviluppo è di per sé il problema, non la soluzione».

Saggista e scrittore, ecologista della prima ora, allievo dell’economista Claudio Napoleoni e fondatore con Tullio Regge del Cure, comitato per l’uso razionale dell’energia, Pallante è ora l’ispiratore in Italia del Movimento per la Decrescita Felice, proposta culturale e sociale che punta a creare riflessione, networking, comunicazione, solidarietà informata e consapevole. Una specie di rivoluzione culturale. «La Decrescita – sostiene Pallante – è davvero l’unica soluzione per guarire i mali del nostro sistema, basato sul culto del prodotto interno lordo». E spiega: «La salute dell’economia viene ancora misurata in base all’andamento del Pil, che in realtà è soltanto un indicatore del valore monetario delle merci commercializzate».

bob kennedy
"Il Pil misura di tutto, tranne quello che ci serve per essere felici", Robert Kennedy
Come disse Bob Kennedy nel 1968,«il Pil misura di tutto, tranne quello che ci serve per essere felici».

Proprio qui, alla parola “felice”, si inserisce la peculiarità italiana della Decrescita: non una nuova tendenza settaria, magari di sapore new age, ma una vera e propria ridefinizione antropologica di priorità. “A una vita fondata sul mercato dei beni di consumo e su un “fare” di origine industriale, finalizzato a “fare sempre di più” – afferma Pallante – dobbiamo prepararci a sostituire un’esistenza fondata su valori autentici, e cioè sullo scambio genuino di beni d’uso; su un “fare bene”, che innanzitutto ci dia soddisfazione e ci renda, appunto, felici”.

Sembra una sottigliezza, ma non lo è. Togliendo al mercato il suo potere mitologico, ora peraltro messo in crisi dal terremoto finanziario mondiale, e restituendo capacità e responsabilità dirette agli individui, certamente si ridurranno gli sprechi, i consumi energetici, il business del trading e i trasporti delle merci: fatalmente, si comprimerà il Pil.

Malgrado ciò – anzi, proprio per questo – si costruirà «un orizzonte pulito, abitabile, alternativo allo scempio speculativo: l’unico possibile orizzonte, ormai, nel quale sia ancora pensabile la sopravvivenza di questo pianeta».

Il nuovo movimento italiano guidato da Maurizio Pallante si collega per alcuni aspetti ad altre tendenze europee, come quella rappresentata dall’economista francese Serge Latouche, autore di analisi che negli ultimi anni hanno elaborato una severa critica nei confronti del modello occidentale basato sull’ideologia di uno sviluppo potenzialmente illimitato:

«In natura, lo sviluppo illimitato non esiste. Negli ultimi tre secoli, il mito dello sviluppo inarrestabile ha minato le risorse del pianeta. E la situazione è ulteriormente peggiorata negli ultimi quarant’anni, con l’avvento dei prodotti “usa e getta”, concepiti per durare il meno possibile e pronti per essere trasformati in rifiuti che è sempre più costoso, difficile e pericoloso smaltire: pensiamo alle discariche-colabrodo o agli inceneritori, che sono fabbriche di tumori».

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E' necessario invertire la rotta, o la Terra non reggerà al collasso che si profila all’orizzonte
Ora, la crisi climatica e l’implosione economica planetaria non fanno che confermare questa diagnosi: è necessario invertire la rotta, o la Terra non reggerà al collasso che si profila all’orizzonte. E dunque: via libera a fonti rinnovabili, riduzione e riciclaggio dei rifiuti, contenimento dei consumi, ritorno all’agricoltura tradizionale e promozione delle filiere corte. «Non solo: è fondamentale anche il recupero di capacità perdute, quelle che servono ad auto-produrre beni d’uso fondamentali». Per questo, il Mdf ha aperto l’Università del Saper Fare, network formativo che coordina corsi di auto-produzione che in tutta Italia radunano migliaia di neo-autoproduttori. «Ognuno, nel suo piccolo, può fare molto per ridurre costi, sprechi e inquinamento, imparando a risparmiare e condividere: fare il pane in casa può diventare innanzitutto un piacere».

La Decrescita Felice “fai da te” è il primo passo verso un network evoluto, una società più solidale e consapevole. Come quella che lascia intravedere l’associazione dei Comuni Virtuosi, che promuove progetti esemplari: grazie ai quali si migliora la qualità dei servizi in tutti i campi (energia, rifiuti) salvaguardando l’ambiente e pesando meno sul bilancio economico delle comunità. «E’ un processo complesso, una riconversione globale che richiede tempo – aggiunge Pallante – ma, proprio per questo, l’azione dei singoli può contribuire moltissimo ad accelerare i tempi, inducendo la politica a compiere finalmente le scelte giuste».

Da sempre sostenitore delle “tecnologie di armonia” al servizio dell’ambiente e grande fautore di ogni forma di prevenzione (il risparmio su tutto: meno costi, meno rifiuti, meno dispendio energetico, meno inquinamento), Pallante sintetizza in modo poetico il suo ideale di Decrescita Felice: «In fondo, si tratta si recuperare l’antico sapere dei nonni: il falso progresso l’ha scartato come obsoleto, ora invece ne sentiamo la mancanza».

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"E' tempo di riprendere per mano il nostro futuro, con fiducia: insieme, malgrado tutto, possiamo farcela"
Un sapere che deriva da uno stile di vita sobrio, a diretto contatto coi mezzi di produzione dei beni essenziali. «E’ un po’ la filosofia dei monaci medievali, che erano innanzitutto auto-produttori comunitari e contemplatori del loro lavoro», come spiega lo stesso Pallante ne “I monasteri del terzo millennio” (“Ricchezza ecologica”, ManifestoLibri). «Nel loro motto, “ora et labora”, il riferimento spirituale viene prima di quello materiale: un suggerimento che, a distanza di secoli, vale la pena rivalutare».

Decrescita Felice, dunque. «Per ricreare socialità, riscoprire valori essenziali, ridurre le dipendenze, gli sprechi e i costi ambientali. E migliorare la qualità della vita». Una rivoluzione culturale, ispirata dal bisogno di un nuovo umanesimo.

«Dobbiamo riappropriarci della nostra esistenza, dei nostri ritmi vitali e del destino della Terra. Ci servono nuovi strumenti pratici, nuove consapevolezze, nuovi saperi». L’obiettivo? «Essere felici, partecipi. Aderendo alla Decrescita, ognuno sa di poter cominciare a fare finalmente qualcosa di concreto, da subito, senza attendere i tempi eterni delle strategie globali».

Non è poco, in un mondo che si pretende costituito di soli numeri, di masse inerti e rassegnate di tele-consumatori dove gli individui non contano niente. Maurizio Pallante e la sua Decrescita Felice fanno mostra di ottimismo: «E’ ormai evidente a tutti che un’epoca di errori disastrosi si è conclusa. Ora è tempo di riprendere per mano il nostro futuro, con fiducia: insieme, malgrado tutto, possiamo farcela».

Coralli addio? In gioco la sopravvivenza di milioni di persone

Fonte:

Presentato oggi alla Conferenza Mondiale sugli Oceani uno studio WWF sui rischi legati alla perdita delle barriere coralline.

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Presentato oggi alla Conferenza Mondiale sugli Oceani uno studio WWF sui rischi legati alla perdita delle barriere coralline.
Il Triangolo dei Coralli, che si estende tra le coste, le barriere coralline e i mari di sei paesi indonesiani, Filippine, Malesia, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone e Timor Leste, pur essendo appena l’1 % della superficie della Terra comprende il 30% delle barriere coralline mondiali. In quest’area è racchiuso il 76% delle specie dei coralli presenti in tutto il mondo che ospitano oltre il 35% delle specie di pesci presenti nelle barriere coralline compreso il tonno che ha un’indiscutibile rilevanza economica. Ma è soprattutto un territorio che, grazie ai numerosi ‘servizi naturali che offre’, dà da vivere a più di 100 milioni di persone.

In occasione della Conferenza Mondiale degli Oceani, che si è aperta ieri a Manado (Indonesia), il WWF ha presentato uno studio su quest’area – “Il Triangolo dei coralli e i cambiamenti climatici: ecosistemi, persone e società a rischio di estinzione” - che si avvale di oltre 300 analisi scientifiche già pubblicate, includendo il lavoro di più di 20 esperti nei campi della biologia, economia e scienza della pesca. L’analisi mostra chiaramente come le barriere coralline potrebbero sparire dal cosiddetto Triangolo dei Coralli entro la fine del secolo a causa dei cambiamenti climatici, vale a dire rapido aumento della temperatura degli oceani, del livello dell’acqua e della sua acidità, siccità e burrasche.

Se la comunità internazionale non corre ai ripari nella lotta ai cambiamenti climatici, potrebbe non esistere più l’ambiente marino più ricco di biodiversità al mondo e le conseguenze ricadrebbero sulle stesse popolazioni della regione: circa 100 milioni di persone di fatto non avrebbero più fonti di sostentamento.

Una perdita di così vaste proporzioni potrebbe essere evitata se da subito si intraprendesse un’azione globale sul riscaldamento del pianeta, con un’attenzione maggiore all’eccesso di pesca e alla prevenzione dell’inquinamento.

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Foto WWF
“In uno dei due possibili scenari futuri presi in esame nello studio, si prevede la continuazione di questo andamento negativo del cambiamento climatico e si presume uno scarso impegno per proteggere l’ambiente costiero”, ha detto il Prof. Ove Hoegh-Guldberg dell’Università di Queensland, a capo del team di esperti. “In questo scenario, la gente vedrà distruggere i tesori biologici del Triangolo dei Coralli nel corso di questo secolo a causa dei rapidi aumenti della temperatura degli oceani, del livello dell’acqua e della sua acidità, mentre diminuirà la capacità di ripresa dell’ambiente costiero a causa di una cattiva gestione delle coste. La povertà aumenterà, sparirà la sicurezza del cibo, l’economia soffrirà e i popoli della costa dovranno emigrare sempre più verso aree urbane”.

“Decine di milioni di persone dovranno spostarsi dagli insediamenti rurali e costieri a causa della perdita di case, risorse alimentari e reddito, facendo così pressione sulle città della regione e sulle nazioni sviluppate circostanti come l’Australia e la Nuova Zelanda”.

Tuttavia il rapporto dimostra che c’è una possibilità di evitare lo scenario negativo in questa regione, contribuendo a mantenere un Triangolo dei Coralli in buona salute, in cui vengano mantenuti la crescita economica, la sicurezza alimentare e l’ambiente naturale, a patto che si riducano le emissioni di gas serra con investimenti internazionali che rafforzino l’ambiente naturale della regione.

“Tuttavia anche nello scenario futuro positivo le comunità dovranno affrontare la perdita di parte delle barriere coralline, l’aumento del livello del mare, l’aumento delle bufere, della siccità e la ridotta disponibilità di cibo ricavato dal pescato costiero. La differenza sostanziale consiste nel fatto che le comunità rimarranno ragionevolmente intatte e saranno in grado di affrontare le difficoltà. Una gestione efficace delle risorse costiere, che includa reti regionali, ben gestite localmente, di aree marine protette, la protezione delle mangrovie e dei letti dei fiumi e una buona gestione del pescato si tradurranno in un declino più lento di queste risorse” .

Per il WWF i leader mondiali devono sostenere i paesi del Triangolo dei Coralli nei loro sforzi diretti a proteggere le comunità più vulnerabili dall’aumento del livello del mare e dalla perdita di cibo e sostentamento, raggiungendo un forte accordo sulla riduzione delle emissioni di gas serra alla Conferenza delle Parti della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, che si terrà a dicembre a Copenhagen.

Vauro, il censurato che sorride

Fonte:



Vauro è una persona estremamente umile e simpatica che di lavoro disegna le vignette, con le quali raffigura la politica dissacrandone le contraddizioni e mettendone a nudo i lati oscuri.
Con i suoi sferzanti schizzi di inchiostro davanti alle telecamere di Annozero, più taglienti di qualunque ossimoro scientifico, Vauro si è tirato addosso il plotone di servi mascherati da giornalisti infiltrati in tutti i media di regime. Televisivi e cartacei. Non a caso risulta essere refra gli ospiti più sgraditi, temuti e anche censurati della televisione italiana.

Assieme a Beatrice Borromeo, Vauro si è visto tagliare l’intervista rilasciata a Daria Bignardi per Rai 2, durante la presentazione del suo libro “Italia annozero” edito da Chiarelettere.
Quasi ogni giorno ci sono articoli di giornale che lo riguardano che rasentano la calunnia, nel tentativo fin troppo scontato di screditarne l’immagine, affinché un eventuale censura totale sia prontamente ringraziata da qualche ciambellano di turno alla Mario Giordano.

Nell’intervista che mi ha concesso a Marsala, in occasione del Festival del giornalismo d’inchiesta, Vauro rivela un’intima passione per il suo mestiere e un attaccamento ai valori che dovrebbero essere comuni a tutti i cittadini di una normale democrazia. Riesce a sorridere nonostante tutto. Nonostante l’Italia di berluscopoli.

Come si fa a non essere ottimisti?

Fonte:

Credo sia difficile non provare ribrezzo e paura davanti a certe manifestazioni.
Per allevarsi i clienti, le catene di locali fast food aggiungono zuccheri alla carne o al pane, così rendendoli dipendenti da quella sorta di cibo. E gli spacciatori di droga si piazzano davanti ad una scuola e regalano caramelle opportunamente trattate.
Per modificare geneticamente i bambini e renderli sufficientemente cretini così da poter continuare a massacrarli non solo ora ma per saecula saeculorum, e farlo addirittura con il loro consenso entusiasta che cosa c’è di meglio di un bel trattamento del cervello?
Guardate un po’ a che punto è arrivato il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano
(
http://www.youtube.com/watch?v=BidcrAHRUCQ) e traete le vostre conclusioni.
Vi prego, mettetevi alla tastiera e scrivete due righe al direttore (direzione @museoscienza.it).
Di tanto in tanto qualcuno se la prende con me perché bisogna “infondere ottimismo” e io non lo faccio. Certo: dal punto di vista di chi ha come finalità la vendita di un prodotto, quello è l’approccio giusto. È così, infondendo ottimismo per immotivato che sia, che si acquisiscono fatturati e consensi.
Io, però, non vendo niente. Io

comunico semplicemente ciò che è impossibile non vedere nell’aria, nel cibo, nei farmaci e nei tessuti malati della gente. Io comunico quello che è il risultato di ricerche ed esperimenti che nessuno ha confutato.
Dall’altra parte, solo cialtronerie che non vanno più in là di quel “bisogna fidarsi” pronunciato senza vergogna da chi viene spacciato per uomo di scienza con la stessa disinvoltura con la quale si rifila un qualunque prodotto adulterato.
Ieri ero a Roma e, per caso, ho incontrato Piero Angela.
Confesso che non sono un suo telespettatore ma, di tanto in tanto, qualcuno mi manda qualche filmatino suo o la trascrizione di qualche sua affermazione. Da lì la mia convinzione che Angela sia in malafede, almeno quando si lancia sull’argomento dell’incenerimento dei rifiuti. Ebbene, ho sbagliato. Angela non è in malafede: semplicemente non sa di che cosa parla e non ha gli strumenti culturali per capirlo. Nel corso della breve conversazione, mi sono accorto che non conosce la differenza tra particolato biodegradabile e non biodegradabile, che non ha la minima nozione relativa alle reazioni da corpo estraneo nell’organismo, che non ha conoscenze o, forse, ha mai sentito parlare, di nanopatologie nonostante l’impegno ormai in corso da anni da parte della Comunità Europea sull’argomento.
Ebbene, queste sono le fonti del sapere popolare, quel sapere popolare occhiutamente distorto che, poi, porta ad ottenere consensi ed occasione di business.
Il mio consiglio è quello di cambiare canale quando la RAI ci ammannisce le favolette di Angela, ma temo che l’efficacia della contromisura di disinquinamento culturale che propongo sia molto modesta.
Comunque, come si fa a non essere ottimisti?


Beppe Grillo Pittima a Roma - 5

Fonte:


martedì 12 maggio 2009

Il dito e la luna

Fonte:

Quando il saggio mostra la luna, lo sciocco guarda il dito

Le vicende di Silvio Berlusconi e di sua moglie stanno interessando molto i cittadini..
Dalle 
parole della signora Veronica e dalla sua reazione angosciata e indignata, sembra dedursi che lei sia convinta di essere stata reiteratamente tradita e con modalità tali da ferire la sua dignità, oltre che i suoi sentimenti. E debbo riconoscere che una vicenda come quella che il Presidente del Consiglio sta offrendo ai cittadini è davvero singolare e tale da giustificare l’interesse che i mezzi di informazione insieme soddisfano ed alimentano.

Resto però alquanto disorientato.

Da molti anni Berlusconi è accusato di 
molte e gravi violazioni del codice penale e di altre leggi penali. Ha subito numerosi processi da alcuni dei quali è uscito in modo poco commendevole: alcune volte per prescrizione, altre per assoluzioni motivate con l’art. 530 del codice di procedura (la c.d. insufficienza di prove), altre ancora a seguito di leggi fatte appositamente per consentirgli l’assoluzione con la formula il fatto non è più (prima lo era, adesso non più) previsto dalla legge come reato, altre infine per via di quei monumenti giuridici e costituzionali che sono stati il lodo Schifani e il lodo Alfano, le due leggi costruite apposta per garantirgli l’impunità. Non solo: personaggi a lui molto vicini (Dell’Utri per primo e Previti per ultimo, ma ve ne sono stati altri) sono stati condannati per gravi reati (frode fiscale e corruzione) in contesti in cui è emerso con chiarezza l’interesse economico e politico di Berlusconi stesso. E ancora: alcune frequentazioni (penso al famoso stalliere Mangano) del Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana sono state tali da ingenerare sconcerto e preoccupazione. Perfino alcune assoluzioni (il processo Saccà) sono state motivate con argomenti che avrebbero fatto vergognare qualsiasi piccolo, medio o grande servitore dello Stato: un rapporto di totale sudditanza tra pubblici funzionari (e Berlusconi lo è, al massimo livello) squalifica il suddito, ovviamente, ma non depone a favore del padrone, proprio perché non sono questi i rapporti che dovrebbero caratterizzare il pubblico impiego. Insomma, un alto funzionario pubblico non dovrebbe comportarsi come Fantozzi; e il Presidente del Consiglio dovrebbe guardarsi bene dall’assumere ruolo e atteggiamenti da ipermegadirettore.

Ecco: tutto questo (e altro ancora, credo) 
avrebbe meritato molta più partecipazione critica da parte dei cittadini; molta di più di quella che, a quanto pare, tutti si sentono in dovere di esternare per le vicende dell’appena maggiorenne Noemi e delle numerose donne di spettacolo di cui Berlusconi si è circondato e che ha indubbiamente sponsorizzato.

Non voglio dire naturalmente che questi comportamenti non siano censurabili: sotto il profilo morale, se le ragioni della signora Veronica sono fondate; e anche sotto il profilo penale se dovesse risultare provato che l’attribuzione di cariche pubbliche o la candidatura a ben remunerati seggi politici null’altro costituisse se non la remunerazione di prestazioni affettive o sessuali. Ma di questo ultimo aspetto non vi è alcuna prova; e, quanto al primo, quello morale, debbo dire sconsolatamente che le trascorse vicende giudiziarie di Berlusconi 
mi paiono di ben maggiore rilevanza.

Così penso che dovremmo soprattutto continuare a ricordare con sdegno e preoccupazione queste ultime e riservare alle presunte infedeltà di un uomo anziano e poco discreto quella distratta e seccata attenzione che esse meritano.

Lo sfogo di Beatrice Borromeo, oscurata da Rai 2

Fonte:


Beatrice Borromeo sceglie la Rete per dare la sua versione dei fatti, dopo la censura arrivata all’Era glaciale di Daria Bignardi in onda su Rai 2, che in apertura di programma registrato giovedì scorso, aveva annunciato la presenza dell’ex collaboratrice di Annozero assieme a Vauro, che nessuno ha visto nemmeno un secondo.

Il direttore di Rai 2 Antonio Marano ha censurato i 2 ospiti perché avrebbero fatto un sequel di Annozero, ma in realtà pare abbiano risposto soltanto alle domande della Bignardi.
Antonio Marano è direttore di una rete pubblica a tassa obbligatoria per intercessione del partito del razzista Mario Borghezio e del fustigatore di bimbi Giancarlo Gentilini. La
Lega nord. La stessa che ha votato il lodo alfano, il falso in bilancio e che si appresta a votare china a 90 gradi il bavaglio alle intercettazioni, oltre che alla cronaca giudiziaria per assecondare le manie di persecuzione di Silvio Berlusconi.

In Rai si sta vivendo la stagione degli amori. In periodo di nomine i tromboni di partito come Marano temono di rimanere trombati. Ecco che servilismo e ossequiosità spudorate, come la prudenza, non sono mai troppi verso il gruppo del piduista, lo stesso che in tempi di par condicio è libero di sbraitare una serata intera dal suo servo Bruno Vespa senza il contradditorio della moglie che invoca aiuto. Direttori e giornalai a mezzo busto lustrano natiche a destra e a manca pur di non rischiare il posto. Berlusconi è l’intoccabile.

Meno male che la televisione è moribonda e il suo baccanale di paraculi senza futuro. Gli italiani, soprattutto giovani, si stanno svegliando in Rete. Basta vedere tutti quelli che sono venuti a Marsala in questo fine settimana per assistere agli incontri del Festival del giornalismo d’inchiesta, al quale anche Beatrice Borromeo ha partecipato assieme a Vauro, Marco Travaglio, Pino Corrias e Peter Gomez.
Con l’informazione libera si riparte da qui, dalla Sicilia dei siciliani orgogliosi che ringrazio. Non mi aspettavo tanta stima. Viva la Rete.

Silvio, l’iracondo

Fonte:




Vignetta di Tonus da vernacoliere.comSarà che dorme tre ore per notte (“per altre tre faccio l’amore”, dixit), sarà che ultimamente gli è andato di traverso tutto: la gita a Casoria dalla bimba, il campionato del Milan, le passeggiate elettrorali tra le salme e le macerie a L’Aquila, la festicciola l’altra sera a Sharm El Sheik dal suo amico Umberto Smaila, e pure il benedetto matrimonio con Veronica, ma da qualche settimana il Cavaliere non è più lui. Ride tirato persino da Vespa. Per il resto gira funereo, reagisce irascibile, litiga con tutti. Con l’Onu e con i vescovi per il respingimento degli immigrati. 
Litiga con il presidente Giorgio Napolitano che
gli proibisce di nominare ministro della Sanità il suo medico personale Ferruccio Fazio, scienziato della nidiata San Raffaele. 
Litiga con il ministro Giulio Tremonti che se ne frega dei miliardi promessi dal Cavaliere ai terremotati (prima 6, poi 8, poi 12) e 
gliene concede uno solo subito, altri 4 nei prossimi 24 anni, niet su tutto il resto, addio al Ponte sullo Stretto.  
Litiga con il presidente della Camera Gianfranco Fini per le nomine Rai (che al momento saltano) per le veline, che dovuto ritirare, 
per gli sbarchi, per i decreti legge, e per tutte le forzature costituzionali che invece continuano. 
Litiga con la Lega per il suo appoggio al referendum elettorale, ideato dall’astuto Mariotto Segni, che se approvato rischierebbe di 
consegnargli definitivamente l’intera Italia
Litiga persino con Paolo Guzzanti, giornalista, imitatore, senatore azzurro, che dopo una decina d’anni di velluti rossi e penombre si è accorto della mignottocrazia imperante in quegli stessi paraggi, coerente, dice lui, con la prossima 
deriva autoritaria del suo (ex) leader. 

Non placa l’ira di Silvio neppure la sua 
mitologica biografia a colori, appena varata dall’amico Vittorio Feltri, quello di Libero. E’ tutto roba vecchia, edulcorata e farlocca, ma lucidata come nuova. Lo stile è pura Corea del Nord. Irresistibile persino ai depressi. Parte da Silvio bimbo che gioca con un telefono e la didascalia che recita: “Gli piaceva giocare con il finto telefono. “Oggi - dice il presidente del Consiglio - quello vero suona in continuazione e mi diverte molto meno”. Le immagini sono da antologia. Il senno è quello di Renato Farina, giornalista e agente segreto, che annuncia il suo “Silvio visto da vicino”, cosi’ vicino da condividerne “comuni amicizia, letture, ideali”. Specialmente ideali. E tanta stima. Tanta lealtà da osare, talvolta, di “dirgli di levarsi il prezzemolo dai denti”. Lealtà odontoiatrica.

Cina: vietato non fumare

Fonte:

Non è solo un gioco di parole. La contea cinese di Gongan ha deciso di obbligare i dipendenti pubblici a fumare le sigarette locali per risanare le casse dello Stato. In Cina, peraltro, si vendono già 2.000 miliardi di sigarette all’anno, un terzo di tutti i consumi mondiali.


di
 Claudia Pecoraro

fumo
La contea cinese di Gongan ha deciso di obbligare i dipendenti pubblici a fumare le sigarette locali per risanare le casse dello Stato
Mentre pressoché in tutto il mondo imperversano le campagne anti-fumo, per alcuni dirigenti cinesi la sigaretta è obbligatoria... per il bene pubblico!

Una circolare, diramata dalle autorità locali, suona tassativa: sono tenuti a fumare tutti i dipendenti pubblici, inclusi gli insegnanti.

I notabili municipali hanno spiegato orgogliosi in un’intervista che si tratta di un aiuto all’economia locale. Gongan si trova infatti nella provincia dello Hubei, famosa per la sua produzione di tabacco. Proprio la marca Hubei è stata quindi imposta agli impiegati statali, che nel 2009dovranno consumarne almeno 230.000 pacchetti.

Questa idea a dir poco assurda deve peraltro essere contestualizzata in un Paese, la Cina, in cui si vendono 2.000 miliardi di sigarette all’anno, un terzo di tutti i consumi mondiali. Nonostante il divieto di fumo sia in vigore in parecchi luoghi pubblici, la nicotina si respira ovunque. Medici e personale sanitario fumano regolarmente negli ospedali; nei ristoranti e bar si soffoca in nuvole di fumo, così come nei taxi.

Nelle regioni rurali, poi, si arriva al paradosso. Numerose scuole portano il nome di alcune marche di sigarette locali. Si comincia dalla più tenera età a conquistare i nuovi clienti! La pubblicità del tabacco pervade anche manifestazioni di tutti i tipi, dove sono presenti ingenti masse di giovani, dai concerti rock alle gare sportive.

Nelle zone agricole più povere sono addirittura in vigore dei sussidi per la promozione del tabacco locale. E non si smette di pubblicizzare con enfasi le sue virtù.

Grazie al volume di vendite, il tabacco è infatti la maggiore fonte di entrate fiscali per lo Stato cinese, nonostante si tratti delle tasse più moderate del mondo su questo prodotto.

Solo di recente il governo ha aderito alla carta dell’Onu contro il tabagismo e le autorità sanitarie cominciano ad aprire gli occhi dinanzi ai pericoli disastrosiche sono già in atto: un milione di Cinesi muore ogni anno per malattie provocate direttamente dal fumo.

Riguardo a Gongan, Pechino si è limitata ad una tiratina d’orecchie ai dirigenti locali, che sembrano aver “addolcito” la severità della circolare sull’obbligo del fumo, a cui tuttavia l’adesione spontanea rimane gradita.

Auto elettriche condannate a fare rumore per legge

Fonte:


Rumore
Le auto sono rumorose? Bene! Il caos prodotto dai motori, secondo l'UE è l'unico modo di garantire la sicurezza dei cittadini
Chi lo avrebbe mai detto. Dopo aver trascorso anni a leggere ed ascoltare l'esperto di turno che ci avvertiva su quali e quanti fossero i danni del rumore sulla salute umana e dopo aver osservato spot televisivi che decantavano la silenziosità dei nuovi modelli ci eravamo tranquillizzati: in futuro le auto saranno silenziose.

Finalmente i nostri sogni sembravano divenire realtà con l'arrivo (??) delle auto elettriche che emettono solo 3 decibel. E invece no. Colpo di scena. Paradosso. E' tutto da rifare.

Le auto, ci spiegano ora, devono essere rumorose! Lo prevederà una norma dell'UE che obbligherà queste auto a simulare lo stesso rumore delle altre macchine.

Questo perché auto che non emettono nessun rumore sarebbero troppo pericolose per bambini, non vedenti, pedoni o ciclisti.

Ancora una volta, quindi, la società umana si arrende a se stessa. Una mente abitata da qualche residuo barlume di intelligenza si potrebbe chiedere: "ma come? Per evitare che pedoni, bambini e non vedenti vengamo messi sotto si fanno le auto rumorose? Non sarebbe più logico educare le persone in modo che guidino civilmente, rallentando ad ogni incrocio e evitando di travolgere i pedoni distratti?"

Barlume di intelligenza? Scusate, non so cosa mi passa per la testa. Ma cosa pretendo!!!

Facciamo le auto rumorose, dotiamole di apparati chiassificatori, multiamo il pedone distratto che passa sulle strisce senza correre e cantiamo tutti insieme: gloria eterna nei cieli per il nostro Dio motore.

La pittima del Parlamento

Fonte:


lunedì 11 maggio 2009

Acqua buona

Fonte:

Altre diciannove scuole del comune di Capannori (LU) non utilizzeranno più l’acqua minerale imbottigliata bensì quella dell’acquedotto, che nelle mense sarà servita in brocche di vetro messe a disposizione da “Acque spa”.

Si estende, così, a circa altri 2.100 studenti il progetto “Acqua Buona” promosso dal Comune di Capannori assieme alla società Acque e già attivato con successo a livello sperimentale in alcune scuole.

“Grazie a questo progetto – spiega l’assessore all’ambiente, Alessio Ciacci – vogliamo promuovere l’uso dell’acqua dell’acquedotto, che è buona e che viene sottoposta a controlli più frequenti e rigidi rispetto a quella minerale. L’acqua è un bene comunee l’uso dell’acquedotto, oltre ad essere più sicuro, è molto più sostenibile a livello ambientale. Nel primo anno di sperimentazione abbiamo risparmiato oltre 10 mila bottiglie di plastica e con questa estensione arriveremo a risparmiare ogni anno lo smaltimento di oltre 65 mila bottiglie di plastica.”

Le nuove scuole che hanno aderito al progetto, grazie a una convenzione stipulata lunedì 4 maggio dall’amministrazione comunale, sono quelle dell’infanzia di Badia di Cantignano, Borgonuovo, Camigliano, Castelvecchio di Compito, Colognora di Compito, Guamo, Lammari, Lappato, Marlia e San Leonardo in Treponzio, primarie di Camigliano, Colle di Compito, Guamo, Lammari, Marlia, Massa Macinaia, Segromigno in Monte, San Ginese di Compito e la media di Camigliano.

Per garantire la sicurezza dell’acqua, “Acque” compirà un monitoraggio pressoché costante su campioni di acqua dell’acquedotto e le analisi verranno pubblicate all’interno della scuola per dare conoscenza a tutti dell’ottima qualità dell’acqua erogata. Verranno poi effettuati incontri di spiegazione con tecnici ed esperti del settore con i ragazzi, gli insegnanti e i genitori interessati.

Fino a oggi il progetto “Acqua Buona” era stato attivato in tre scuole: quella dell’infanzia e la primaria di Lunata e la media di Lammari.

Ci sembrava giusto raccontare dell'ennesima buona prassi del Comune di Capannori, proprio nel giorno in cui un episodio intimidatorio ha colpito la sede del comitato elettorale dell'attuale sindaco Giorgio Del Ghingaro, candidato alle prossime elezioni amministrative del 6 e 7 giugno.

Pubblichiamo di seguito il comunicato stampa e ricordiamo che saremo presenti a Capannori domenica 10 maggio (alle 18.30) insieme a Michele Dotti, Rossano Ercolini e Alex Zanotelli, per la presentazione del libro "L'Anticasta: l'Italia che funziona".

Marco Boschini, coordinatore Associazione Comuni Virtuosi 

"Nella notte tra venerdì e sabato la sede del Comitato Elettorale di Giorgio Del Ghingaro di Capannori è stata incendiata da ignoti. Questo è solo l’ultimo di una serie di atti che negli anni hanno sporcato la vita democratica del nostro territorio.

È questo il comune che vogliamo?
Sinistra per Capannori invita tutti i cittadini democratici, indipendentemente dall’appartenenza politica, a mobilitarsi attivamente per esprimere pubblicamente indignazione, dissenso e rifiuto radicale nei contronti di questo gravissimo atto intimidatorio, manifestazione di una violenza di matrice profondamente antidemocratica e fascista."

Piatti di plastica: ecco perché non si riciclano

Fonte:
Il recupero e il riciclo delle bottiglie di plastica sono significativamente aumentati negli ultimi anni, segno della crescente sensibilità dei cittadini. Ma dove vanno a finire invece i piatti, le posate e gli altri scarti di materiale plastico? Vengono inceneriti, semplicemente perché non classificabili come “imballaggi”.
di Virginia Greco

stoviglie plastica
Piatti, posate ed altri scarti di materiale plastico vengono inceneriti, e non riciclati, perchè non classificabili come "imballaggi"
Secondo il diciottesimo Rapporto sul Riciclaggio delle Bottiglie di Plastica stilato dal Consiglio Americano di Chimica (ACC) e dall’Associazione dei Riciclatori di Plastica (APR), negli ultimi anni si è registrato un forte incremento del recupero di imballaggi in materiale plastico: i più recenti dati relativi agli USA parlano di oltre un milione di tonnellate di bottiglie riciclate all’anno.

Al momento la percentuale di tali rifiuti recuperati è di circa il 24%, ma ci si aspetta un ulteriore aumento nel prossimo futuro, in virtù della crescente attenzione al tema da parte di consumatori e aziende specializzate nel riciclaggio. “La gente finalmente riconosce che la plastica è una risorsa troppo preziosa per essere sprecata”, afferma con soddisfazioneSteve Russel, amministratore delegato della Divisione Materie Plastiche della ACC. “Le plastiche riciclate possono essere trasformate in tantissimi utili prodotti”, aggiunge Steve Alexander, direttore esecutivo di APR, “come nuove bottiglie, tappezzerie, rivestimenti, indumenti di pile, arredi da esterni, ecc.”

Se da un lato il riciclaggio acquista terreno, lo spreco di certo non diminuisce, soprattutto in campo di imballaggi e di accessori usa e getta. Nei supermercati proliferano le monoporzioni già preparate di qualunque genere di cibo (carne, formaggi, insalate, verdure, dolci, ecc), tutte rigorosamente contenute invaschette di plastica sigillate con cellophane. In più le esigenze di risparmio di tempo di molti cittadini portano all’uso (spesso anche eccessivo e disattento) di piatti e stoviglie di plastica. Tutto questo costituisce uno spreco immane. Per quanto le tecnologie e le infrastrutture per il riciclo aumentino, nonché l’attenzione verso tale pratica, resta il fatto che non consumare affatto è meglio. Il riciclo della plastica richiede pur sempre impiego di energia, nonché emissione di gas serra, durante il processo industriale.

plastica
È preferibile acquistare alimenti sfusi e articoli di ogni genere privi di imballaggio o con involucro in carta
È dunque in ogni caso preferibile acquistare alimenti sfusi e articoli di ogni genere privi di imballaggio o con involucro in carta. Inoltre, è opportuno evitare i monodose e, soprattutto, le stoviglie usa e getta. Queste ultime sono infatti l’emblema dello spreco: non sfruttano la virtù fondamentale della plastica, ossia la resistenza nel tempo, e non vengono riciclate.

Ma perché piatti, bicchieri e posate di plastica non si riciclano?

Questa è una domanda ricorrente tra i consumatori. È forse colpa del tipo di materiale plastico usato? Dello spessore? Sono gettati via troppo sporchi?

La realtà è che si tratta solo di un problema legislativo. Le normative europea ed italiana prevedono, infatti, l’obbligo di riciclaggio solo per i prodotti in plastica che rappresentano imballaggi. E’ sancita per legge la responsabilità condivisa, in fatto di raccolta e riciclo degli imballaggi (indipendentemente dal materiale di cui sono costituiti, quindi plastiche come anche carta, cartone, alluminio, vetro, ecc.), tra i produttori e le pubbliche amministrazioni.

La normativa stabilisce, in pratica, il principio che chi inquina deve pagare, ossia deve assumersi l’onere economico del trattamento opportuno dei prodotti dopo il loro scarto. Le amministrazioni (tramite società pubblico-private ed ex municipalizzate) recuperano gli imballaggi dalle abitazioni dei singoli cittadini, dagli uffici e dai piccoli esercizi commerciali. I produttori, invece, riuniti in specifici consorzi nazionali, li raccolgono presso i grandi esercizi commerciali e le aziende. Tali consorzi versano ai Comuni un corrispettivo economico che ha lo scopo di coprire le spese legate alla raccolta differenziata e all’avvio verso il riciclo. Il recupero delle materie plastiche è di competenza del COREPLA (COnsorzio Recupero PLAstica), che confluisce insieme agli altri consorzi di filiera nel CONAI (COnsorzio NAzionale Imballaggi).

Piatti, bicchieri e posate di plastica non si riciclano, dunque, esclusivamente perché non costituiscono imballaggi, pertanto i produttori non versano per essi alcun contributo al CONAI. Ciò non impedisce alle singole amministrazioni pubbliche di recuperare le stoviglie in plastica ed avviare anch’esse al riciclo. Ma ovviamente tale processo ha un costo non indifferente che i Comuni, mancando il contributo da parte delle aziende produttrici, spesso non possono affrontare.

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Se da un lato il riciclaggio acquista terreno, lo spreco di certo non diminuisce, soprattutto in campo di imballaggi e di accessori usa e getta
A tal proposito occorre fare un’ulteriore precisazione: ciò che fa di un oggetto in plastica un imballaggio non è la materia di cui è composto o la sua forma, bensì l’uso che se ne fa. In pratica, se un produttore o un supermercato utilizzano dei comuni piatti di plastica per porci dentro una merce, che viene sigillata poi con della pellicola, tanto il piatto quanto il cellophane sono classificati come imballaggi: di conseguenza un contributo viene per essi versato al CONAI e quindi tali prodotti possono essere riciclati. Gli stessi piatti e la stessa pellicola venduti al cliente come prodotti a sé stanti, nelle proprie confezioni, non sono considerati imballaggi: dunque niente contributo e niente riciclaggio. Questa è la più chiara dimostrazione che ciò che conta non è la consistenza, lo spessore e neppure il grado di pulizia del prodotto, bensì solo l’impiego.

Quest’ultima distinzione un tempo non era presente, quindi piatti e recipienti simili erano esclusi a priori. La direttiva europea dell’11 febbraio 2004 ha invece esteso la definizione di imballaggio, per cui anche i contenitori progettati e destinati ad essere riempiti nel punto vendita sono soggetti agli obblighi di raccolta differenziata. Possono essere dunque posti nel contenitore per la plastica, oltre ai classici flaconi, barattoli e bottiglie, anche sacchetti e borse della spesa, piatti e vasetti (inclusi quelli dello yogurt), pellicole e plastiche trasparenti, reti per frutta e verdura nonché vaschette e strutture di polistirolo.

posate
Ridurre gli sprechi è meglio che riciclare: il riciclo della plastica richiede pur sempre impiego di energia, nonché emissione di gas serra
Restano ovviamente esclusi dalla raccolta penne e pennarelli, giocattoli e parti plastiche di elettrodomestici rotti, tutti i tipi di posate e… piatti e bicchieri usa e getta impiegati in casa.

È naturale che ci si chieda come possano essere nella pratica distinti i piatti e i bicchieri impiegati dai negozi come imballaggi da quelli consumati in casa. Nella maggior parte delle situazioni quelli adottati dai supermercati sono diversi, più spessi; nel caso siano esattamente uguali, la faccenda è a discrimine del Comune. È evidente che, data la sottigliezza della questione, è più probabile che tali prodotti vengano semplicemente inviati all’incenerimento.

Sarebbe forse opportuno, dunque, che si introducesse l’obbligo di pagamento dell’onere di riciclo per i produttori di stoviglie usa e getta, a prescindere dell’impiego specifico che ne verrà fatto.

Resta comunque indubbio che noi consumatori abbiamo il potere di scegliere, quindi possiamo evitare in ogni caso di ricorrere a tali utensili. E se proprio non riusciamo a farne a meno, possiamo prediligere quelli realizzati in bioplastiche, come il MAterBi e il Pla, le quali provengono da materie prime vegetali e pertanto biodegradabili tramite compostaggio (come i rifiuti organici).

domenica 10 maggio 2009

L’acqua di Napoli vietata ai militari USA. E ai napoletani?

Fonte:
Resi noti i risultati di uno studio sanitario commissionato dalla Marina statunitense di Napoli sullo stato di avvelenamento del suolo e dell’acqua in Campania. Ancora una volta le indagini vengono avviate da soggetti esteri mentre le autorità sanitarie italiane continuano a tacere.

di 
Marco Cedolin

acqua
Resi noti i risultati di uno studio sanitario commissionato dalla Marina statunitense di Napoli sullo stato di avvelenamento del suolo e dell’acqua in Campania.
Stanno facendo discutere i risultati, resi noti una settimana fa, di uno studio sanitario commissionato dalla Marina statunitense di Napoli e realizzato nello corso del 2008. Le analisi messe in atto in 130 abitazioni, sparse su un’area di 395 miglia quadrate nelle province di Napoli e Caserta, hanno rilevato in 40 di esse un rischio definito “inaccettabile” a causa dell’elevata concentrazione (notevolmente superiore ai limiti consentiti) di “componenti organiche volatili”. Tali sostanze chimiche che evaporano a temperatura ambiente, sembrano essere penetrate all’interno delle abitazioni attraverso l’acqua (dei pozzi e degli acquedotti) e possono venire assorbite dall’uomo non solamente ingerendo l’acqua contaminata, ma anche per inalazione e per via cutanea.

Oltre alle componenti organiche volatili individuate in quantità preoccupanti, principale delle quali il tetracloroetene generalmente utilizzato nella produzione di solventi, le analisi hanno evidenziato anche la presenza generalizzata di arsenico che in alcuni casi nell’acqua ha superato di 180 volte i livelli limite. I pericoli per la salute umana, determinati dalla concentrazione dei composti chimici, sono potenzialmente molto elevati e vanno da un banale giramento di testa al danneggiamento dei tessuti epatici, renali e del sistema nervoso centrale, alla compromissione del sistema immunitario, alle malformazioni fetali, al rischio di patologie tumorali.

Le amministrazioni locali e le autorità sanitarie italiane, peraltro mai informate ufficialmente della cosa, non sembrano avere preso molto sul serio la questione e non hanno finora richiesto copia dei dati dell’indagine. Ben più seriamente al contrario sembra avere interpretato i risultati la Marina statunitense, che ha deciso l’avvio di una seconda analisi che terminerà a fine 2009 e andrà ad interessare altre 210 abitazioni occupate da personale statunitense in una vasta area che comprenderà sempre le province di Napoli e Caserta.

Curiosamente la maggior parte delle inchieste concernenti lo stato di avvelenamento del suolo e dell’acqua in Campania continuano ad arrivare dall’estero. Già nel 2004 fu l’autorevole rivista The Lancet Oncology a definire “triangolo della morte” la zona compresa fra i comuni di Acerra, Nola e Marigliano, nell’ambito di un’inchiesta concernente l’altissima incidenza di patologie tumorali presente nel territorio, dopo due inchieste condotte dalla rivista Newsweek che avevano portato alla luce i devastanti effetti delle innumerevoli discariche illegali di rifiuti tossici presenti in loco. Adesso è la volta della Marina statunitense, mentre le autorità sanitarie italiane continuano a tacere.